Cosas contemporáneas. Ensayos sobre poesía, Miguel Casado (Madrid, Libros de la resistencia, 2025).

Da ormai molti anni Miguel Casado (Valladolid, 1954) si interroga sulla perdita e il desiderio di realtà in poesia. Il suo lungo ragionare al riguardo lo si ritrova tra i versi e la saggistica e con questa sua ultima raccolta ci porta tra autori letti e studiati nel corso di una vita, dai classici moderni (Mallarmé, Pessoa, Vallejo), ad altri di tempi e luoghi diversi (Roberto Bolaño, Liu Xia, Gastão Cruz, Mourid Barghouti etc.), in un’erranza che è confronto aperto di ricerca e mai spirito di erudizione o antologia. La rilettura del Simbolismo, la poetica come impulso utopico, lo spazio della poesia, il non finito, la referenzialità dei versi sono solo alcuni dei nodi attorno a cui si organizzano i ventuno saggi raccolti e tenuti saldamente insieme dal primo, in cui si dichiara il fondamento, ossia una rivendicazione della realtà che nulla ha a che fare con il realismo.
Il ragionamento si dipana a partire dalle celebri pagine dell’Agamben di Stanze. La parola e il fantasma nella cultura occidentale, opera a cui Casado racconta di essere tornato scoprendosi insoddisfatto: «sono, per riassumere, pagine che sembrano brillanti e che tuttavia scivolano tra le dita come sabbia»1 (p. 16). Pietra d’inciampo è per il poeta spagnolo il filo che porta Agamben a vedere nella cultura occidentale un susseguirsi di fenomeni, in primis testuali, che collocano la poesia in uno spazio assoluto e autonomo, che non deve nulla a nessuna realtà e in cui al contrario si articola lo sforzo utopico di appropriarsi della realtà stessa. Casado si propone dunque di ampliare il campo, tramite una ricognizione del contesto in cui si produce la presunta incompatibilità poesia-realtà e, soprattutto, di vedere quale posizione assumono alcuni poeti contemporanei di fronte ad essa.
Il verbo vedere non è del resto casuale e rimanda, come spesso accade con Casado, dalla parola ragionata al verso e in particolare a quel «sentimento della vista» che fa da ossatura a una sua opera eponima del 2015. Vedere dunque è un gesto di verifica della ferita, con l’occhio puntato al posto del dito di San Tommaso, e qui in particolare si tratta di vedere cosa accade quando oltretutto «la realtà si contamina di irrealtà, è sostituita da un mondo alternativo, di consistenza spettrale» (p. 19), a seguito del «processo di derealizzazione associato allo sviluppo del capitalismo, che, a ritmo accelerato, raggiunge quote massime nel mondo attuale di comunicazione virtuale» (p. 20). Oltre a Agamben e Marx, sono quindi convocati nella riflessione Guy Debord, Pasolini, Foucault, ma è in un appunto di Paul Celan dedicato a Kafka che Casado trova il momento esatto per lo slancio del pensiero: «la luce intermittente delle cose non è più una prova della verità del loro essere. Leggerlo […] ci fa ritornare al luogo della poesia».
Da qui l’autore si inoltra nelle successive letture critiche, a cominciare da quel Mallarmé che a suo giudizio, e nonostante tutte le sue dichiarazioni di intenti e quelle coeve di Paul Valéry, non si è allontanato «dalla realtà, ma dalla letteralità, imponendo come principio che la parola dica sempre qualcosa di diverso da ciò che dice» (p. 27), quando invece, ad un esame attento della vista, i meccanismi referenziali non scompaiono affatto nei suoi versi e le dichiarazioni di intenti rischiano perciò di sommarsi alla saturazione del discorso, minaccia fondamentale per la parola poetica.
Nei successivi saggi entrano nel cono di questa vista acuta, con successive espansioni, riprese e rimandi allo scritto iniziale, le questioni della letteralità, dell’oscurità, dell’ermetismo, con strumenti talvolta presi a prestito da ambiti e saperi diversi – la linguistica, la filosofia, la teoria della letteratura – in cui osserviamo però che il bilancio teorico è sempre insoddisfacente rispetto all’evidenza dei versi, citati a volte per frammenti e altre per intere strofe.
Al termine dei ventuno saggi la sensazione è quella di aver compiuto un giro inusitato tra tempi e latidudini apparentemente diseguali ma coerenti in virtù di uno sguardo indagatore che non percepisce frontiere, se non quelle, da aggirare, delle dichiarazioni di poetica che non reggono alla prova dell’occhio e della lettura meditata. A chiudere il cerchio, degli appunti di lettura dedicati a Jean Genet, La scatola nera della rivoluzione, in cui Casado riconosce allo scrittore francese un ruolo da «pioniere nell’avvertire la saturazione dei discorsi, una saturazione simbolica a cui era necessario dar retta in modo prioritario» (p. 311). Qui cogliamo il senso di una raccolta che sembra andare in ordine sparso, multidirezionale e non gerarchico, e che riunisce invece tante e diverse voci che hanno in comune il tentativo di provare a stanare la realtà tramite il verso.
1 Le traduzioni delle frasi citate dall’opera sono a carico di chi scrive.
