Eugenio Montale e il suo lascito accecante

Non riesco a immaginare la poesia italiana del Novecento senza Montale, come d’altronde senza Pascoli e D’Annunzio, senza i quali gli stessi Ossi di seppia non sarebbero mai esistiti. Ma né i Canti di Castelvecchio, né la splendida Alcyone, due libri straordinari e che hanno profondamente influenzato il nostro Novecento, sono esenti da difetti (un eccesso di concessioni al patetico nel caso del Pascoli; di estetismo e di preziosismo verbale, di tensione declamatoria nel caso di D’Annunzio), mentre gli Ossi mi appaiono da sempre come un libro aureo, perfetto in ogni sua parte, al pari di pochi altri libri della storia (forse solo il Canzoniere petrarchesco e i Canti leopardiani, in virtù di un’analoga prodigiosa sintesi di forza stilistica e densità di pensiero).
La lezione montaliana resta tuttora ineludibile, almeno per quattro aspetti. Il primo è l’altezza dell’ispirazione, che almeno fino all’uscita della Bufera non viene mai meno. Il secondo è la profondità del pensiero poetico, la capacità di coniugare una visione del mondo con i grandi temi della filosofia contemporanea, la forza delle immagini con la densità della riflessione storico-morale. Il terzo è la potenza dell’invenzione stilistica, la capacità di innovare costantemente la lingua poetica, creando stilemi che sono entrati nella memoria letteraria di intere generazioni (l’unico altro esempio che conosco è quello dantesco). Il quarto è il dialogo costante con la tradizione: memorabile il riuso della grande poesia dantesca (e stilnovista), che riemerge continuamente come un fiume sotterraneo, vitale ed epifanico. Montale ristabilisce dunque – dopo le apoteosi estetizzanti, le presunzioni avanguardistiche e le desolazioni sentimentali del primo Novecento – il primato di una lirica alta, priva di evasioni consolatorie, potente nella costruzione simbolica, profonda nell’indagine esistenziale, radicata in una grande tradizione.

 

Il mio Montale

Nella primavera 1971, mentre mi apprestavo a dare l’esame di maturità, lessi casualmente (in casa di un mio compagno di classe) Satura di Montale, appena uscito. Il libro non mi piacque granché, troppo divergente com’era – nei toni come nella lingua – dal Montale che avevo letto fino ad allora. Non ero il solo, mi accorsi poi, a provare un certo fastidio nei confronti di quei versi, prosastici e apocalittici, in cui un grande poeta pareva confutare sé stesso e la propria stessa vicenda. Solo dopo molti anni mi resi conto quale tragedia si celasse dietro i versi, così apparentemente giocati al ribasso, di Satura: Montale, in quel libro ostico, perfino disarmante, diceva che eravamo entrati nell’epoca del gran charabia, della chiacchiera a buon mercato, del mortificante pari-merito ideologico ed estetico, in cui tutto sarebbe stato tritato e reso vano, la poesia sarebbe stata spogliata della sua tensione conoscitiva, ridotta ad arte minore.
Satura, insomma, non confutava i libri precedenti, semmai li rileggeva – dolorosamente, sarcasticamente – alla luce di un tempo nuovo, anestetico prima ancora che antiestetico, in cui sarebbe stato sempre più difficile cogliere la grande lezione poetica degli Ossi e della Bufera, i due libri montaliani che più amo, e che continuo a ritenere il culmine dell’esperienza poetica novecentesca. Degli Ossi, di cui mi impregnai per cinque o sei mesi, tra il 1971 e il 1972, leggendoli e rileggendoli continuamente fin quasi a saperli a memoria, mi colpiva soprattutto la capacità di sottrarsi ad ogni incantamento estetizzante senza però rinunciare alla tensione vitale e liberatoria del mito, alla sua energia epifanica. La critica, ancora oggi, stenta a cogliere questo nodo, come se gli Ossi ribaltassero Alcyone, mentre testimoniano soltanto l’impossibilità di essere alcionici, di rovesciare l’elegia in inno. Ma proprio come Leopardi, che ti fa amare la vita nel momento in cui ne svela l’operosa, ostinata indifferenza ai moti del cuore, così Montale ti fa sentire la potenza disvelatrice della luce meridiana, del Mediterraneo possente. Parimenti, nella Bufera, Montale sa leggere l’attualità andando ben oltre l’attualità: la sua è vera poesia civile proprio perché non si accontenta di interpretare ideologicamente il presente, ma lo legge in una prospettiva profonda, antropologica. La tragedia storica si svela come tragedia dell’uomo: i madonnari de Le processioni del 1949 rievocano le processioni di «Cibele e i Coribanti»; il «golfo mistico» che accoglie «un messo infernale» del 1939, svela il carattere irrazionalistico di quel passaggio, senza fissarsi sul fenomeno nazi-fascista, ma cogliendone l’atteggiamento umano ricorrente.

 

Il potere della parola, la fortuna del poeta

La fortuna montaliana si conferma un caso unico nella storia del nostro Novecento. Ricordo che intorno ai vent’anni, in una libreria di Padova, mi imbattei nel voluminoso Omaggio a Montale (1966) curato da Silvio Ramat, per le edizioni Mondadori, in occasione dei settant’anni del poeta. Accanto ai numerosi interventi critici (di area assai diversa: Anceschi, Assunto, Antonielli, Caretti, Binni, Getto, Segre, Praz, Branca e molti altri), non mancavano letture, saggi e testimonianze dei maggiori poeti allora viventi. Ne cito alcuni: Luzi, Zanzotto, Betocchi, Lucio Piccolo, Caproni, Giudici, Parronchi, Bigongiari, Raboni, Risi, Sereni, Pasolini, senza contare narratori come Gadda e Piovene. E non mancava neppure la testimonianza di un grande direttore d’orchestra come Gianandrea Gavazzeni, a ricordare la passione montaliana per il melodramma. Ovvio che, in questi casi, piova sul bagnato; ma basterebbe rileggersi certi passi di Sereni, che trovo da me, allora, appuntati, per capire cosa avesse voluto dire leggere Montale per gran parte del secolo: «la poesia di Montale ci aveva offerto […] la chiave più naturale per noi, non dirò per leggere l’universo, ma per affacciarsi sull’esistenza che era nostra e viverla: in certi casi, inventarla». Leggendo Montale in quei miei vent’anni, sentivo di accedere alla vita nella sua complessità, di cogliere il senso profondo della poesia, la potenza contraddittoria della natura: ogni sua poesia produceva in me un senso di disvelamento. Certe poesie come Arsenio, La casa dei doganieri, Ballata scritta in una clinica o Voce giunta con le folaghe mi facevano rabbrividire. «Ho pensato per te, ho ricordato / per tutti»; oppure «Sì, la battima è la stessa / di sempre»: bastavano brevi sentenze come queste, a farti sentire qual è il potere della parola, quando sa entrare nelle ragioni profonde del vivere.

 

Una voce veritiera quanto insolvibile

Montale continua a parlare a chi crede nella poesia come forza conoscitiva, complessità dello sguardo, tensione mitopoietica, urgenza di verità. Quel che piuttosto stupisce, nell’opera di Montale, è che egli abbia intuito, al di là di ogni ideologismo o di ogni interpretazione storicistica (non importa se di segno idealistico o marxista), la solitudine costitutiva del poeta, l’inattualità perenne – ma ancor più accentuata dai fatti dell’ultimo secolo – della poesia: la sua inattualità (l’inattualità della poesia e di chi fa poesia) diviene allora forza di resistenza morale, che era già un monito della prima poesia montaliana, ma che dalla Bufera in poi si fa ben più decisivo e pronunciato. «Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo» è l’esergo che meglio continua a rappresentare l’ufficio (e il senso ultimo) della poesia negli anni che stiamo vivendo. Al quale aggiungerei anche il finale dei Sarcofaghi: «E dunque addio, infanti ricciutelle, / portate le colme anfore su le spalle»: continuate a portare quelle anfore, con tutto il carico di archetipica felicità che serbano in sé, sottraendola (la felicità, la poesia) a ogni peso esistenziale, a ogni desolazione storica, a ogni ricatto sociale. Siamo sulla stessa linea inaugurata da Foscolo e da Leopardi, e che Montale ha sviluppato in un confronto serrato con le filosofie novecentesche, con le inquietanti trasformazioni storico-culturali del nostro tempo.

 
 

* L’articolo è tratto da “Laboratori critici” num.8, “Piume su uno scrìmolo: oltre Montale”, a cura di Alberto Bertoni. Il numero sarà presentato a Bookcity Milano il 15 novembre presso il teatro Franco Parenti, con Matteo Bianchi, Giancarlo Pontiggia, Maria Borio e Marco Pelliccioli. Presenta Alessandra Corbetta.