Poesia e mare

Ne Il ramo d’oro (1922), testo fondamentale delle scienze antropologiche, Frazer ci ricorda che: «coloro che abitano vicino al mare non possono non essere impressionati dalla vista del suo incessante flusso e riflusso». Esperire il mare significa, prima di tutto, considerarlo al centro della propria vicenda esistenziale, non solo un tramite metaforico al quale ricorrere per dare vita ad una narrazione o, peggio ancora, uno sfondo paesaggistico idilliaco e vacanziero. Scrive a proposito Pedrag Matvejević, nel suo Breviario Mediterraneo (1991): «Il mare non lo scopriamo da soli e non lo guardiamo solo con i nostri occhi. Lo vediamo anche come lo hanno guardato gli altri, nelle immagini e nei racconti che ci hanno lasciato: veniamo a conoscerlo e lo riconosciamo al tempo stesso.». Siamo certi, infatti, che esista una differenza evidente nel racconto del mare, tra coloro che ne hanno letto e studiato, affascinati dal corredo metaforico che via via si è sedimentato lungo i secoli, e coloro i quali, invece, oltre che al repertorio letterario, hanno potuto attingere a un’esperienza diretta, più o meno protratta nel tempo, che ha consentito loro di elaborare una visione dell’elemento marino più antropologicamente rilevante, e cioè d’inserirsi in quella relazione millenaria tra uomo e mare fatta di atteggiamenti, proiezioni e costruzioni di archetipi culturali.

Prima ancora dei geografi, sono stati i poeti a raccontarci il mare: Omero, Esiodo e via via, fino all’epica di Virgilio, l’esperienza del mare nella letteratura greco-latina ci ha permesso di seguire, in forma letteraria, il farsi delle attitudini dell’uomo nei confronti dell’elemento marino, che si sono poi ri-trasmettesse, come corredo di valori, agli autori, alle letterature, alle culture successive, non solo a quelle legate dalla koiné mediterranea.

Esiste, tuttavia, un processo contrario e ugualmente produttivo, mediante il quale è la letteratura, a sua volta, a operare un condizionamento decisivo nella visione del mare, stimolando suggestioni e guidando il pensiero, prima ancora del corpo, oltre la battigia, il limite ontologico che separa l’esistenza umana, terrestre e terrena, dall’enigmaticità dell’elemento marino. Se, dunque, osservassimo il combinarsi dei due movimenti, noteremmo che si tratta di un iter circolare, che dall’esperienza dell’uomo ritorna alla percezione dello stesso, utilizzando la letteratura, nel nostro caso i testi poetici, come vettore per esprimere un modo di essere nei confronti del mare.

La disparità tra l’infinitamente grande e la finitezza che caratterizza ogni aspetto dell’esistenza umana, viene sublimata attraverso la creazione di schemi emotivi e di posture che mettono in continua discussione la terrestrità dell’uomo e lo costringono a ri-leggersi e a ri-conoscersi. Nonostante il suo caparbio progredire, l’uomo non si trova munito nei confronti dell’elemento marino: è privo di fortificazioni, prima di tutto mentali, per comprendere a fondo l’esperienza diretta con il mare, significa per l’uomo accogliere il labirinto, la mancanza di una mappatura rassicurante come la linea visibile della costa, a cui egli si rivolge per esorcizzare la vertigine dello smarrimento. In questo continuo desiderio di riconciliazione con l’elemento marino, l’umanità sceglie, comunque, di restare a terra; è da lì che elabora il pensiero estetico del mare, rassicurato dall’assenza di cambiamenti repentini e irrazionali, ne apprezza la bellezza, lo elegge al ruolo di «paradiso perduto», a cui affidarsi sentimentalmente durante l’esperienza della prigionia o dell’esilio coatto, come per José Hierro e Rafael Alberti, o ancora a strumento per il ritorno a illo tempore, per usare un’espressione cara a Eliade e alla poetica di Giuseppe Conte, in cui è possibile recuperare il senso profondo del mito per contrastare l’aridità umana del tempo presente. Eppure, quella sottile linea di demarcazione rappresentata dalla costa è in grado di generare una lacerazione, di mettere in crisi la serenità del vivere sulla terraferma, può, come nel caso degli Ossi di seppia di Montale, creare una rottura tra soggetto e mondo, frutto di una condizione di spaesamento e di una continua proiezione verso la dismisura marina. Una sola spiaggia, un solo orizzonte, un solo mare, come quello di Grado, infine, hanno permesso a Biagio Marin di scrivere tra le pagine più significative della lirica italiana del Novecento, restituendoci non solo uno spaccato di vita, ma elevando il dettato ad altezze possibili solo alla grande poesia.