Questa lingua è la fine del miracolo

 

In diversi libri di poesia usciti negli ultimi anni, specie tra gli autori più giovani, vi è un più intenso riferirsi alla dimensione biologica e neurocognitiva dell’essere umano, al suo essere incarnato e situato nell’ambiente (per esempio, accostando nella stessa scena eventi che coinvolgono particelle elementari a altri di natura cosmologica o geologica, o scomponendo il percepire nella sua materialità organica e inorganica). Sembra emergere un’idea di poesia come un’esigenza cognitiva della specie, dal momento che, nel leggerla, si compie un rito fossile, in cui la voce di un uomo entra nel corpo di un altro tramite il suono del pensiero. Nella mente è infatti il suono a consentire l’accadere del pensiero, innervato nella lingua, poiché è presente già nel momento in cui si formano la sintassi e il lessico. Da questa materia sonora e linguistica chi ascolta prende coscienza del suo sentirsi vivo, poiché è tutto il corpo a protendersi per l’inclinazione naturale a imitare il movimento e il ritmo. Leggere una poesia è muoversi nello spazio per percepirlo con la materia sonora cosciente. E questo incarna l’agire dell’essere umano.

Condividi questo scenario? Quali di questi aspetti ti interessano di più nel fare poetico tuo e degli altri? Quali possono essere gli effetti sulla lingua dell’attenzione alla dimensione biologica e cognitiva dell’uomo? Ti vengono in mente degli esempi? Quali libri, non solo di poesia, hanno sollecitato la tua riflessione su questo argomenti?

 
 

Penso che abbiate scelto di focalizzarvi su un punto centrale per la poesia italiana del presente e del futuro, almeno per quanto mi riguarda. Condivido molti aspetti dello scenario di questo “nuovo sentire” che avete delineato.

Personalmente, mi interessano particolarmente gli aspetti connessi alla natura cosmologica e geologica. Come mi chiedete, proverò ad apportare anche degli esempi concreti, a partire dal mio esordio Isola aperta (Interno Poesia 2020, Premio Gozzano Opera Prima). Da una parte, vi è l’idea di uscire fuori dalla nostra galassia, con una sorta di figura etimologica connessa alla radice greca e una rottura del concetto maschile di patria, che mi porta a pensare di «espatriarsi / oltre il latte materno e le galassie». Accanto alla fuoriuscita c’è l’insistere sul nucleo intimo, geologico: «un archeoscavo di forza, una spinta di orizzonti / per disapprendere tra eoni e galassie / ciò che pensavamo fosse dolore».

Ora che mi portate a rifletterci ancora, compare un interesse specifico anche per i minerali («basalto granito ossidiana», tipici della Sardegna), che probabilmente devo al lavoro in miniera e in fonderia di mio nonno Albino Ibba (1924-2000), in Belgio e poi nell’isola, oltre che alla ricerca sui materiali, con la realizzazione di un’opera ispirata al mondo minerario (Ingurtosu, 1993), dell’artista figurativo Antonello Ottonello (1948-2021), mio zio.

Altri due grandi interessi del “nuovo sentire”, riguardano per me la fisica quantistica, da una parte, e la neurologia e le neuroscienze, dall’altra. Una prosa di intersezione di Isola aperta è incentrata sul «processo di adronizzazione» e sui «quark» che «non si manifestano mai isolati» e gli scienziati vedono solo come «fasci di particelle impacchettate assieme». Del resto, l’isola non è meramente da intendersi in senso biogeografico (la Sardegna); non è nemmeno soltanto una configurazione del mio immaginario (un «sogno di arcipelaghi» con il rispetto delle singole isole in tensione), ma è anche l’insula, come scrivo in un’altra delle prose del libro, ovvero «una piccola regione nella corteccia cerebrale» che «si situa all’interno del solco laterale […] dove si prenderebbe coscienza della mente e del corpo», senza la quale ci «troveremmo davanti a una totale assenza di empatia».

Il rapporto con la scienza in tensione tra utopia, atopia e distopia è affrontato più compiutamente in Futuro remoto (pubblicato nel Quindicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea, Marcos y Marcos, 2021). Una prosa che è alla base di un poemetto a due voci, ambientato in un’epoca futura, è focalizzato sulla crioconservazione, che tanto mi affascina. Questo e altri interessi per possibilità in via di sviluppo hanno a che fare con un tema centrale della poesia: il nesso morte-riproduzione, su cui vertono anche i miei testi ambientati in pianeti alieni o al tempo dell’australopiteco.

In Futuro remoto è poi presente un’intera sezione dal titolo Dentro il metaverso. Ero molto incerto se includerla, data la natura totalmente sperimentale anche dal punto di vista formale. Eppure, a oggi, sono contento di avere ‘osato’ e di avere affrontato il tema del metaverso per primo in poesia (a quanto mi risulta) e in modo alquanto personale.

Tuttavia, penso che non mi sia possibile apportare una vera e propria critica alla mia scrittura, non so che cosa questa mia ricerca possa significare per un lettore. Posso solo svelare il retroterra di vita, interessi e letture. Paolo Giovannetti, però, nella prefazione a Futuro remoto porta avanti un discorso molto stimolante su quella che chiama “natura installativa” del testo poetico del Ventunesimo secolo, mettendo in gioco il concetto di “anamorfico”. Penso sia uno spunto critico molto interessante, al di là del mio lavoro, per le tematiche che intendete affrontare.

Per rispondere al terzo punto connesso ai libri che hanno influenzato la mia riflessione, potrei dire che, per quanto riguarda il rapporto tra scienza e poesia, penso siano rilevanti in Italia tre classici contemporanei: Antonella Anedda, Franco Buffoni, Valerio Magrelli. Non mancano anche autori di successive generazioni, come Laura Pugno con la sua “mente paesaggio” di cui ho scritto sul primo numero della rivista «Bezoar», Vincenzo Frungillo, che dopo Milo De Angelis ha vivificato in diverso modo il rapporto con Lucrezio, classico latino a cui devo molto, e Tommaso Di Dio con il suo originale viaggio poetico Verso le stelle glaciali (a cui è legato Isola aperta, che porta la sua prefazione).

Per quanto riguarda gli studi che hanno sollecitato la mia riflessione l’elenco sarebbe lungo, ma vorrei limitarmi qui a citare il lavoro di due filosofe che ho scoperto poco prima di ultimare Futuro remoto, e che hanno inciso su alcuni aspetti. Penso al lavoro visionario di Karen Barad, fisica di formazione che ha teorizzato il realismo agenziale e parla di performatività e queerness della natura; e al saggio sociologico Transmodernidad (2004) di Rordiguez Magda, che mi ha permesso di superare un paradigma di postmodernità anche dal punto di vista critico (non a caso in Futuro remoto parlo di epoca transumana e non postumana). Certamente, poi, sono numerosi i libri di antropologia, ma anche di divulgazione scientifica, che hanno suscitato il mio interesse, da vari contributi connessi agli Island and Archipelagic Studies per arrivare a libri quali Fisica quantistica per poeti o al documentario Year Million. Penso che un critico del futuro che volesse occuparsi del mio lavoro tra le fonti potrebbe frugare con fertilità in contributi di questo tipo.

Non saprei dire se tutto ciò abbia a che fare con “un’esigenza cognitiva della specie”, ma mi ha molto colpito l’espressione “rito fossile”, perché richiama direttamente la quartina finale di un testo di Futuro remoto a cui sono particolarmente legato:

il pomo virtuale di un albero inesistente
cogli, residuo di umano che stenti.
questa lingua è la fine del miracolo
un’alba fossile, che avrai dimenticato.

 
 

In copertina un’opera di Antonello Ottonello dalla mostra personale Colorpietra (Cagliari 2015), foto di Giorgio Dettori.