Autenticità e poesia contemporanea: per fare il punto

Se il dibattito sulla poesia, almeno in Italia, tende ad attorcigliato attorno a tematiche spesso strumentali per posizionare le rispettive poetiche particolari, trattare di autenticità con un approccio inclusivo ha riossigenato il paradigma attuale. Il questionario concepito da Maria Borio e Laura Di Corcia concluderà il biennio operativo proprio al prossimo Pordenonelegge1; un questionario somministrato a decine di poeti – con un’attenzione particolare a quelli nati tra gli anni Settanta e Ottanta – che ha alimentato uno scambio costante di vedute da un litblog all’altro, da questa rivista online a Leparoleelecose.it e Nazioneindiana.com, con Stefano Bottero, Francesco Brancati, Davide Castiglione, Roberto Cescon, Tommaso Di Dio, Andrea Inglese, Franca Mancinelli, Valerio Massaroni, Dimitri Milleri, Stefano Modeo, Antonio Francesco Perozzi, Marilena Renda, Mariagiorgia Ulbar.

«Essendomi occupata a lungo di linguaggi teatrali contemporanei – motiva Di Corcia – mi è parso che in quell’ambito questo tema fosse venuto a galla con più forza, come in narrativa con la cosiddetta “auto-fiction”. Mi sono trovata di fronte a spettacoli provenienti da Germania, Francia e Svizzera nei quali il teatro si fa documentario, con l’attore che calca la scena e racconta qualcosa di vero, che riguarda inizialmente la sua persona e riesce a mettere in crisi la discrepanza tra interprete, maschera e persona». Per quanto l’argomento sia delicato e fraintendibile, e senza privare gli interpellati del santo diritto di essere se stessi, Borio e Di Corcia hanno evitato da principio qualsiasi deriva confessionale. La poesia deve necessariamente confrontarsi con il reale, quello di Lacan, che ha a che fare con i concetti di incubo e di trauma, eventi introiettati per spezzare uno condizione di equilibrio interiore. «Freud, non a caso, ha descritto il trauma nei termini della ripetizione, della disposizione mentale a ripetere: – aggiunge Di Corcia – si torna sempre sul luogo del delitto per cercare di salvarsi. La poesia utilizza la ripetizione come strumento retorico, basti pensare alla rima e all’anafora; dunque diventa fondamentalmente la possibilità di tornare in quel frangente doloroso e di portarlo ad alba, poiché nelle vite quotidiane si tende a dimenticare tali istanze, a insabbiarle. E tutto ciò dovrebbe sgombrare il campo dall’idea ancora romantica di un io lirico che conceda la sua autenticità, la sua purezza nei confronti di un mondo che invece è inautentico, non è puro; mentre l’autenticità è una ricerca continua, è mettere in crisi costantemente questo io lirico. In altre parole, si tratta non di dire le vrai, ma di dire vrai. E prendo in prestito una precisazione che fece Foucault: dire le vrai è dire la verità, quindi passare un contenuto di verità. Dire vrai è difficile da tradurre in italiano, “dire vero”, si focalizza sulle modalità. Dunque l’individuo come riesce a essere autentico, a dire vrai? Attraverso il corpo, mentre il messaggio che lancia al mondo sotto forma di convincimento, finanche di manipolazione, non possiede questa qualità e non appartiene al dire vrai». In sostanza, l’autenticità è da leggere all’interno di una sofisticazione del discorso, di una sua complicazione, in cui si affronterà un percorso di scoperta incessante. L’autenticità continua a contrattare un contenuto fra il sé e il reale, è una costruzione che si fa nel tempo. Tuttavia non è da tralasciare come l’autentico venga assediato e colonizzato dal discorso poetico stesso – e dal discorso letterario nella sua integrità – che coincide con il movente della purezza intenzionale. Nella parlata convenzionale si usano “a essere onesti”, “a essere sinceri”, “a dire il franco”, “a dire il vero”, tutte locuzioni meccaniche che nascondono una difesa del puro insinuatasi non solo nella scrittura, ma nel modo in cui il medesimo individuo di Foucault attraversa il quotidiano. Ma dietro la necessità della purezza, l’evocarla a gran voce, sta un grande pericolo, perché il dire puro è un dire igienizzato, incellofanato e spersonalizzato. Il fare poetico, invece, funziona come un grimaldello portentoso capace di agire dietro quelle parole che si credevano usuali e finanche asservite al linguaggio della cronaca, facendole rinascere alla percezione del fruitore. Parallelamente è il ciclo vitale di un immagine, discorso molto caro a Charles Simić: si pensi a quella miriade di oggetti talmente familiari, come una forchetta, di cui la poesia finge di non potersi occupare. Eppure la poesia, quando si occupa di quella forchetta e non di una forchetta in generale, è in grado di rivitalizzare quell’immagine, di rimetterla in gestazione.

«Messe da parte le questioni ontologiche ed esistenziali, il problema sta nell’ individuare il nesso tra linguaggio, stile, ed ermeneutica. Sono partita – prosegue Borio – da Leopardi e poi dalle riflessioni di Lionel Trilling sulle differenze tra sincerità e autenticità (la seconda appare solo in età romantica), ma solo per una contestualizzazione storica, che comunque porta a poter parlare dell’esprimersi autenticamente come ideale (estetico, etico e ermeneutico) dell’idioma espressivo moderno. Ideale, però… a cui segue un secolo di dissonanze. Inoltre ho messo a fuoco il problema dell’inautenticità del gergo delle emozioni (sociologicamente smantellate da Lipovetsky e Moeller-D’Ambrosio), e il fatto che esiste una matrice di autenticità sia nelle scritture che si focalizzano su una estraneità rispetto al noto, sia nelle scritture che usano procedure di straniamento, ripetizione, serialità ecc. Forse, il problema dell’autenticità è una specie di corrente sotterranea di tutto il novecento, che aumenta di intensità meno viene esibito, mentre il suo ideale si stempera e va ufficialmente in crisi. Più i filosofi e i sociologi dicono che di autenticità è ingenuo parlare, o che non esiste, più il dente rode l’anima. Perché noi occidentali siamo cresciuti nella cultura dell’autenticità… La parola greca αὐθεντικός (authentikós) è composta da αὐτός (autós, “sé stesso”, “proprio”) e da un elemento che indica l’autore o l’agente, derivato da αὐθέντης (authéntēs, “autore”, “che fa o genera da sé”), ovvero agisco secondo il mio vero sé, si osserva che la connotazione di questo fare, di questo agire, è comunque portata a un contesto relazionale, un contesto comunitario, e mostra che la comprensione del mio vero sé non può avvenire se non insieme agli altri. E quindi, per mettere le croci su un ideale come potevano essere le verità archetipiche, o per mettere le croci su un’ideale di verità, il processo avviene in modo industrializzato e in un contesto relazionale. Parlare di autenticità e di poesia confessionale, di poesia ingenua, di poesia lirica secondo lo stereotipo di riferimento, è totalmente obsoleto e pure ridicolo. Poesia autentica è una poesia che si interroga, che pone il problema, che trova una dimensione linguistico-espressiva in cui dirimere quei rapporti tra vero e falso che all’interno della società, all’interno delle comunicazioni, all’interno dei contesti economici, sono livellati. Rispetto a quella dimensione in cui l’ideale dell’autenticità è diventato un ideale di massa, in sintesi, qui siamo in un altro contesto».

Gli autori odierni tra i venti e i trent’anni che scrivono in versi, seguono sostanzialmente due tendenze principali, mentre dieci anni fa prevaleva la dicotomia riduttiva tra lirica e ricerca. Oggi c’è chi, purtroppo, prova a rimitologizzare un gergo sacrale dell’umano, con il risultato che questa sorta di voce del profondo e dell’essenziale risulti inautentica al pari di quella che accompagna le emozioni semplicistiche; e poi c’è chi tratta i vari problemi percepibili al di là delle specifiche conoscenze, di fisica, astronomia, biologia, politica ecc. E lo stesso linguaggio, che sembrava incrostato di “lirichese”, pare superato: banalmente, le parole della scienza vengono utilizzate dai ragazzi in maniera spontanea, forse più naturale di quelle strettamente letterarie, ad esempio della critica ancora familiare ai Millennials. Tra gli interventi pubblicati, il primo, quello firmato da Cescon, poneva delle riflessioni riguardo al rapporto tra lingua, poesia, lingua della poesia e voce rispetto ad altri tipi di linguaggi e di comunicazione. E sosteneva che tra ciò che si vive e ciò che si può comprendere, potendo esprimere anche una dimensione estetica, ci sia uno iato.

«E proprio in questo iato si pone il problema etico. Perché è vero che in sé la cosa non esiste, però eticamente come ci poniamo? Eticamente, anche se io non sarò mai identica a me stessa, per ipotesi, anche se io non comprenderò mai me stessa o me stesso o noi stessi, però possiamo porci questo problema – conclude Borio – e possiamo anche metterci nella postura del parlare franco».