Sette canti contro lo Scontento di Davide Rondoni

È un invito al viaggio di baudelairiana memoria, un inno alla gioia, al desiderio inteso come mancanza, come preghiera, quella più vicina alla vera assenza, quanto più è importante tanto più è prossima a evolversi per arrivare all’uno che ci fa dire: “Non esiste nulla tranne lui”. È questa la sostanza che attraversa il poemetto, Sette canti contro lo scontento per i tipi Garzanti, il nuovo atto poetico di Davide Rondoni che ritorna sulla scena dopo dieci anni di silenzio e di oblio riflessivo. Questa volta scende in campo allargando con amorevole gentilezza le fauci del leone contro il «Principe del tempo», lo Scontento, il Moloch che tutto divora. Il poemetto scritto in prosimetro si estende in sette canti, fa pensare alle sephirot della Kabbalah, a un viaggio alchemico, trasformativo dal nigredo, l’incontro con l’ombra introspettiva, all’albedo, la luce interiore. L’autore si muove danzando con la grazia di un derviscio, consapevole di essere un tramite tra il mondo materiale e l’invisibile per scalare i sette livelli della coscienza e del cammino silenzioso e lento verso la saggezza interiore che in fondo è l’arcano significato del numero sette in tutte le antiche mistiche sapienziali.

La mancanza è il motore essenziale che porta a muovere i più fervidi cercatori nell’erranza continua dell’ignoto e dell’oggetto del desiderio che, in realtà, non si vorrebbe mai prendere del tutto perché la vera letizia è la trasformazione dell’io poetico nel tu che l’autore dà: «Al ragazzo che ero sono stato sarò / a vent’anni correva vedendo prodigi / in che punto del tempo s’è fermato / e prosegue, ancora rami musicali / nel fiato, nastri di lacrime e tangenziali / sul fianco lupo / occhi come riflettori nei crepacci». È proprio nelle spaccature dei baratri che scruta Rondoni. Non sta parlando solo della sua vita, ma della nostra, cioè a dire di quella umanità che va sempre più corrompendosi, mangia, fa soldi, prolifica, rischia di cadere e cade nel tetro Scontento, nell’oscuro dell’anima.

Quel ragazzo che vede prodigi risveglia miti e archetipi antichi, guardiani della nostra soglia più recondita che ci guardano, come il grosso ratto con l’occhio polveroso: «E sotto, sotto gli uomini atterrati, mista a tubature, fibre ottiche, confusa tra radici, animali scivolosi, tuberi, buità, qualcosa corre, un essere senza pelle, vorrebbe erompere… Da oscurità indisturbate salire, […] Ora ha posato il muso di enorme ratto accanto al letto tra i mozziconi, i riflessi degli schermi, i tubetti di pastiglie. Vi guarda dormire male il suo occhio polveroso, dolente, imperiale» o come l’archetipo del re serpente, il Basilisco, che ha potere del male velenoso: «Re dei serpenti magici, detto anche Devasto, lo uccidi solo se gli rifletti contro lo sguardo» e dunque nel suo smarrimento, il poeta, ultimo Perseo, si ritrova a dover voltare lo sguardo a Medusa, al killer Scontento che non si deve guardare se non dallo scudo – specchio per non pietrificarsi perché il: «Nemico numero uno / il fiorire cupo / che non si vede nei film / non si vede ma / è negli specchi dove non passa nessuno».

Qual è lo scopo dell’esistenza? L’antidoto contro lo Scontento? L’autore prova a rispondere con un incantesimo per scacciare l’«elegante belva» mormorando «Laudato sii d’improvviso» in ogni luogo e in ogni contesto come un incenso sacro che purifica energie negative: «Se passa il Principe Tempo, il Principe del mondo, non abbassare gli occhi, ammirane il portamento. Ma bloccagli la mano con cui agita con sussiego il ventaglio. Sappia che lo sai: / non è lui il re – non lo sarà mai. / Mormora laudato sii d’improvviso / in edifici mesti, sale maleilluminate / piene di studenti corpi sudati, menti lievi, franate / e fa’ chiacchiere millenarie di consolazione / intorno al fuoco, veglie di funerali, / buttando lì qualcosa con il barista».

Leggendo si percepisce una linea leggera, quasi carsica, continua che fa da controcanto all’oscuro male. È una freschezza impalpabile, una luce, la letizia incarnata da una ragazza che inclina il viso, creatura allegra che dice: «Solo quel che fissi tra le lacrime / […] solo quel che ti fa sorridere tra le lacrime / vale tutto il tuo amore». Il poeta si inchina di fronte a lei che lo fissa da dentro, di fronte a quell’accoglienza che gli ricorda Nausicaa o la cura della Sunamita per il vecchio re David, lei che dice: «ehi, con labbra d’aria, dice: vai».

Così il senso del viaggio contro lo Scontento per l’autore è proprio di andare, andare sempre al massimo, non voltarsi indietro, inseguire quell’uno presente nel tutto, la letizia, la sottile luce, cercarla in tutte le regioni d’Italia e del mondo, nella Firenze di Luzi, Bigongiari, di Raffaello e dei «pittori celestiali con il loro blu – essere, il rosso – onore, l’oro sperdimento […] – in mezzo alla bellezza infuria più forte la lotta allo Scontento». E cercarla forte nei numerosi incontri di amici poeti, musicisti, artisti. Cercarla nella danzatrice dal gesto esatto millimetrico, nell’egiziano devoto ad Allah, nell’elettricista, nel viso dei figli di tutti, nella mendicante sdentata, nelle case per matti e bambini malformati, nell’Italia mediorentale di una Roma bulimica, sui murales periferici di New York, sulla 157 East nell’assolo del bluesman, nella donna che fissa negli occhi il lanciatore di coltelli e si fida solo di lui.

Ma in tutta questa tensione, Rondoni obbedisce all’invito di Nausicaa / Abisag e come un antico sciamano ci ripete ancora: «Io sono sulla strada […] io è della tempesta» e «Torna a oltrepassare mondi» a cercare la luce, la sola cosa che esista. Che circonda le nostre anime, tutto il creato e l’intero universo. La luce che intona il canto dell’allodola e della letizia, unica legge di bellezza e di amore in assoluta dazione: «Non mi sono fermato, / sono sulla strada, mi vedi? / ma tu sei l’amore / […] ti raggiungerò mai / mio unico cielo che rende / la vita vera? […] nel pianto delle stelle / sale una specie d’infanzia / che gli fa mormorare ancora laggiù / quel che per tutta la vita / era cucito sotto il bavero: ʽla mia gioia, la mia / gioia sei tuʼ».

Anita Piscazzi

 
 
 
 
gigli pazzi in bocca, gigli neri
 
sussurra voce selva:
tuo il turno, ora
ti mangia la faccia lo Scontento?
 
                 -ma le palpebre stringo
 
rivedo il bianco lunare dei filari
rido: non m’avrai elegante belva –
 
non ho più niente, viene la fragilità più forte
 
ma so girare lo sguardo, figlio
bastardo di poesia e possibile,
 
ho addosso la morte della morte…