Paesaggio, suono, lingua, voce, ritmo, parola – Antonella Bukovaz

La lingua che sei nel luogo che è…

 

Paesaggio, suono, lingua, voce, ritmo, parola. Tutte forme e luoghi della poesia. Cerco di tradurre l’inquietudine che comincia a turbinare. É incredibile il nitore che mantiene il sentimento di inadeguatezza nei confronti di tutto questo in cui da sempre mi sento analfabeta. E balbetto, da sempre. Al mio interno balbetto, cammino e cerco di darmi un ritmo che porti il balbettio a farsi in qualche modo parola, detta e poi scritta da limare e tagliare e leggere e rileggere e saldare al pensiero che a quel punto non so più dove sia ma cerca alleanze. E l’alleanza è la voce. La voce crea accordi. Anzi la voce è accordo. Accordo tra le parti. E quante parti sono io?

C’è la parte cresciuta nel suono del dialetto sloveno, una voce interna le cui corrispondenze sono elementari, primarie, orizzontali, vergini, originali e inconsapevoli. Suoni mescolati a odori di cibo, di fieno, di legna, di letame e di pane caldo. Una geografia che porto tatuata sotto la pianta dei piedi. Dialetto che non si è mai tradotto in scrittura se non per un verso soltanto: ponoc sem zakurila ta pod me od tekrat potikam vsak dan an ahtam da se na umorimdi notte ho acceso il fuoco sotto di me da allora lo alimento ogni giorno e sto attenta a non spegnermi. É sempre stato troppo e troppo poco, il dialetto, per farne strumento. Troppa memoria, troppe radici, troppa infanzia. Troppo poca distanza e fiducia. C’è poi la parte cresciuta nello studio della lingua slovena, un innesto, un germoglio, un impegno. A questo ho affidato, senza mai fidarmi, il tentativo dell’identità. Che ho poi abbandonato nel letto di un ruscello che scorre sotto Topolò. Nella lingua slovena vivo a metà. In lei sono antica, sono l’orda che scende dal Dnjepr. Sono ricongiunta ma anche instabile, mai a casa. Barbara. La lingua slovena, la sua struttura e le sue particolarità sono un campo di esplorazione continua. Una madre alla quale, pur amandola, non mi affido.

C’è anche la parte cresciuta nell’interferenza, come una radio mal sintonizzata che riceve un segnale trasmesso dal centro della comunità, questa in cui vivo. Crescere con una lingua di minoranza addosso è abitare un senso di pericolo imminente e costante. Segnali disturbati. Una minaccia di sparizione che la contemporaneità incolla alla lingua. Conservazione e sottrazione. E sono sentimenti che si espandono in tutto te che li vivi, non sono parziali. Ti infiammano. Corrompono altre aree. Il senso di insidia accentua il senso di morte. É un bagaglio che ti porti dietro stipato di consolazioni, di mancanze, di canti alla durata e la pratica letteraria diventa quasi un rituale di scongiuro. Un dispositivo da tenere innescato che tiene la mira sull’essenziale vocazione al regresso che ha una lingua di minoranza in continuo dialogo con la sua origine.

Bisognava forse, per portare il Friuli a un livello di coscienza che lo rendesse rappresentabile, esserne sufficientemente staccati, marginali, non essere troppo friulani e, per adoperare con libertà e con un senso di verginità la sua lingua, non essere troppo parlanti (…) compiersi da una lingua a un’altra (1). Compiersi nell’accordo tra la propria voce e quella della comunità (Pier Paolo Pasolini: In Living Memory a cura di Ben Lawton, Maura Bergonzori New Academy Publishing, 2009). Un accordo sonoro ma anche politico, per un agire libero e responsabile. Compiersi nell’alleanza tra la lingua e il paesaggio che la lingua scrive. La politica ci riguarda sempre. É uno spazio grande. É uno spazio per le alleanze. Per accordarsi. Ha bisogno della nostra voce. Riflette il grado di tutte le nostre intelligenze. Penso che l’accordo ulteriore sia il lavoro e la coerenza. Anzi, prima di tutto la presenza. Essere presenti a sé e all’intorno. Una pratica che divelle l’automatismo che siamo.

Occuparsi della lingua è occuparsi dei luoghi, luoghi che mutano continuamente o che ci restano conficcati per sempre uguali, occuparsi del tremolio del rosmarino, della salvia, dell’alloro che cresce sulla sua tomba a Casarsa. É essere eredi dei nostri stessi passi cercando di fidarci della parola.

191116
34 parlo e sono muta – le impercettibili dita di una cometa sperduta mi fanno analfabeta del vuoto dalla a alla zeta caduta e smarrita sempre in attesa della vita su questo improbabile pianeta mi spinge l’aria sfinita del desiderio mi sfinisce la fata inaridita delle sere mi sperde la calma eremita del tempo cerco la durata la parte segreta della ferita a riempire di terra la mia risalita cerco di evitare la mia coltellata e ricordare che sono stata poeta ardente e quieta
(Casadolcecasa, Miraggi 2021)

antonella bucovaz topolò, ventisei aprile duemilaventidue