Un piccolo miracolo – su Giulia, l’evaso e la Verfallenheit di Letizia Gava, Andrea Cozzarini, Alessandro Stoppa


Qualche anno fa nella mia scuola accadde un piccolo miracolo: alcuni studenti mi fermarono in corridoio e mi chiesero di poter usare la biblioteca scolastica, di pomeriggio, per leggere poesie. Sorpreso, assecondai il loro entusiasmo e iniziarono gli incontri del Gruppo Poesia del Liceo «Leopardi-Majorana» di Pordenone (tutti gli altri modi di chiamarsi nel tempo furono scartati). Le poesie che si leggevano non erano quelle proprie, come accade di solito, bensì quelle di altri poeti. La questione in gioco era più grande. Così, negli anni, leggemmo e discutemmo su Sereni, Caproni, Benedetti, Celan, Penna, Magrelli, De Angelis… e man mano i ragazzi si interessarono anche alle nuove uscite. Invitammo alcuni autori (che loro interrogavano), quali Stefano Dal Bianco, Gian Mario Villalta, Tommaso Di Dio. Con più confidenza, poiché aprire la bottega di un poeta è affare difficile, iniziarono a leggere i propri testi. Abbiamo partecipato a letture e rassegne, non solo a scuola. Qualche studente ha continuato ad animare il gruppo anche dopo il Liceo, persino durante la pandemia. Anche adesso che sono «dispersi» per l’Italia, tre di loro continuano a sentirsi, a scrivere e soprattutto a prendere la poesia come una cosa seria delle loro vite.

Abbiamo scelto di radunare in questo volume i loro testi migliori per mostrare un percorso di poesia, che è sì accaduto per misteriose contingenze, ma che è stato coltivato nel tempo, senza sconti. Essi si muovono a partire dagli autori cui sono più affezionati, tra i quali Mario Benedetti: l’incontro con la sua poesia è forse stato il più decisivo. Lo si intuisce dalla sintassi, che sospende le figure evocate nelle scene, e dalla voglia di allungare i versi, auscoltandone il ritmo interno. Eppure le ossessioni e il portato della memoria è tutto loro.

Alla ricerca dell’evaso (o quasi morto) di Letizia Gava è un tranche de fiction, un casus quasi allegorico che inscena una ricerca: una voce maschile parla da un paesaggio padano di qualche decennio fa e, partendo da una locanda, si mette sulle tracce di un assente, mentre nessuno dei presenti se ne accorge. In questa ricerca senza pietà si perdono i confini di chi parla, forse non ha parlato nessuno, o anzi chi è cercato è morto o non c’è mai stato e chi cerca cerca invano («che tutte le ore / in cerca di qualcosa che non c’è, né è mai stato / stanno appostati, pronti a voltarsi, / a trovarlo, dappertutto dietro l’angolo»), ma comunque non deve mai voltarsi. La sintassi sospesa, talvolta ellittica o nominale, incespica su incidentali e monosillabi e vuole incarnare l’avventura di chi esce da sé per inseguire un ritmo tutto interno alla mente.

Giulia e altre poesie di Andrea Cozzarini si apre con una corona di testi sulla figura di Giulia, costruita per lampi frammentari, dai quali traluce l’inquietudine rappresa, specchio di quel morbido fermento con cui un altro personaggio (un io che appare a un certo punto) evoca la relazione con lei, tra la casa e uno scorciato sfondo urbano. Di questa storia il dopo non intende farsi prima, ma solo stare ancora in quel sottosopra che ricorda la distanza. È un dopo senza gioia né rimpianto, è un incompiuto vivere ciò che forse a tratti pareva vicino: «[…] non potrei, / se volessi». È uno sguardo pulito, nonostante gli inserti in inglese (tra cui anche il titolo di una canzone, Don’t go breaking my heart di Elton John) e gli asintattismi. Nella seconda parte invece Giulia scompare e le poesie si inoltrano nell’infanzia a esplorare la paura, come si scorge per esempio nell’immagine della cavalletta: «più tardi, quando in silenzio andavamo / a dormire, coricata nella sua tana / nell’incavo della notte, attraverso la porta / accostata la sentivamo masticare». È un’infanzia familiare, di maschi che sparano ad animali, di atti di natura dalle tonalità soffusamente epiche, anche se nei racconti composti degli altri s’insinua la guerra e il senso di morte: per esempio il mitico zio, che ha sparato al gallo cedrone (è stato il primo della valle) e «da giovane, a qualche soldato»; o la trincea, che porta a immaginare il «baleno di fucili». Nella raccolta il verso si distende: più teso all’inizio, più vibratile e nitido nella seconda parte, tra la spigolosa corporeità di attriti, pietre e sudore.

Il nostro futuro è dove rimani di Alessandro Stoppa è un misurato gruppo di testi intensi, per la maggior parte caratterizzati da un sinuoso movimento dei versi lunghi e dalla figura della ripetizione (qui non c’è, tanto, tanto quanto altrove, avanti ancora avanti). Si ha l’impressione di essere di fronte a una voce che non sa collocarsi nel tempo, non procede verso alcun orizzonte, neppure quello della memoria, come si nota nelle poesie sui partigiani e sulla val Resia, tutti resti, residui, cremazioni, frutto di racconti d’infanzia, sentiti da un esterno che non riesce a mai a entrare. Questa mancanza di direzioni rende il presente di quella voce incerto ma, al contempo, in questa sospensione si apre la possibilità dello stare nella relazione (come quelle due figure che non si parlano ma, in due stanze attigue, ritardano insieme l’insonnia) e di esplorare la lingua fino a farsi stordire da quella sorta di chiarezza inaccessibile che risalta dall’ultima prosa, dove la parola (estranea) viene concepita quasi con valore performativo.

 
 
 
 
Non saprei dire dove da ultimo
l’ho visto, se anche era ieri o anni fa.
La strada è deserta e un poco in salita,
io prendo le laterali più strette, sempre meno
vedo visi di altri, ma il suo sì deve esserci;
è più di un’ora, poi credo, che non torno indietro,
allora mi volto come un bambino
chiama la madre nel mezzo della strada
e la scopre lì, a pochi passi da sé,
ma io ho dietro invece solo vane tracce
che mi convinco non, ma so, allontanarmi dalla fine.
 
Letizia Gava
 
 
 
 
 
 
Fuori dall’erba era il brivido
di toccare, averti toccata
un attrito che risuona come pietre
nell’intestino, sotto la luce del santo
 
Ora Giulia non la vedo da mesi
che si alzava di slancio, controllava
il trucco nel finestrino
stai meglio senza ho mentito
guardando la luce verde scenderle
sulle mani affilate e al binario
mentre passava accanto al mio viso
forse mi avrebbe guardato
fatto ciao con la mano
e anch’io magari qualcosa,
a sapere
 
Andrea Cozzarini
 
 
 
 
 
 
Appena abbandonata la strada, la strada di sassi
le edere rotte ai lati, il collo lungo delle canalette,
appena abbandonata la strada, per una molto
più stretta e ripida e calpestata da pochi, dalle scarpe
a suola imbottita, fra le felci e le lance dei biancospini
fu Andrea a cavare il coltello di tasca
e a guardare diritto negli occhi la cresta di nebbia
o forse entrambi, entrambi esultammo impauriti
nello specchio di nuove parole, lamenti rocciosi
macchiati soltanto qua e là di sole e un unico volgersi
volgersi sulla schiena coi talloni inchiodati e sempre
estraendo una lama, a polso freddo, dicendo attenzione.
 
Alessandro Stoppa