A caldo – su Ciberneti di Francesco Terzago


A me non era mai capitato di vivere un’esperienza di suspense leggendo una poesia. O per lo meno leggendo testi in versi di lunghezza medio-breve. Dopo avere attraversato non senza sussulti emotivi (al limite del raccapriccio) i primi tre-quattro testi di Ciberneti, il lettore non può che mettersi sul chi vive. Qualcosa di inquietante può “accadere” dopo ogni accapo; una metamorfosi inaudita può venire a turbare alcune delle gerarchie ontologiche cui siamo abituati, per lo meno nel mondo di quei contenuti tenuti a confrontarsi con il principio del “minimal departure”. Gli scostamenti dalle logiche della realtà come la conosciamo sono infatti, qui, davvero troppi; e aggiungerei: per fortuna! Né voglio togliere al lettore il piacere – molto vicino all’esperienza horror – che si può trarre da una lettura nel caso filata di questo prezioso volumetto. Semmai dirò che Terzago realizza un tipo di poesia narrativa capace di far lievitare la descrizione, persino quella di tipo (perfidamente) tecnologico-tecnicistico, trasformandola nell’interpretazione straniata di un universo in trasformazione. Qualcosa di apparentemente statico – un luogo, una macchina, financo un pianta – si dinamizza sotto i nostri occhi, rivelando tutta la propria crudeltà. Il passaggio dalla stasi al movimento è, inizialmente, quasi impercettibile. Ma poi le cose precipitano, e non si torna più indietro. Quella era un’immobilità segnata – fin dall’inizio – da altro, da un male che infine la vince su tutto. Certo. E a questo punto potremmo parlare di Antonin Artaud (del teatro della crudeltà in quanto messa in scena dell’irrappresentabile, e dunque dell’osceno in senso perfettamente etimologico), potremmo discettare di postumano (Terzago scrive poesie che trattano i soggetti viventi come sottospecie di macchine) ma anche di una cosa tanto ahimè di moda come la distopia. Forse però, visto che qui si descrive-racconta non in prosa ma in versi, in perentori versi, andrebbe detto qualcosa sugli strumenti ritmici di Ciberneti. Che sono curiosamente affilati e per nulla scontati. Da qualche anno a questa parte, osservo che un certo tipo di verso lungo narrativo sta prendendo piede in Italia a opera di poeti che lo praticano con perizia e fluidità (mi vengono in mente cose di Valentino Ronchi e Demetrio Marra, ad esempio). Anche Terzago ci fa capire che le sue scansioni, occasionalmente “tradizionali” (gli endecasillabi nascosti in realtà ci sono), si fondano su una norma che ha alle spalle le lunghe lotte novecentesche per la conquista di quel ritmo discorsivo che in Italia un tempo (fino ai romantici) si compendiava nello sciolto di undici sillabe. Ora, si può discorrere e raccontare “tonalmente” (non a-tonalmente, dico) avvalendosi di un metro che non è scommessa ma istituzione saldamente nuova. I frequenti e a volte simmetrici enjambements, con le relative pausazioni interne, testimoniano dell’autonomia di questo verso. Questa cosa mi piace perché segnala la vitalità di un mondo poetico che ormai si è conquistato uno spazio e una voce. E da lì, ben attrezzato, può ripartire per le proprie scorribande sempre più perturbanti.

 
 
 
 
biosfere
 
Quando non riesci a prendere sonno
guardi dei video sulle biosfere dove
ecologhi dilettanti assemblano
contenitori ermetici grandi quanto
una zucca. Dentro vi sigillano
alcuni litri d’acqua e piante e animali
grossi come granelli di sabbia presi
da un fiume, da una pozzanghera,
dal mare che, da quel momento,
proseguono la loro esistenza ignari
di ciò che gli è accaduto. Le forme
di vita più complesse si estinguono
mentre altre prosperano nel riuso,
farebbero lo stesso degli automi
opportunamente programmati.
La visione di quegli involucri e poi
della luce stellare che li alimenta,
rallenta il ritmo cardiaco e non è più
necessario massaggiarsi tempie e polsi.
Un odore di liquirizia bruciata
sale dal computer che ci dà le immagini
di questi dardi che attraversano il tempo.