Ricorrono oggi, 1 ottobre 2025, gli otto anni dalla scomparsa di Pierluigi Cappello. Nato l’8 agosto 1967 a Gemona del Friuli, Cappello trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Chiusaforte, un piccolo borgo di montagna al confine. All’età di sedici anni subisce un grave incidente in moto che lo costringe a vivere su una sedia a rotelle per tutta la vita. Nel 1999, assieme a Ivan Crico, fonda e dirige la collana poetica La barca di Babele, che raccoglie alcune delle voci poetiche più importanti del Friuli, del Veneto e della zona triestina, oggi punti di riferimento della letteratura nazionale.
Le sue opere in versi: Ecce homo (Comunità montana della Carnia, 1989), Le nebbie (Campanotto, 1994), La misura dell’erba (I. M.Gallino, 1998), Il me Donzel (Boetti, 1989), Amôrs (Campanotto, 1999), Dentro Gerico (La Barca di Babele, Circolo Culturale di Meduno, 2002), Dittico (Liboà editore in Dogliani, 2004), Assetto di volo (Crocetti Editore, 2006), Mandate a dire all’imperatore (Crocetti Editore, 2010), Azzurro elementare. Poesie 1992-2010 (Rizzoli, 2013), Ogni goccia balla il tango. Rime per Chiara e altri pulcini (Rizzoli, illustrazioni di Pia Valentinis), Stato di quiete, Poesie 2010-2016 (Rizzoli, 2016), Un prato in pendio. Tutte le poesie 1992-2017 (Rizzoli, 2018), Come un sentiero di matita. Poesie, prose, interventi (Rizzoli, 2024).
Tra i riconoscimenti il Premio Bagutta Opera Prima, il Viareggio-Rèpaci, il Terzani (ex aequo con Mohsin Hamid, il video qui), il San Vito, il Vittorio De Sica per la poesia, il Montale. Il 27 settembre 2013 l’Università di Udine gli conferisce la laurea honoris causa in Scienze della formazione).
La lectio “La voce nuda” tenuta in occasione della laurea magistrale honoris causa il 27 settembre 2013 all’Università di Udine.
Nel 2014 viene nominato beneficiario della Legge Bacchelli che garantisce sostegno finanziario a vita per artisti di merito. Muore il 1 ottobre 2017 nella sua casa di Cassacco dopo una lunga malattia.
Pubblichiamo tre ricordi di Pierluigi Cappello a cura di Gian Mario Villalta, Eraldo Affinati e Vincenzo Della Mea. I primi due, in versione più estesa e con letture di Lea Barletti e Maurizio Benedetti, sono confluiti nel podcast prodotto da Morel, Voci dall’Isola e Laboratori Poesia. Il terzo è del Presidente dell’Associazione Pierluigi Cappello, nata nel 2018 (il sito QUI).
Gian Mario Villalta su Pierluigi Cappello
Di Pierluigi amo ricordare soprattutto la simpatia, lo spirito libero, la capacità di affrontare il dolore della sua vita con energia, con il sorriso, con la volontà sempre di far parte di qualche cosa, di contare. Il poeta è stato un grande poeta soprattutto laddove, avendo questa naturalezza, anche questa facilità di stile, di scrittura, a un certo punto affronta un cammino difficile per cambiare le cose.
Nelle poesie in friulano ma anche in quelle in italiano, nei sonetti perfetti, aveva una capacità di malleabilità del verso — di fare del verso più o meno quel che voleva — che si è vista anche nelle filastrocche degli ultimi tempi. Poi la volontà di incidere di più, di incontrare qualcuno, di creare una voce che fosse più corale, più vicina a quella che una volta ho definito un’epica moderna. Parlare di un mondo che non c’è più ma che resta nella memoria, che è vissuto e che è il sostrato del mondo in cui viviamo, e parlarne con limpidezza, senza nostalgia, con l’affetto delle sue ultime cose. Un affetto che ha a che fare con il vissuto condiviso e non con l’idea di riscattare un passato o di glorificarlo proprio perché queste persone che hanno vissuto, che hanno fatto parte della sua vita, le voleva così: le voleva ricordare nella loro realtà.
C’è nella poesia di Pierluigi un percorso complesso che probabilmente deve ancora essere studiato, ma che fa sì che si avvicini a un tipo di poetica che potremmo definire anni ottanta. Quando c’era il ritorno alle forme chiuse, l’idea ancora di recuperare — questo era importante allora — l’artigianalità, la fabbricità, la capacità di fare versi che “suonassero”. A fare come diceva Raboni “più forma”. Però, per completare la frase di Raboni che diceva “più forma, più senso”, possiamo dire che il senso è stata una ricerca. Inizialmente un fatto di puro talento esercitato, un talento vero, un orecchio straordinario. Poi un cammino che è stato di incontri, di confronti passando attraverso difficoltà anche personali, data la sua situazione non da poco.
Un cammino che è stato di sofferenza perché se andiamo a rivedere tutto il percorso non mancano le esitazioni, non mancano i tentativi di rinnovare, non mancano i passi indietro. Non manca lo spostamento di orizzonte sia per quanto riguarda lo stile, la scelta delle parole, il tono, sia per quanto riguarda la tematica con oscillazioni.
Eraldo Affinati su Pierluigi Cappello
È difficile per me tornare a parlare di Pierluigi, a cui mi lega un’amicizia antica, profonda, costruita nel tempo. Ma se rileggo la poesia intitolata Le belle lettere, che mi ha voluto dedicare, allora è come se lo ritrovassi ancora oggi qui, di fronte a me, come quando stavamo insieme a Tricesimo, in quella casa regalata dagli austriaci.
“I polpastrelli premuti sulla terra abbattuta”, ecco il primo verso. Perché anche lui aveva corso i cento metri come me, prima del tragico incidente che lo costrinse all’immobilità per tutta la vita. Quindi ne parlavamo, quindi i lunghi ritorni a casa estenuati. Cos’erano questi lunghi ritorni? Era quando tu tornavi dalla gara, lui se lo ricordava. Quattordici, quindici anni. Se lo ricordava, dove qualcosa dentro noi andava puntellato nella desolazione.
Ecco che la scrittura in fondo scatta lì, per catturare il mondo in un dettaglio, come guardato attraverso una fessura. Questa è la poesia: catturare il mondo in un dettaglio. È come se me lo ritrovassi in questo verso.
Mi faceva vedere la fionda afghana che aveva nella sua stanza, dove tutto era a portata di mano. Perché? Perché gli avevo gli avevo detto che ero stato nella città dei ragazzi, avevamo parlato di ragazzi afghani. Poi ci legava molto il rapporto con Giuseppe Ungaretti. Io gli raccontavo quando andavo, per un mio libro intitolato Peregrin d’Amore, sulle tracce di Giuseppe Ungaretti, in quella trincea. Gliela raccontavo ormai invasa dai vermi, con le piante rampicanti. Lui, in questo, veramente mi seguiva fino in fondo.
E quindi ecco il verso: “quando abbiamo chiuso le belle lettere in un tascapane”. C’è tutto qui, c’è l’essenza ungarettiana. C’è il poeta soldato, ci sono le prime poesie scritte sotto la luna di notte, accanto alle cartacce. “Abbiamo scalato le marcie e aperto il gas in un ruggito”. C’è una sorta di premonizione tragica. C’è anche il motorino dei quattordici dei quindici anni, dopo l’ultima curva. E ancora “la bellezza e il dolore sono un cielo”. Tutto questo me lo fa sentire veramente vicino, vicinissimo ancora oggi.
Vincenzo Della Mea su Pierluigi Cappello
Pierluigi aveva delle passioni al di fuori della poesia e della letteratura, precedenti a queste, che hanno contribuito a legarci quando sono arrivato a Chiusaforte, nel prefabbricato accanto al suo, dopo il terremoto del ’76. Una, nota, è l’aeronautica: costruiva modellini statici lui, io avevo qualche minima esperienza di modelli volanti. Poi lui ha cominciato il percorso di perito aeronautico al Malignani, che non ha mai concluso a causa dell’incidente.
Non si è mai spenta quella sua passione e le conoscenze sia tecniche che storiche che ne derivavano le ritroviamo espresse in diverse poesie. Assetto di volo, bellissima, è la più evidente, ma ce ne sono altre che nascondono qualcosa: in Settimo cielo c’è Di Saint-Exupéry che era pilota, e per di più la poesia è dedicata a Del Giudice e al suo Staccando l’ombra da terra. C’è Il calabrone che cabra e che picchia, ci sono gli aerei storici menzionati in Queste siepi.
Chi ne sa qualcosa riesce ad apprezzarne anche la puntualità tecnica che per altri rimane in superficie. La precisione per lui era infatti essenziale.
Qualche volta, piano piano, quando la notte
si raccoglie sulle nostre fronti e si riempie di silenzio,
e non c’è più posto per le parole
e a poco a poco si raddensa una dolcezza intorno
come una perla intorno al singolo grano di sabbia,
una lettera alla volta pronunciamo un nome amato
per comporre la sua figura; allora la notte diventa cielo
nella nostra bocca, e il nome amato un pane caldo, spezzato.
Pierluigi Cappello
