“Voglio parlare di te”, ripete la voce in ‘Winter Holiday’, davanti a un mare che inghiotte tutto. Da quel verso, scritto nel borgo di Baltimora – Contea di Cork, nel novembre del 1997, nasce il titolo di Se è la fine del mondo voglio tenerti per mano, la nuova raccolta di William Wall pubblicata da Samuele Editore per Pordenonelegge, nella collana La Gialla, con la traduzione di Adele D’Arcangelo.
Nato a Cork nel 1955, città di cui è stato il primo Poet Laureate nel biennio 2021-2022, Wall è una delle voci più stimate della poesia irlandese contemporanea, oltre che autore di otto romanzi — tra cui This is the Country, finalista al Man Booker Prize nel 2005 – e di diverse raccolte di racconti, premiate tra gli altri con il Drue Heinz Prize. Da anni vive tra l’Irlanda e l’Italia, in particolare Camogli, un legame che ha già dato vita a due romanzi tradotti nella nostra lingua.
Questa antologia raccoglie testi scritti in un arco di tempo lungo, e li tiene insieme senza sezioni dichiarate, solo col respiro di tre asterischi. Si passa dall’intimità di una casa d’infanzia, di una madre, di un amore, all’urgenza politica di Gaza, di Lampedusa, del cambiamento climatico — come se per Wall non ci fosse una vera distanza tra tutti questi elementi.
Roberto Cescon: Il titolo di questa raccolta, Se è la fine del mondo voglio tenerti per mano, è anche un verso della poesia ‘Winter Holiday’. Perché ha scelto proprio questa frase come titolo?
William Wall: È stata Adele, la traduttrice del libro, a suggerire questo titolo che ho trovato subito perfetto, poiché la raccolta propone tre temi principali, l’amore, la perdita e la politica, e il titolo sembra proprio racchiuderli tutti e tre.
R.C.: Il libro si apre con ‘The Ship of Theseus/La nave di Teseo’, una poesia sull’identità che si rinnova. Perché?
W.W.: L’antico mito greco della Nave di Teseo pone una questione filosofica che mi affascina molto. I greci amavano così tanto il leggendario eroe Teseo, re di Atene, che preservarono la sua nave come fosse un monumento nazionale. Ma ovviamente col tempo alcune parti dell’imbarcazione in legno furono soggette a un costante deterioramento e queste parti venivano man mano riparate o sostituite. A un certo punto l’intera nave era stata sostituita con parti nuove e ci si pose la domanda: questa è ancora la nave di Teseo oppure è un’altra nave? Domanda posta anche da Yeats in una sua celebre lirica ‘Among Schoolchildren’ (tradotta come ‘Visita alla scuola’ da Giorgio Melchiori per Einaudi): “Come possiamo distinguere il danzatore dalla danza?”, ovvero resto la stessa persona se cambio? Questo quesito esprime anche la mia insicurezza. Non ho mai avvertito di sapermi comprendere a fondo come sembra invece succedere alla maggior parte delle persone. Non sono sempre sicuro di me stesso, o delle mie opinioni o parole. Forse chiedo troppo nel pensare che questa mia poesia possa reggere tutto questo carico filosofico? Ecco comunque, questi versi sono costruiti sull’antico mito e sul paradosso filosofico che ne deriva.
R.C.: Nella raccolta l’idea di “casa” torna spesso — come luogo d’infanzia, come famiglia, ma anche come qualcosa che si perde (penso a ‘Ghost Estate’). Per lei cosa significa “casa” oggi, dopo anni divisi tra Cork e l’Italia?
W.W.: Un vecchio detto recita ‘La casa è dove si trova il cuore’ e in un certo senso è vero. Mi sento sempre più a casa, per esempio, in Italia, a Camogli, rispetto all’Irlanda, eppure in Italia resto comunque ‘l’irlandese’. Si tratta dello status di esiliato di cui si parla spesso in relazione agli scrittori irlandesi che vivono all’estero, anche se in questi tempi di migrazioni forzate a causa delle guerre, delle carestie o dei cambiamenti climatici, si può apparire piuttosto indulgenti quando si viene definiti esiliati, dato che è stata una propria scelta vivere lontano da casa. La verità è che il concetto di casa assume significati diversi nel corso di una vita. Un tempo per me la casa è stata il villaggio di pescatori dove sono vissuto da bambino, un luogo che non avrei mai immaginato di poter lasciare, nonostante i magnifici mondi di cui leggevo nei libri da me divorati. Poi è stata la casa a Cork, dove io e mia moglie abbiamo cresciuto i nostri due figli e lavorato come insegnanti. Poi è diventata un luogo ibrido, una sorta di Corkamogli. E forse adesso è questa la mia casa, una combinazione immaginaria di Irlanda e Italia, e nella mia mente appartengo a entrambi i luoghi.
R.C.: L’indice è diviso da asterischi (*, **, ***) invece che da titoli di sezione espliciti. Perché? Il libro si muove tra poesie molto intime — la casa, la madre, l’amore — e testi apertamente politici, su Gaza, Lampedusa, i migranti. Come convivono questi due registri?
W.W.: Semplicemente perché non volevamo imporre una divisione esplicita tra le diverse sezioni dedicate ai temi dell’amore, della perdita e della politica. In parte perché sono convinto che tutto è sempre correlato. L’amore e la perdita presentano anche una dimensione politica, ovvero, si può essere in lutto o innamorati in un senso profondamente politico, e non esiste la perdita senza l’amore né l’amore senza il senso di perdita. In realtà, con l’aumento di istanze fasciste in tutta Europa e a causa anche di come il mondo si presenta oggi, cresce anche la sensazione dell’essere in lutto. Poi certo, ci sono quei momenti di solidarietà che ci muovono oltre le parole: la solidarietà è una forma di amore politico. Penso a quegli incontri con persone le cui azioni e parole si rivolgono alla nostra anima e ci nutrono.
R.C.: Lavora con Adele D’Arcangelo da molti anni. Come funziona il dialogo traduttivo tra voi?
W.W.: Io e Adele ci conosciamo ormai da quasi vent’anni. Dobbiamo il nostro primo incontro a un amico comune, il poeta, accademico e traduttore Giovanni Nadiani, che ci ha purtroppo lasciati. L’intesa è stata immediata e a quei tempi io stavo cercando di imparare l’italiano e questo ha reso tutto più semplice. Alcuni miei libri sono stati tradotti in altre lingue come l’olandese o il cinese, di cui non posseggo una sufficiente conoscenza o chiave di lettura, dunque in questi casi il processo traduttivo è risultato molto distante, nonostante abbia avuto ottimi rapporti con i traduttori. Con Adele, invece, nel corso degli anni la collaborazione è divenuta sempre di più anche una amicizia. Adele ha un orecchio davvero attento e capace di cogliere le espressioni inglesi (anche se l’espressività anglo-irlandese a volte necessita di mie spiegazioni più precise). Io sono convinto che alla fine del processo, una raccolta di poesie in traduzione è un libro nuovo, una collezione in due lingue che diventano due libri. Quindi Se è la fine del mondo voglio tenerti per mano per me è “il nostro” libro.
R.C.: Ha accennato altrove a scrivere versi direttamente in italiano. In che rapporto sta questa scrittura con la sua poesia in inglese — sono due voci diverse o la stessa voce in un’altra lingua?
W.W.: Sono ancora molto all’inizio di questo processo. Non sono convinto di poter andare in qualunque direzione e le poesie che scrivo in italiano sono davvero liriche nella forma più semplice. Mi ci ritrovo perché è la lingua che mi guida – cosa che vale sia per l’inglese sia per l’italiano. Penso ci siano connessioni tra quello che scrivo in entrambe le lingue, di sicuro i temi ricorrono. Ma come ho detto, si tratta di un inizio, non so ancora dove questa scrittura mi porterà.
R.C.: C’è qualcosa che riesce a dire solo in versi e non in un romanzo, o viceversa?
W.W.: Può sembrare strano, ma è più semplice essere diretti, in senso politico, in poesia che in un romanzo. Non so dire, però, come mai sia così. Forse ha a che vedere con il mio stile, che combina lirica e retorica in un modo che ho appreso dal nostro grande W.B.Yeats. Credo, inoltre, che la poesia sia più capace di esprimere l’esperienza personale, anche se a ogni presentazione di un nuovo romanzo mi chiedono se quello che ho scritto è autobiografico! I romanzi presentano l’intera architettura di una storia, anche romanzi privi di trama, hanno quell’architettura e le caratterizzazioni ecc. Tale architettura necessita di essere riempita in tutti gli interstizi. Tutto questo materiale extra distrae in un modo che alla poesia non risulta proprio possible. O almeno, non dovrebbe. La poesia è l’essenza della cosa. Se non sei in grado di dire qualcosa in poesia, significa che non hai niente da dire. Anche se, ahimé, questo non ci trattiene a volte…
È comunque anche vero che i critici non sembrano in grado di riuscire a confrontarsi con i temi politici nella narrativa. Gli mancano le letture politiche o l’esperienza, che sono necessarie, oppure si sentono a disagio perché temono di essere coinvolti in dibattiti politici e di essere accusati di prendere una posizione. Anche i lettori possono avere reazioni simili. Quindi quando ti giudica un critico che ha un senso della politica è qualcosa di cui far tesoro. Inutile aggiungere che la frase fatta usata da tutti gli scrittori – cioè quando affermano che già lo scrivere è un atto politico – corrisponde a verità, anche se non sempre nel modo in cui si vorrebbe. Molti libri dimostrano come sia spesso praticata l’arte del celarsi all’interno dello status quo. Io ho cercato in tutta la mia vita di evitare di nascondermi.
R.C.: Se dovesse scegliere due o tre poesie di questo libro da far leggere a chi non la conosce ancora, quali sceglierebbe, e perché proprio quelle?
W.W.: Proporrei tre poesie brevi che possono dire qualosa a una persona che mi legge per la prima volta.
La prima è “I would know your step/Riconoscerei i tuoi passi”, una poesia d’amore dedicata a mia moglie Liz. Il nucleo della poesia afferma che quando amiamo qualcuno, un genitore, un figlio, un amante o un caro amico, siamo in grado di riconoscere la persona a distanza e in mezzo a una folla, quando per esempio sentiamo i suoi passi, o ne cogliamo un unico semplice aspetto, mentre si muove. La minima traccia della forma, all’istante evoca la persona amata.
I would know your step
the set of your shoulders
the way you hold your head
if you walked across the horizon
three miles distant
wherever they have horizons
steppes or deserts
I would know your step
I would know your voice
if you stood in a choir of voices
in the world’s biggest choral anthem
some unimaginable allelujah
in the biggest cathedral
on the horizon of a steppe or desert
I would know your voice
I would know your hair
in a curiosity shop of copper
in a chest of chestnuts
in a goldsmith’s workshop
your red gold hair
in a cathedral of copper and gold
on the horizon of a steppe or desert
I would know your hair
I would know the sounds
you make in sleep
the noise of your dreams
if you were the chorus
of a great cathedral
or the copper in a wire
the curiosity of goldsmiths
on the horizon of a steppe or desert
I would know the sound
Riconoscerei i tuoi passi
il profilo delle tue spalle
il modo in cui pieghi la testa
se camminassi all’orizzonte
a tre miglia di distanza
ovunque ci siano orizzonti
steppe o deserti
riconoscerei i tuoi passi
riconoscerei la tua voce
all’interno di un coro di voci
che canta il più grandioso inno corale
un alleluia inimmaginabile
nella cattedrale più immensa
all’orizzonte di una steppa o di un deserto
riconoscerei la tua voce
riconoscerei i tuoi capelli
in una bottega di stranezze di rame
in una cesta di castagne
nel laboratorio di un orafo
i tuoi capelli rosso oro
in una cattedrale di rame e oro
all’orizzonte di una steppa o di un deserto
riconoscerei i tuoi capelli
riconoscerei i tuoi suoni
durante il sonno
il rumore dei tuoi sogni
se tu fossi il coro
di un’immensa cattedrale
o il rame in un cavo
o la strana creazione di un orafo
all’orizzonte di una steppa o di un deserto
riconoscerei quel suono
La seconda poesia è intitolata “My mother’s keys/Le chiavi di mia madre” in cui ho provato a catturare quel sentimento che tutti vivono quando perdono un genitore, e cioè che vorremmo dirgli ancora qualcosa, senza averne più la possibilità. I versi menzionano tutte le varie chiavi che mia madre usava nella sua indaffarata vita di tutti i giorni e terminano con il desiderio di trovare un’unica chiave per una casella postale in cui poter inserire una nota per lei.
My mother’s keys
my mother’s keys are in a bag
I am afraid to open
the key to the locked drawer
where we kept the takings
bank books
the float
the keys of the shop
in the cold clear seaside mornings
a sticky yale and a deadlock
the smell of wet seaweed
the keys of the house
and certain unknown keys
to the past
or the future
possibly the key to everything
blackening in there
like the others in every way
I am afraid in case
opening the bag might bring
all the usual consequences
for mythical containers
everyone knows
wishing is a dangerous activity
for we may get what we wish for
but not what we want
and yet I wish on this bright morning
for a key to a PO Box
that I could put a note in
Le chiavi di mia madre
le chiavi di mia madre sono in una borsa
ho paura ad aprirla
la chiave del cassetto serrato
dove tenevamo gli incassi
i libri contabili
il resto
le chiavi del negozio
nelle fredde limpide mattine di mare
una serratura difettosa e una a scatto
l’odore di alghe bagnate
le chiavi di casa
e alcune chiavi mai viste
del passato
o del futuro
forse la chiave di tutto
che annerisce lì dentro
identica alle altre
ho paura che aprire
la borsa possa causare
ogni prevedibile conseguenza
per contenitori mitici
tutti sanno che
desiderare è un’attività pericolosa
poiché possiamo ottenere ciò che desideriamo
ma non ciò che vogliamo
però in questa luminosa mattina desidero
una chiave per una casella postale
in cui poter inserire un biglietto
L’ultima poesia che propongo è ‘The shield maker/Il fabbricante di scudi’. Questi versi fanno riferimento alla divintà omerica Efesto, costruttore dell’armatura e dello scudo di Achille. La descrizione dello scudo nell’Iliade è così dettagliata che ha ispirato diversi scrittori nel corso dei secoli. Ha anche dato il nome a un termine letterario, l’ecfrasi, ovvero una descrizione verbale molto dettagliata di un’opera d’arte visiva – nel mio caso una poesia su un’opera d’arte visiva. Ho scritto il testo poco prima che George W. Bush dichiarasse guerra all’Iraq nel 2003. E ho immaginato che il costruttore di scudi ha generato un campo di terra incolta, dove prima il campo era tutto d’oro. Inutile dire che ho clamorosamente sottostimato i danni che l’infinita avidità statunitense può provocare al mondo. Una poesia ancora valida ai nostri giorni, quando un altro presidente, forse persino più ottuso e avido di Bush, esercita la propria soverchiante supremazia su un mondo che ne ha avuto più che abbastanza.
The shield maker
we may say
he made also a great
fallow field
large and three times
over-ploughed already
labourers he made there
and ploughboys
turning their horses up and down
furrow by furrow
and the ploughed-land was dark
behind them
though the field was of gold
on the eve of war 2003
Il fabbricante di scudi
potremmo dire
che creò anche un grande
campo incolto
ampio e già per tre volte
arato in eccesso
lì creò dei lavoratori
e ragazzi all’aratro
a girare i cavalli avanti e indietro
solco dopo solco
e la terra dissodata era scura
dietro di loro
anche se il campo era d’oro
2003 – vigilia della guerra

