Poesia come politica, come ecologia, come tutto


 

In diversi libri di poesia usciti negli ultimi anni, specie tra gli autori più giovani, vi è un più intenso riferirsi alla dimensione biologica e neurocognitiva dell’essere umano, al suo essere incarnato e situato nell’ambiente (per esempio, accostando nella stessa scena eventi che coinvolgono particelle elementari a altri di natura cosmologica o geologica, o scomponendo il percepire nella sua materialità organica e inorganica). Sembra emergere un’idea di poesia come un’esigenza cognitiva della specie, dal momento che, nel leggerla, si compie un rito fossile, in cui la voce di un uomo entra nel corpo di un altro tramite il suono del pensiero. Nella mente è infatti il suono a consentire l’accadere del pensiero, innervato nella lingua, poiché è presente già nel momento in cui si formano la sintassi e il lessico. Da questa materia sonora e linguistica chi ascolta prende coscienza del suo sentirsi vivo, poiché è tutto il corpo a protendersi per l’inclinazione naturale a imitare il movimento e il ritmo. Leggere una poesia è muoversi nello spazio per percepirlo con la materia sonora cosciente. E questo incarna l’agire dell’essere umano.

Condividi questo scenario? Quali di questi aspetti ti interessano di più nel fare poetico tuo e degli altri? Quali possono essere gli effetti sulla lingua dell’attenzione alla dimensione biologica e cognitiva dell’uomo? Ti vengono in mente degli esempi? Quali libri, non solo di poesia, hanno sollecitato la tua riflessione su questo argomenti?

 
 

La poesia, come forma d’arte, si dice intrinsecamente politica, dal greco antico politiké, che attiene alla pòlis, la città-stato, con sottinteso téchnē, arte o tecnica; il complesso delle attività che si riferiscono alla vita pubblica e agli affari pubblici di una determinata comunità di uomini. Sulla scia dell’opera di Aristotele ha anche a lungo indicato l’insieme delle dottrine e dei saperi che hanno per oggetto questa specifica dimensione dell’agire associato. Azione, tecnica, comunità, e quindi: agire associato. Per forza di cose, dunque, la poesia è intrinsecamente politica, e come tale vive nello spazio dove si attua l’agire associato. Si dice: il luogo comune; si dice: le corde del mondo. Se cambia il mondo, il luogo comune, cambiano gli uomini che lo pensano e lo vivono e lo creano e lo subiscono, perciò cambia la poesia. La poesia, come la politica, segue anche il potere e la massa, crea outsider, gruppi, correnti di pensiero. E oggi, se esiste un ministero della transizione ecologica, non può non esistere una poesia ecologica, una letteratura ecocritica, una filosofia bioetica. Riflettere poeticamente sulla natura, in senso lato, significa ovviamente maneggiare anzitutto il linguaggio tecnico che la riguarda, non solo quello scientifico, ma anche la semiotica e l’estetica, come le parole cambiano (ancora: politicamente) le proprie sacche di significato nel tempo. Cambiano i programmi scolastici (come non ricordare la famosa traccia d’esame sul tardo Caproni ecologico tanto criticata?), e insegnare geografia significa anzitutto insegnare la fluidità del presente, dei confini, dell’ambiente, insegnare la parola antropocene (o oligantropocene o caitalocene o urbanocene o piantagionocene o machinocene o chtulucene), spiegare lo specismo e l’antispecismo, insegnare bioetica, di nuovo dal greco, “che vive”. «Vivere una vita non è attraversare un campo», mi ricorda un amico poeta citando un grande poeta come Pasternak. Ma anche, gli ultimi versi di una poesia del poeta cinese Bei Dao: «alla fine tu diventi padre / attraversi i campi a grandi passi». La poesia è politica e riguarda l’agire, perciò riguarda il vivere. La morte pure riguarda il vivere, quindi anche quella è poesia, e chiaramente, è politica. Non può la poesia non interessarsi oggi della dimensione biologica se questa è fondamentalmente presente, sempre più presente come questione, nell’agire associato degli uomini. Presente in forma esplicita, implicita, oppure può agire per sottrazione, nel silenzio del non-detto, nella prospettiva di uno spazio letterario. Soprattutto nell’appropriazione dello spazio che è lotta quotidiana delle giovani e dei giovani che tentano con la poesia, la letteratura, l’arte tutta, di delinearne la propria mappa circostante.

Cerco nell’arte una parola, un discorso, qualcosa che dica qualcosa. La narrazione, che è sempre presente (e perciò politica), mi dice, porta significato, senza l’inutile distinzione di forma e contenuto, entrambe narranti. Ci sono narrazione fantasy più reali del reale, se narrano riuscendo a dire qualcosa; ci sono instant-book che non dicono nulla dell’istante in cui ci troviamo; ci sono forme senza tempo che riescono a dire cose valide ieri e oggi e domani. Come ogni crisi, e come ogni cambiamento, l’antropocene ha bisogno di rappresentazioni e di racconti. Il racconto della crisi del pianeta deve superare però due ostacoli: i recinti tematici dei sottogeneri e la difficoltà di costruire quel racconto come una buona storia. Perché se questa storia non risulta buona, allora non dice e diventa inutile narrarla. Smettere di narrare significa smettere di interessarsi al vivere, e per certi versi, smettere di essere politici. Posizionarsi: scegliere il ruolo dell’io, del narratore, del taglio, del punto di vista, anche questa una scelta politica. Vedere il mondo dal punto di vista di un drone, oppure utilizzare una lingua fredda, gelida, di macchina. Ma anche dire quanto questa mega-macchina ci schiaccia, quanto la vita non sia attraversare un campo.

Penso alle mie montagne, a quanto ci vorrei tornare, penso a quanto non siano mie, ma solo il sogno di esse. Ne scrivo, e vedo che la lingua e il pensiero sono parte del paesaggio, del mio muovermi attraverso di esso, mentre sono a casa, in città, in macchina, mentre leggo, cucino, ovunque. Un poeta veneto lo dice meglio di me, Paolo Steffan: «Negli spiazzi del paese, sotto ombre / avvizzite di campanili, non riesco più / a vederla, la mia gente senza più fame. // Sotto gli spioventi dei tetti, sotto quei rami / tarpati da rumori di coppi e suoni / di rotaie, il treno carico di niente e ombre». Perché credo che il fondo comune che ci spinge e dire una poesia ecologista sia un sentimento del male che ci spaventa. Che il male ci sembra sempre più evidente, inesorabile, probabilmente inarrestabile, si intrufola nei discorsi come una peste: «ricorreva col pensiero all’agosto, alla vernaccia, al disordine; avrebbe voluto poter dar loro tutta la colpa; ma a queste idee si sostituiva sempre da sé quella che allora era associata con tutte, ch’entrava, per dir così, da tutti i sensi, che s’era ficcata in tutti i discorsi dello stravizio, giacché era ancor più facile prenderla in ischerzo, che passarla sotto silenzio: la peste». Se questa nostra è la generazione della precarietà e della crisi, e il ritardo economico si riflette sul piano cognitivo, e «la dignità che è indispensabile per un uomo in formazione si cerca altrove che nel lavoro; la catena socialmente consapevole che cinquant’anni fa appariva infrangibile, lavorare-essere pagati-pagare-comprare, è evaporata in una nebbia di delusioni e speranze in cui sembra che il denaro abbia perso la propria funzione di perno, in quanto collegato al lavoro», allora è, questa nostra, anche la generazione del dolore. La poesia della mia generazione parla di questo dolore e di come affrontarlo.

 

Disclaimer: parlo per interposte-persone, ripeto per immagini, scorci e accenni cose di altr*. Vorrei chiudere citando alcun* autor* che mi hanno attraversato la mente scrivendo questo breve riflessione, in ordine sparso, di tempo e spazio: Bei Dao; Boris Pasternak; Niccolò Scaffai; Walter Siti; Filippo Tuena; Mario Rigoni Stern; Giacomo Leopardi; Margaret Atwood; Donna Haraway; Timothy Morton; Johathan Franzen; Paolo Steffan; Prisca Agustoni; Francesco Maria Terzago; Diletta D’Angelo; Bernardo Pacini; Leonardo De Santis; Francesco Targhetta; Andrea Zanzotto; Giorgio Caproni; Faruk Šehić; Diego Conticello; Laura Pugno; Massimo Palma; Lidia Yuknavitch; Antonella Anedda; Anne Carson; e sicuramente qualcuno sto dimenticando, mi perdoneranno.

 
 
 
 

In copertina: opera di Louise Manzon in esposizione alla 23ª esposizione internazionale “Unknown Unknowns. An Introduction to Mysteries”