Questo dialogo fra Tommaso Di Dio e Ema Stefanovska sul volume di Lidija Dimkovska Condizione di confine (La vita felice, 2025) è la trascrizione con qualche modifica di quello avvenuto a Cuneo, il 31 gennaio scorso, presso la Libreria Stella Maris, all’interno del programma del festival Poeticôni.

Tommaso Di Dio: Ho avuto l’occasione di incontrare Ema Stefanovska in un laboratorio di scrittura poetica all’Università IULM di Milano, un progetto molto bello intorno alla parola poetica (ideato e curato insieme a me da Paolo Giovannetti) con alcuni scrittori e artisti. Mi arrivò la candidatura di una traduttrice e, poiché a un corso di scrittura poetica solitamente partecipa chi vuole produrre un proprio discorso, mi sorprese molto l’idea che una traduttrice potesse farne parte. Lessi lì per la prima volta alcuni testi di Lidija Dimkovska e capii subito che la proposta di Ema di partecipare al nostro laboratorio era inconsueta, così come la parola di Lidija che portava con sé. Quindi fin da subito la conoscenza tra me e Ema è nata sulle fondamenta delle parole di Lidija Dimkovska: come se ci fossimo scambiati un appuntamento, una promessa che dopo diversi anni siamo riusciti infine a trasformare in un volume, Condizione di confine, edito da La Vita Felice. Un libro cui teniamo molto entrambi.
Perché ha senso oggi portare in Italia la parola di un’autrice proveniente da un paese piccolo, con pochi parlanti e remoto, che credo non tutti sappiano correttamente collocare sulla carta geografica o di cui magari non conoscono la capitale immediatamente? Perché la poesia fa proprio questo: inventa una patria. Dimkovska è una poetessa calata atrocemente nella storia del suo popolo, della sua lingua e della sua nazione, una storia attraversata da guerre, violenze, distruzioni e dittature, che negli ultimi vent’anni ha dovuto contendere perfino per il riconoscimento del suo stesso nome di nazione. Eppure questa lingua, parlata da poco più di due milioni di persone, una lingua minoritaria, sepolta in un’Europa dispersa ai confini marginali della grande costruzione culturale che chiamiamo Occidente, parla oggi con una voce fortissima del nostro futuro. E come se in quella condizione periferica, minoritaria, isolata, oscura e minacciata di dissoluzione, ci fosse un appello che parla anche a nazioni come l’Italia, la Francia o la Germania, alle nazioni che danno spesso per scontata la propria identità culturale. Questa condizione di minaccia e di pericolo e al contempo di tensione continua nei confronti di qualcosa che è diverso, sconfinante e altrove altrimenti, parla e fa appello a una nostra esigenza contemporanea.
Lidija Dimkovska poi ha un altro elemento che va messo subito in campo: non è soltanto un’autrice legata al dramma della storia, ma è un’autrice anche profondamente abitata da una vena ironica e di sottile causticità. La sua è una lingua capace di non essere monotona nella sua forza tragica, capace di trovare gli espedienti per reinventarsi, di giocare con il macabro e con il confine tra la vita e la morte, che è forse il grande tema profondo di questa poesia, eppure sempre accostato con un passo leggero, quasi di danza. Nella cultura italiana troppo spesso agitata da fantasmi di gravità illusorie, di temi che sembrano importantissimi per poi rivelarsi fatui e futili, questa ironia sembra essere un messaggio che Lidija Dimkovska ci consegna per il presente. Ema, ti chiedo perché hai scelto di proporre e di tradurre la sua poesia?
Ema Stefanovska: Ciò che mi ha colpita di più di Lidija è proprio questo suo desiderio di scrivere e di rivolgersi al mondo, pur utilizzando una lingua di un contesto così ristretto, una lingua non riconosciuta che deve combattere di continuo: una lingua che ha bisogno di una continua fisicità per esistere ogni singolo giorno. Eppure Lidija è una voce che con la sua lingua fa questo tentativo, oggi di estrema importanza storica rispetto alla letteratura e, in particolare, alla poesia, di attraversare tutti quei confini che non sono mai soltanto politici, ma ancora di più sociali e che hanno a che fare con il nostro bisogno di associarci in gruppi, di classificarci: il bisogno di quella difesa protettiva che ci viene fornita dal nostro nasconderci dietro una definizione. Ecco, la poesia di Lidija tenta a mio avviso un percorso inverso in questo senso. Ma leggiamo la primissima poesia della raccolta:
Come sarebbe
essere figli di genitori morti in guerra,
essere figli di genitori divorziati, o essere
un bambino africano su un mega cartellone,
vivere in una residenza sanitaria per disabili,
avere la chiave di una casa popolare,
ricevere aiuti in farina, olio,
ovatta e cotton fioc,
aprire un conto corrente per il trapianto di midollo osseo,
vivere in un villaggio sos con una Supermamma di nove figli
e una zia che viene una volta alla settimana
a stirare indumenti e a giocare a carte,
dormire in uno scatolone di cartone davanti al parlamento
o nella metro di una metropoli che ospita un convegno di alti statisti,
essere una bambola in costume folcloristico
al posto del vigile all’incrocio,
se i bambini adottassero i genitori e non viceversa,
bere il sangue alla goccia prima che si ossidi,
essere la tiroide della politica familiare,
sbavare per alcune persone
e per altre, invece, ti viene un nodo alla gola,
tenere l’asciugamano più morbido per l’ospite straniero,
e il letto più duro per il suicida sopravvissuto,
essere una catapulta nell’occhio di Dio,
accumulare conoscenza con il cucchiaino di sciroppo appiccicoso,
avere per punto di vista un calzino appena lavato
che ha perso il proprio compagno,
se non ti andassero più né la pelle né la terra,
impiccare al tiglio del monastero
l’ultimo uomo che ti ha baciata in fronte,
essere il tema scottante di un film a basso costo,
se l’ombelico rientrasse prima della lingua,
e la lingua prima del peso vivo dello spirito,
diventare l’inquilino della propria esistenza,
prendere coscienza che la vita è un gioco di non nuotatori
con onde più alte di te.
T.D.D.: Fin da questo testo di apertura, si avverte subito la dimensione della poesia di Lidija. È un rivolgersi al mondo di chi non ha un mondo, un tentativo di trovare una voce piana, semplice, diretta e mai gratuita, ma sempre frontale, proprio di chi è con le spalle al muro, di chi ha perso tutto. Questa dimensione del linguaggio è molto presente in Lidija e anche in alcuni dei grandi poeti europei, penso agli esuli come Josif Brodskij, che hanno subito il danno, la tragedia e la beffa della storia. Mi fa venire in mente un incontro folgorante di qualche anno fa. Ho avuto occasione di intervistare il poeta polaco Adam Zagajewski, uno dei più grandi poeti europei, e io ingenuamente, amando tantissimo la sua poesia e venendo da una tradizione italiana, gli chiesi che senso avesse per lui scrivere in polacco. Al che lui, visibilmente sorpreso dalla domanda, mi disse che in effetti lui non scrive per i polacchi. L’idea che mi restituì Zagajewski fu che la lingua di un poeta di uno Stato che è apparso e scomparso dalle cartine geografiche a seconda dei dittatori che erano in voga in quel decennio voleva essere una lingua che non aveva alcun interesse a rivolgersi semplicemente a una comunità nazionale. Lui aveva in mente il mondo: la bambina paraguaiana in difficoltà, l’adulto newyorkese abbandonato dalla moglie, un abitante di Pechino che perde il senso della propria strada. C’è una medesima vocazione universale, insomma, che crea una particolare lingua, sia in Zagajewski sia nella poesia di Lidija Dimkovska. Allora ti chiedo, Ema, com’è stato confrontarti con questa lingua così universale, che per te è anche la lingua dell’infanzia? Ricordo le ore passate insieme a lavorare e dialogare sulla traduzione, in cui ogni parola accendeva in te dei ricordi. Com’è stato traghettare queste memorie così radicate nella tua storia personale, anche di donna, di traduttrice, in una lingua che non è la tua ma che oggi parli benissimo, quindi anche un po’ tua?
E.S.: È una bellissima domanda. Di recente a un evento di Bookcity a Milano ho sentito parlare un filologo di lingua araba della parola بيت (beit) che in arabo significa sia “casa” sia “verso poetico”. Cioè la parola araba per dire casa sta al contempo per un verso poetico. Dentro questa immagine per me si cristallizza la mia urgenza di entrare dentro i testi di Lidija, l’effetto che hanno avuto la lingua e la voce di Lidija, e le memorie che inevitabilmente si portano con sé. Lidija spesso parla del fatto che tutto ciò che si riversa nei versi attraverso la lingua ha una potente relazione con il nostro vissuto, un po’ come il corpo che contiene la memoria del nostro passato, è come se attraverso il verso quel passato si riversasse dentro una materia fisica che occupa la pagina nero su bianco. Ecco per me l’ingresso nei testi e nella lingua di Lidija è stato proprio un tornare a casa. Fino a quel momento da traduttrice lavoravo da lingue altre, ma non toccavo mai il macedone: per via di una storia personale molto complessa il macedone era un qualcosa di troppo personale, troppo scoperchiante, troppo toccante. Avevo a lungo avuto una relazione assai aggrovigliata con quella mia lingua. E quindi per me è stato veramente un ritorno attraverso quel beit che è insieme casa e verso. A questo proposito vorrei leggere ora una poesia che ha fatto nascere questa associazione e che è stata una delle primissime poesie che avevo proposto al laboratorio di scrittura poetica che ricordavi prima.
La casa in decadimento
la si deve eutanasizzare quanto prima,
le staccano acqua, luce, gas,
le impiombano televisione, telefono, router,
scollegano tutti gli apparecchi dagli interruttori,
strappare via il tubicino della flebo
e sprangare le persiane per l’ultima volta,
e poi fare un segno alla ruspa
e addio casa che eri casa, casa che ora non sei più casa.
La si seppellisce nell’incavo delle proprie fondamenta,
la si commemora con offerte e candele per la Zadušnica,
il tempo, dicono, lento guarirà la ferita.
E se invece decidesse di sfuggire al destino?
Ti avvisano che è corsa via, che se ne è persa la traccia
come una vecchia demente vaga chissà dove,
ne denuncerai la scomparsa, attaccherai un annuncio sullo steccato rotto,
ma nessuno mai la troverà né viva né morta.
T.D.D.: Molte poesie di questo libro hanno a che fare con la casa, con la dimensione perturbante dell’intimità della casa, il luogo dove noi siamo al sicuro, ci sentiamo protetti, e custodiamo i nostri segreti. È struggente sapere che milioni di persone hanno la propria casa minacciata da guerre, da distruzioni, da confini mobili e incerti a causa di conflitti delle cui cause sanno poco o nulla e di cui non sono minimamente responsabili. Per farvi capire a che tempertura questo libro si avvicina mi viene in mente il grande poeta palestinese Mahmoud Darwish, anche lui un autore che dialoga con l’universalità dell’essere umano, un poeta che ha avuto il vilaggio della sua infanzia demolito. Questa dimensione dell’infanzia come devastazione e dell’intimità come luogo minacciato è presentissimo in Lidija. La dimensione dell’irrevocabilità del viaggio è anche molto presente e prende spesso una forma litanica, fatta di versi semplici che si ripetono, proprio come se fosse un esercizio meditativo nei confronti di ciò che si sta perdendo. Come se, verso dopo verso, si cercasse di tenere nel ritmo quello che in realtà sta sparendo dalla storia. Da qui anche il tema spesso citato del decadimento, questo senso che la storia occidentale è quasi destinata a una sparizione, a una sorta di decomposizione delle sue premesse più virtuose.
E.S.: Sì e aggiungo anche che la casa per noi non è solo un fatto fisico, tangibile. Siamo tutti alla ricerca di un ritorno a casa, soprattutto chi ha sperimentato l’esilio, per qualsiasi motivo. Spesso ci capita di immaginare l’esilio come un qualcosa di forzato, ma l’esilio sa nascere anche da un qualcosa di molto più subdolo. Milioni di persone ogni giorno per svariati motivi decidono di lasciare qualcosa e abbandonano quindi la familiarità con quella cosa. E quindi si rimane in qualche modo intrappolati, condannati a una ricerca. Ne parlo anche da un punto di vista personale, essendo io stessa un esempio di quella condizione di “né carne né pesce”. Sono nata e cresciuta non soltanto in un contesto geografico diverso, ma proprio in un mondo che non esiste più. Sono nata e cresciuta nella Jugoslavia socialista di Tito, con tutto ciò che quel mondo parallelo comportava e così poco conosciuto nell’Occidente per ovvi motivi storici. E quindi il mio trasferirmi e vivere l’altra metà della mia vita qui, ha significato per me dovermi tradurre ogni singolo giorno: traducevo ciò che avevo vissuto da bambina perchè per me era quella la concezione del mondo. È da lì che parte la traduzione, dall’esigenza di mettere in dialogo il proprio con l’altrui, costruendo un potenziale ponte tra i due. Ecco Lidija appartiene a questo mondo a me molto familiare, pertanto non era un caso che proprio i suoi versi risuonassero in me casa. Lei è una poetessa in esilio, è un’autrice e studiosa di lingua rumena a Bucarest e poi di lingua slovena a Lubiana dove si è infine fermata per poter creare, direi, in pace. Nella sua poesia si sente molto questo dialogo con lei bambina, ossia con quel mondo che non esiste più. Quando oggi torno a Skopje, la mia città natale, sento di appartenere a quel luogo, ma anche di non appartenergli più; e lo stesso accade a Milano che è da sempre stata una casa molto accogliente che mi ha dato tante possibilità ma che ogni giorno trova un modo per ricordarmi che il mio è un appartenere a metà, mai totale. E quindi è dentro questo residuo, che si crea in modo simile a quello traduttivo, che impariamo ad abitare, a stare.
T.D.D.: Mi fai venire in mente un verso di Paul Celan che è l’inizio di una sua poesia straordinaria che si intitola Singbarer Rest che in tedesco può essere tradotto come “residuo cantabile”, come se fosse quello che resta di una combustione, quello che resta e resiste alla traduzione. È proprio grazie a questo resto, grazie all’intraducibile del linguaggio che qualcosa può essere tradotto. Quindi quello che fa ostacolo è il punto di appoggio per un salto verso un’altra lingua, verso un altrove. Diamo spazio a un altro testo.
E.S.:
Eco
Sotto la casa primordiale
l’eco faceva ritorno da questo mondo,
sorvolava le cotogne, i filari di tabacco
e la rakija nel calderone,
ci portava i saluti dai nostri cari.
A quel tempo eravamo tutti vivi.
La vescica urinaria dei cuccioli macellati
era il palloncino più resistente al mondo,
la zuppa del gallo anziano
nemmeno i maiali la volevano mangiare,
sul fondo della pentola per fare il sapone,
all’improvviso, si palesava un arcobaleno.
Risuonavano le culture del mondo
alla Radio Macedonia, Terzo programma,
nella stanza con l’odore della zucca al forno
e le calze stese sulla stufa,
dove mia nonna mi ha fatto a maglia un gilet di lana
adatto a ogni stagione.
Quando mi è diventato piccolo, sono partita per il mondo
e ci vivevo, nero su bianco,
mescolando il sangue con l’acqua
non mi sono accorta quando è diventato saliva
proprio come la casa primordiale
che prima era una casa,
poi una proprietà con aliquota fiscale,
infine rovina in una lite giudiziaria.
Ora, sotto la casa, gridiamo e gridiamo,
ma l’eco ci ritorna dall’altro mondo,
sorvolando le tombe e le discariche
e porta i saluti solo da noi stessi.
T.D.D.: La vocazione universale di Lidija è sempre però contemperata da un’attenzione quasi intima al popolo da cui proviene, quello appunto macedone e in generale della cultura balcanica. Mi colpisce che l’universalità non sia raggiunta attraverso una sterilizzazione del proprio idioma locale, ma proprio affondando, insistendo e intridendosi pienamente di tutto questo idioma folklorico, come se dentro le poesie di Dimkovska si sentisse anche l’eco delle storie orali di un popolo millenario che abita questa regione senza mare, ma con solo laghi e il fiume Vardar, questo fiume gigante che diventa una vena decisiva di questa terra immersa fra i monti. Quindi queste storie millenarie fra i monti sono tutte rapprese in questo libro. Anche per questo, alcune parole sono intraducibili, parole che abbiamo deciso di lasciare in macedone. Si tratta di un problema traduttivo: come tradurre determinati concetti che hanno dei paralleli nella cultura della lingua di arrivo, ma usare un’altra parola vorrebbe dire tradire tutto un universo?
E.S.: Un concetto molto interessante in questo senso è quello di Zadušnica, che deriva da duša che vuol dire “anima” e quindi za duša, “per l’anima”. Nei territori macedoni esiste l’idea del cibo per l’anima, mangiato dai vivi per l’anima di chi non è più qui con noi. Esiste una fortissima convivenza in quella cultura tra i vivi e i morti. Io stessa, avendo vissuto diversi lutti familiari, conosco molto bene quella condizione che ci è molto naturale di convivere con i morti. Qualche anno fa un’amica d’infanzia mi ha accompagnata al cimitero per salutare i miei genitori, portando con sé un boccalino di rakija e quattro bicchierini, due per noi, vive, e due per i miei genitori, morti. Ci siamo sedute accanto alle tombe e abbiamo bevuto tutta la rakija chiacchierando, rievocando memorie e, soprattutto, ridendo di tutto quello che è stata la vita con loro di cui lei pure conserva tanta memoria essendo cresciute insieme. E in questi momenti non manca mai quella tipica comicità balcanica, molto nera, tanto che la mia amica che ama tanto la rakija, poiché era già finita quella del boccalino, prese il bicchierino ancora pieno di mio padre e disse tutta seria: «Secondo me Ljupčo non si offende se gliela finisco!». Dentro questa situazione ero sia presente, sia in una sorta di condizione di mezzo, osservatrice esterna: c’è una fondamentale importanza nel saper interagire in un modo tangibile con chi c’è e anche con chi non c’è più. Per me è stata una ricerca stimolata dall’urgenza personale di riconnettermi con chi non c’è più, ma credo che sia una condizione umana molto condivisa.
T.D.D.: È quella che Foscolo chiamava la “celeste dote” degli esseri umani, che fa dialogare i vivi con gli estinti. Forse la poesia è per chi vive questo dialogo, nella carne, e ha bisogno di una parola che riesca nell’impresa di connettere i due mondi. Noi italiani, forse, siamo giunti a un punto della nostra storia dove queste domande iniziano a farsi pressanti: dovremmo chiederci che dialogo intrattenere con questo enorme numero di spiriti che sono sepolti nel grande lago del Mediterraneo. Mi ricordo il racconto che una volta mi fece un ragazzo: era arrivato in Italia da poco, dalla Nigeria e aveva attraversato il mare per venire da noi. Mi disse che in Nigeria il mediterraneo lo chiamano “il fiume”, perché il mare nella loro lingua è dove si fa il bagno in pace, in festa, mentre il fiume è pericoloso, minaccioso. Quindi il Mediterraneo per loro è il fiume, il luogo dal quale si può non tornare indietro. Ecco nella poesia di Lidija Dimkovska si avverte la medesima forza minacciosa di ogni confine.
E.S.: A questo proposito vorrei leggere “Eredità”, una poesia attraversata da una forte intertestualità femminile tra chi c’è e chi non c’è più.
Eredità
Ingrid Jonker scrive a Olivera Ḱorveziroska
Ti farebbe bene un proiettile in testa,
un salto dal ponte o una vena tagliata,
l’acido cloridrico nel tè, la cintura da uomo al collo,
al momento sbagliato, nel posto sbagliato
la morte è risveglio, vulcano, terremoto,
vuoi morire, però non come gli altri.
Ma nella cameretta dorme una bambina
che tu hai portato nel tuo stesso utero.
Una figlia con una madre che si è ammazzata
non è una figlia senza madre, ma è una figlia senza sé stessa.
Tutta la vita s’immergerà più profonda che può,
frugherà, vagherà, sognerà, domanderà
e andrà a sbattere la testa
contro la tua fotografia. Le mancherai,
ti amerà, e non potrà non odiarti.
Ora può. Finché sei viva. Finché lei è bambina.
Le tue mani sopra le sue guance,
le sue sopra le tue. Intrecciate.
Ricorderà la tua vita
che tu cerchi di dimenticare.
Quando sentirà scricchiolare le scale
saprà che il passato sta salendo da lei.
Avrà una camera tutta per sé. Però, che se ne fa?
Le serve una casa sua per la sua camera,
ma con una madre che si è ammazzata casa non è più da nessuna parte.
Si farà illusioni. Non ci sarà rivelazione.
Tutta la vita tua madre ti diceva:
«Ti faccio vedere il Signore!»
Minaccia o benedizione?
E l’una e l’altra, per te.
Eredità, per lei.
T.D.D.: A lungo, il titolo del volume Condizione di confine (che è il titolo anche di una raccolta di Lidija Dimkovska) è stato in bilico: c’era un altro titolo che ci piaceva molto. Il titolo poteva essere Cucciolo, dal nome di una poesia. Mi piaceva molto dare a una raccolta di poesie così cruda, violenta e diretta, un titolo apparentemente innocuo, il nome con cui in italiano ci si rivolge a un piccolo animale dolce e inerme. Sono convinto che abbiamo fatto bene a rinunciarvi: abbiamo scelto un titolo più legato all’intenzione e al percorso artistico dell’autrice. Ma il motivo per cui abbiamo ragionato su Cucciolo come titolo ha a che fare con il fatto che forse quella poesia è una delle più urgenti del libro, parla proprio a noi oggi e di una condizione che la poesia italiana ha già individuato grazie alla poesia di Antonella Anedda, la quale chiama “tregua” questi anni di relativa “pace”. La tregua è infatti un momento artificiosamente sospeso fra due abissi di violenza, uno alle spalle e un altro che è imminente. La consapevolezza di vivere una “tregua” della storia, per anni, è stata cancellata: la chiamavamo “pace”, “diritti universali”, ma è stato un onirismo. È importante oggi forse cercare di riattivare una percezione pericolosa del nostro tempo, sentirne l’abisso. Fa impressione oggi comprendere che tutto il “latte” dei diritti, del benessere, della pace di un’Europa opulenta e pacificata, ha nutrito i “cuccioli” che sono diventati feroci bestie, come si vede ovunque dentro le nostre società.
E.S.:
Cucciolo
Lei gli dà il latte in polvere, lui vuole quello dell’antenata,
lei lo nutre con omogenizzati di frutta, lui li vuole di sangue e terra,
lei lo lava con il sapone delicato nella vaschetta,
lui vuole fare il bagno nell’acqua benedetta,
lei lo asciuga col telo di cotone,
lui vuole la bandiera dell’Arca,
lei lo avvolge nel piumino di orsacchiotti,
lui vuole la coperta di lana con disegni folk,
lei lo mette nel lettino con baldacchino di stelle,
lui vuole la culla con le svastiche,
lei lo addormenta con Grimm e Andersen,
lui vuole le leggende di vittorie senza sconfitta,
lei lo sveglia con una canzoncina per bambini,
lui vuole un inno messo fuori legge,
lei gli mette abitini colorati,
lui vuole l’uniforme nera,
lei gli mette ai piedi le scarpette leggere,
lui vuole gli anfibi con borchie e punte,
lei gli lancia una pallina con i raggi dell’arcobaleno,
lui vuole una mazza da baseball con i teschi,
lei gli insegna “non t’arrabbiare” sulla panchina del giardino,
lui vuole intrecciare filo spinato per il confine,
lei lo lascia giocare nella sabbia con gli altri bambini,
lui pizzica loro la pelle se di colore diverso,
lei lo tiene sotto il braccio sinistro mentre passeggiano,
lui tende in avanti il destro e marcia,
lei gli dà le goccine contro l’allergia al polline,
lui chiede l’antistaminico contro la diversità,
lei gli insegna le lingue straniere per arricchirlo,
lui le sputa addosso con la sua che nemmeno conosce bene,
lei gli insegna il bene, lui ama il male,
lei lo porta a lezione di storia, lui la ripete.
Lei gli regala un cagnolino – kutz kutz, bau bau,
gli compra un gattino – matz matz, miao miao,
lui le cava l’occhio con un pugno
le sputa in faccia e ringhia:
io sono Nazi! Naz! Nazi!
T.D.D.: Grazie Ema Stefanovska per questo dialogo e queste traduzioni dalla voce di Lidija Dimkovska. Ogni traduzione è in fondo sempre una sorta di seduta spiritica.
Vedi anche: In dialogo con i traduttori: Maria Fragkouli di Tommaso Di Dio
