Nominare con i nomi-Rosada – Flavio Santi


 

Mai avuto le mezze misure, io. Ho cominciato il mio rapporto con il friulano in un clima di grande diffidenza. Padre friulano (di Codugnella, frazione di Caporiacco, frazione di Colloredo di Montalbano, all’ombra del castello di Ippolito Nievo), madre piemontese (di Alessandria, che mi ha lasciato una bella erre arrotata che mi segna inequivocabilmente), passavo metà dell’anno in una zona dove il “dialetto” non si parlava, o se si parlava era un incrocio ben strano di ligure (belin) e piemontese (duma). E poi passi le estati in un vero e proprio Paradiso terrestre di colli, acque, rogge, e lì invece un’altra lingua la parlano, tutti, ma proprio tutti, dal più umile contadino all’ingegnere elettronico con specializzazione in Olanda, ed è una lingua dolcissima di vocali e sibilanti, ma tu, quattordicenne snob e cittadino, invece di ascoltare quelle parole te ne stai curvo sotto il gelso di casa a leggere il latino di Orazio o il greco di Saffo. Bel problema. Allora andavo a caccia di altre lingue. Sillabare gli asclepiadei dei Carmina oraziani o l’eolico di Alceo compensava i miei rari bagni nel Tagliamento in compagnia dei miei cugini e della loro allegra brigata di scavezzacollo.

Ma allora a quando la scintilla?

Di solito c’è sempre una parola-germoglio, una parola generatrice. Fu rosada, rugiada, per Pasolini – rosade dalle mie parti. E per me quale fu la parola-rosada?

Nella mia memoria riaffiorano oggetti: vasi di gerani, filari di pomodori, televisori Telefunken in bianco e nero, rastrelli, falcetti, lettoni, moquette. Fatti: partite di calcio infinite, dall’alba al tramonto; sagre altrettanto infinite; affollati bar domenicali. Persone: i miei cugini, i loro amici, i miei zii, Gino.

Non basta. Pensa, Flaviuti, pensa.

Nella mia memoria ci sono mio nonno Valentino e mia nonna Elodia, i loro volti contadini, mia nonna è afona perché ne ho un ricordo labilissimo – e tenerissimo – avendola persa che avevo sette, otto anni, di lei non ricordo praticamente niente, ne ho un ricordo relazionale, ricordo cose che la riguardano: il mio desiderio di mostrarle quanto fossi bravo a disegnare; il pianto di mio padre al suo funerale (papà non piange mai, è indistruttibile, perché allora sta piangendo?); una Polaroid di me fagottino di pochi mesi posato sulle sue ginocchia. Basta. Di lei stringo solo questi tre non so come chiamarli – fatti, fattoidi, frammenti, ricordi, presenze, assenze? Diverso invece il discorso con mio nonno. Rude operaio di fornace, possessore di una Guzzi golosamente concupita da me e mio fratello, il Neri, come veniva soprannominato in paese, è stato ben presente nella mia giovinezza, ma qui il problema è inverso: sono io che non sono stato molto presente. Lui parlava e io non lo ascoltavo, ecco tutto. Semplice e drammatico al tempo stesso. Quando vi si chiede se tornando indietro cambiereste qualcosa della vostra vita, ecco una cosa certamente io la cambierei: ascolterei mio nonno. Lo ascolterei tutto il giorno, prenderei appunti, lo incalzerei con altre domande, curiosità, richieste. Ma non posso più farlo. Mai più. E adesso, ad anni di distanza dalla sua morte, scopro cose insospettabili su di lui: all’indomani dell’8 settembre venne fatto prigioniero di guerra in Albania e spedito per ben due anni in un campo di detenzione in Germania, il faticoso ritorno a casa, la medaglia al valore militare – e chissà cos’altro, perso per sempre.

Poi c’è la faccenda, per me bruciante, del cognome che non è il mio cognome: io in realtà (la realtà!) non sono Santi, ma Sant! Cognome italianizzato sotto il fascismo. O meglio, visto che io non c’ero, i miei Santi non erano Santi (o come scrive Pasolini in un verso che ho sempre avvertito come un fardello personale: “I Santi? Non sono, non sono questi i Santi!”), ma Sant. I Sant. Gente che veniva dall’Est. Ungheria? Slavonia? Montenegro? Voivodina? Mercenari? Zingari? Saltimbanchi? Fittavoli?
Mi giro e cosa vedo del mio passato? Non c’è una parola-rosada per me, per me c’è la res stessa (la realtà!), la rosada, o meglio la rosade, in tutto il suo fulgore mattutino, lucida sull’erba medica, sui rami di gelso, sui sambuchi. Allora per me non c’è una singola parola, ma tutto il friulano – la marilenghe, che forse per me è una avelenghe, lingua della nonna, addirittura. Ma che allo stesso tempo mi ricollega alle lingue classiche antiche, il latino e il greco, che andavo sillabando sotto il gelso di Codugnella – e qua pulsa ancora una volta la lezione di Pasolini traduttore di Saffo in friulano, o quella di Fernando Bandini, finissimo dicitore in veneto e latino. Il friulano dunque come lingua antica minore, in sedicesimo?

Ci ho scritto due libri in questa lingua “antica minore”, Rimis te sachete e Asêt, nel giro di pochi anni, tra il 1999 e il 2003. E in questa lingua mi sono ritualmente ucciso. Così:

Chistu forsi a l’è mandi, a peraulis
no ai gambiât il mont,
ai irrimediabilmentri falît perciò.
[…]
“Flavio ninin biel,
crepe subite”

Questo forse è un addio, a parole
non ho cambiato il mondo,
perciò ho irrimediabilmente fallito.
[…]
“Caro Flavio
crepa subito”

Ma poi si torna sempre sul luogo del delitto, ed eccomi di nuovo qui, e il centenario di Pasolini non fa che rinnovare questa necessità. Alla fine, come per il mio cognome, credo sia tutta una questione di nominazione – i filosofi medievali lo sapevano bene. Nominare cose, fatti, persone con i loro nomi-rosada. Fare del passato un perenne presente. Lo faceva il latino. Lo fa il friulano.

Flavio Santi