Poesie di Gian Mario Villalta

L’editore Garzanti ha pubblicato con il titolo Poesie un’ampia raccolta di testi dall’opera di Gian Mario Villalta, che per lo stesso editore aveva pubblicato anche il suo ultimo libro del 2022 Dove sono gli anni. L’occasione, lo diciamo subito, ci appare non solo come un bilancio, archeologia temporanea, ma una tappa organica del percorso di Villalta, tenuto assieme dal filo temporale, dalla necessità di mettere in discussione in modo radicale la poesia stessa con i suoi canoni, nonché stabilire un punto personale nella questione dell’autenticità del linguaggio. Temi ricorrenti, attorno ai quali ha condensato gli anni di studio in due volumi di saggi Voce (Vallecchi, 2025) e prima ancora con La poesia, ancora? (Mimesis XXXX) e che nella scrittura poetica, proprio rileggibile come un solo libro, si possa individuare la necessità di uscita radicale dall’idea di versificazione (né canoni tradizionali, ma neppure la centralità umanistica del “problema del linguaggio” (come era nell’esperienza di riferimento, quella di Andrea Zanzotto, a cui Villata ha dedicato anni di studio e la curatela del Meridiano insieme a Stefano Dal Bianco). L’inizio della storia poetica di Villalta era nel segno della perdita, della mancanza originaria. Ciò che è perduto ricorrerà poi in vari libri (fino all’ultimo) e lo si nota già dal titolo di una sezione della prima plaquette (“Traccia”, Niemandswort 1982) che si intitolava “Del perduto” un costante confronto con l’economia del perduto che sottende oggi forse una risposta radicale alla domanda La poesia, ancora? ovvero: No, non più.

Villalta fa iniziare il percorso del volume Garzanti non dagli anni ’80, ma da L’erba in tasca, Scheiwiller del 1992, sotto il segno di Paul Celan (citato esplicitamente). Griglie metaforiche di analogie frante, scavo nella parola, nella lingua anche materna. Se per Celan fu cercare un altro tedesco nella lingua dei carnefici che usò per la sua poesia, in Villalta, sulla scia di Zanzotto il confronto è con il dialetto, traccia di una possibile origine ma anche di mondo che scompare (Pasolini usò il termine apocalittico di “genocidio” per la scomparsa del mondo contadino). Villalta, più di Pasolini ma anche più di Zanzotto rivendica sia un’appartenenza reale, rispetto al maestro che gli parlava di mondo rurale (“a mi che el lavoro dei campi l’era vero”) sia forse la necessità che quella ricerca poetica attorno al tema della radice del Soggetto nel Linguaggio sia un tema filosofico che non ha a che fare con la vita, il suo flusso, la sua comunità di persone che parlano. Nato nel 1959 in un ‘area tangente al Veneto, nel Villalta assorbe una storia improvvisamente accelerata: dalla sopravvivenza di cultura contadina al primo boom economico, allo choc del terremoto, allo sviluppo industriale del Nord-Est. Lo scavo nella lingua dialettale di Villata ha il taglio più storico che infra-psichico, se pur presente quell’ossessivo “domandarse” (“chi es ti?”). Già ne L’erba in tasca si intravede l’andamento di una prosodia di solidi ritmi dai versi ampi, i registri che integrano il parlato, la dolente ironia, con un superamento della lirica di fatto più vicino a Sereni e Giudici che a Zanzotto.

Villalta trasporta in poesia consa significhi il “ruvido restare”, ovvero in quei luoghi: significa presente storico. La scelta dell’italiano, magari lingua “artificiale”, codici istituito su cui si costruisce il sapere, la comunità, la storia, testimonia l’adesione al “flusso della vita” che sarà l’approdo ultimo, lasciando indietro ai suoi paradossi irrisolvibili la questione del linguaggio come struttura di separazione e fondamento del Soggetto. Villalta scarta verso l’abbandono di una lotta con “il balbettio afasico” (Stefano Agosti) di cellule generative dentro la “vociferazione babelica” del Zanzotto de La Beltà, ma è come se l’estetica rispondesse a una necessità etica restare nella comunità – nell’ idioma. L’Italiano del poeta Villalta è scritto – nota lo stesso poeta – “occupando la sedia del dialetto” affinché anche l’italiano si faccia “voce” . Voce che ancora cerca nella silloge Vose de Vose (è la sua raccolta per Campanotto 1995) dove pure compiano ancora poesie in un friulano, un “ pastiche metalinguistico” lo definisce nella prefazione al volume Garzanti, Massimo Natale).

Poi in Vanità della mente (2011) sarà ancora più compiuta e chiara la scelta per questo che Natale definisce un “autoritratto in movimento” in cui il parlato, nel lessico e sintassi, sono una prosa del mondo, con filamenti di biografismo familiare, paesaggi del cambio d’epoca. Adesione al flusso quotidiano ribadito con Telepatia (2016) dove è più forte la convergenza tra il contingente e la Storia (siamo nel centenario della Grande Guerra) con poesie familiari, le figure del padre e del nonno ma anche – attraverso la figura femminile di una figlia – lo sguardo rivolto al futuro dell’Europa dentro la crisi globale del 2007.

Sono anni in cui Villalta compie un passaggio letterario significativo, inaugurando quella che sarà una produzione narrativa. Non è un caso che nella parte centrale di Telepatia ci sia il corpo a corpo con Zanzotto, letteralmente di fronte alla salma del maestro e amico morto. Nella scelta della lingua italiana e della prosa è l’idea che in letteratura conti la relazione, la necessità di capirsi, empatia-telepatia negli immediati dintorni di tutti, cercando qualcosa che “accomuna” che è “respiro che moltiplica il destino”. Che passa certo per il sensibile del corpo: “è nel sangue, nelle cellule, lo spasmo”, a partire dalle mani (quelle materne “abili nel rammendo dell’affetto”) eco della fedeltà al Paul Celan della “poesia come una stretta di mani”. C’è in queste poesia la storia, il cambiamento rapido della società dei consumi, la memoria persistente di altro tempo e voci ma pure quel tempo “coglie alle spalle” la morte è già accaduta – dei cari, dell’evocato fratello – e se il “tempo quasi ti precede/ più veloce di te nell’abbandono” non significa che basta un “clic” per credersi “eterni”. In questa irruzione del contingente e nel passare verso l’ultima fase della sua poesia, Villalta arricchisce di molti registri e strati i suoi testi, polifonici, articolati, spesso ospitando passaggi dialogici con sé stessi o con altri – la figlia ad esempio – in un verso sempre più lungo, narrativo, con sintassi ampia, spesso in lasse di terzine, con derivate e correlati lessicali tra indagine interiore e sguardo sullo spazio-tempo. Una maturazione che approda a Dove sono gli anni libro consapevole che la poesia è una forma destinata a scomparire – come già aveva scritto simbolicamente per il dialetto, ormai fuori uso , per il quale “no sarà pi posto, no pi temp, no tera, par ’na parola che la à radiss”. Non più centralità culturale e sociale (addirittura il “mandato sociale” spostato su arti della canzone, scrive Guido Mazzoni nel suo “Sulla lirica moderna”) poco praticata anche da lettori forti, da una classe dirigente diffusa. Per Villata nell’ultima fase la lingua era ricerca di memoria di “sé” che fosse un “tu” come il “tutti”. Vero che il Mondo “non è mai dove sono gli anni” che aveva conosciuto, che la memoria accumula fantasmi, ma lucido per il poeta è lo sguardo sul circostante: appaiono “le domeniche” dei parcheggi, dei centri commerciali, con “l’aria che sa di kebab” i un’oggettività storica delle cose dentro i fantasmi del “sé” il bambino con la “maglia a righe” e di un fratello che nella memoria è vivo. Memoria in Villalta non è nostalgia, il poeta resta piantato nel “tempo mio” e di tutti a favore di una soggettività che sempre più è un “noi”. Si misura con la storia che che è stata “speranza orrore e felicità” – sintesi a cui si oppone la figlia voce del futuro – scritto ancora in una poesia lasciata in giro su un foglietto. L’urgenza di un futuro riduce la fede nella poesia (“Credere nella poesia”) troppo forte lo spettro del presente in cui – con sintesi felice scrive nell’ultima raccolta – “la bomba esplode sugli schermi della piazza dove la bomba esplode”, in cui in un maggio “mai così caldo” la folla “va verso dove finisce il tempo”. Ecco il punto di una fine radicale, più che della storia del ciclo di esistenza umana nel suo rapporto con la natura. Approdo paradossale per un poeta che dal lavoro della terra viene per origine familiare. Il filo del tempo nella poesia di Villalta, nell’ultima raccolta approda al tempo “immenso”, né lineare, né ciclico, della pandemia, in cui difficile percepirsi “ancora vivo” e difficile dirlo con la parola stessa “ancora / che ritorna al mittente”, tempo-spiraliforme (come le chiocciole geometriche che separano le sezioni del libro).

Siamo nel tempo ma “nol’va”. Non si va oltre le “sbarreimmagini” che proliferano digitali. Confronto incessante con l’attore-tu di sé stesso (“Di’ pure – non puoi farne a meno – io” ) ma ”cosa resta” se nessuno “chiede/ più cosa è vivere”?. Il vivere è un qui ridotto, schiacciato sul suo spazio-tempo, abbassamento conseguente anche del registro del linguaggio poetico, della sua stessa sostanza primaria – la metafora – immersi come siamo in un “come senza come ma pieno di similitudini”. Verso chiave dello scardinamento del versificare. Puntando a un “vero” che non sta più dentro i paradigmi che credevamo fondativi (simbolicamente il “come la neve” non ha senso, conta solo il “vero della neve”). Il “passato” degli anni è collettivo (“anche non mio”) e il “dove” è la vita stessa, la biologia, il “pulviscolo” e quella “parte dei minuti che non si lasciano pensare mentre vivi”.

In conclusione, questa è una recensione ma fatta con lo sguardo di chi scrive quella cosa che continuiamo a chiamare poesia. Vorrei chiuderla però con una interpretazione che estraggo da un dettaglio che a mio avviso parla per il tutto, per il tutto degli anni a venire in poesia.

Villalta sottolineava la crisi del “come”, la crisi della simbolizzazione poetica. Indicazioni che arrivando verso la fine del volume del 2002, in due brevi prose, piccole illuminazioni, e che chiudono anche il percorso garzantiano di Poesie. Al come opponeva un “vero della neve”, così come agli anni si oppone un’adesione al qui del presente (“Si sfanno gli anni quando ti avvicini all’adesso”) messo in evidenza con il tempo sospeso della pandemia. Il vuoto sospeso fattosi camera di risonanza di qualcosa che Villalta chiama “spirito” che “comprende la materia che ci lega in una comune appartenenza”. Non più indagando con nessuna sperimentazione di linguaggio, né con l’assunto soggettivo della lirica. Nuovi saperi cambiano l’approccio della letteratura (neuroscienze, l’evoluzionismo, la biologia la capacità di poter dire il “com’è del come) e il poeta scrive in prosa: “parliamo agli animali, alle piante, per interrogare la nostra stessa lingua che ha originato la parola natura”. Anche la letteratura ha bisogno di un “salto” (usando il titolo del bel libro di Silvia Ferrara sull’origine del passaggio cognitivo del Sapiens) portandosi fuori dalla questione del linguaggio come l’ha intesa l’umanesimo da Cartesio a Lacan o Deleuze, fuori dalla intratestualità, ma come le mani dipinte nella grotta di Liang Metanduno, sull’isola di Sulawesi, in Indonesia.

Alla poesia oggi il compito di emanciparsi con un salto simile, come quello di centomila anni fa. Né le banalità che vanno a capo, né la ricerca, né i canoni. Forse individuare forme, dentro una più generale “scrittura”, né narrativa né poetica come queste due prose nella lingua condivisa, come mani che si stringono, che esplora il caos di messaggi, immagini, impulsi, stimoli digitali, voci: la prosa del mondo con il ritmo di una diversa creazione.