Cinquant’anni fa, mentre la poesia italiana si interrogava ancora su come sopravvivere al trauma del lirismo che tramontava, Giampiero Neri cambiava le regole del gioco senza dichiararlo. Oltre a introdurre una nuova forma – quella prosa che ambiva allo statuto di poesia – L’aspetto occidentale del vestito (Guanda, 1976) incrinava silenziosamente il presupposto stesso della lirica novecentesca, ovvero l’idea che il poeta dovesse ancora dire “io”. Neri registrava e classificava in versi, disponendo il mondo attraverso il suo sguardo impersonale. E proprio in questa neutralità apparente, che tanto ha disorientato la critica, si annidava una delle trasformazioni più radicali del linguaggio poetico, assimilata da pochissimi nei decenni a seguire.
Da allora, la poesia italiana ha moltiplicato le derive della soggettività, ha frantumato il verso e ibridato i registri, benché di rado abbia accettato fino in fondo l’ipotesi più inquietante avanzata da Neri: che il senso coincida con la pura esposizione del dato, una volta isolato il reale per poterlo osservare in modo quasi entomologico, affrancato da interpretazioni e slanci emotivi. Basti pensare a «non occupa mai il centro della strada ma d’abitudine cammina sul margine estremo»; un “verso” emblematico che coincide con una frase minima, la descrizione di un comportamento, di una posizione nel mondo. Cinquant’anni dopo ne hanno parlato Maurizio Cucchi, Marco Pelliccioli e Alessandro Rivali alla Casa della Poesia di Milano, in partnership con la Fondazione “Arnoldo e Alberto Mondadori”.
Matteo Bianchi: Quando ha definito Neri “maestro in ombra”, cosa intendeva esattamente rispetto alla ricezione critica del suo lavoro negli anni Settanta e Ottanta?
Maurizio Cucchi: A quel tempo, Giampiero si muoveva in modo insolito, restando, appunto, come in ombra per le sue rare pubblicazioni. Ma i consensi erano comunque importanti. Giancarlo Majorino lo fece conoscere sulla rivista “Il Corpo”, Giovanni Raboni lo presentò sull’“Almanacco dello Specchio” e nel ’76 pubblicò L’aspetto occidentale del vestito nella collana da lui diretta per Guanda. Neri esordiva, dunque, a quarantanove anni, per la sua ombrosa ritrosia a mostrare il proprio lavoro, di cui però i più attenti colsero subito la viva originalità.
M.B.: In che misura l’uscita de L’aspetto occidentale del vestito ha anticipato tendenze poetiche che sarebbero esplose nei decenni successivi, così l’ibridazione tra verso e frase?
M.C.: A quel tempo l’uso della prosa poetica era molto raro. Neri citava Campana come privilegiato riferimento. Il valore dei suoi testi, la loro originalità si imponevano per la netta asciuttezza dello stile, della pronuncia, in un tempo in cui si era appena esaurita la sperimentazione a tutto campo dei coetanei di Neri e muovevano i primi passi le nuove generazioni. Allora la sua scrittura era apprezzata, ma come un caso autonomo, isolato. Nei decenni a noi più vicini la prosa poetica si è venuta sempre più diffondendo ed è evidente che in questo Neri era stato un anticipatore. Ma rilevante è stata la sua ricerca della “semplicità” come traguardo espressivo e non come punto di partenza e la sobrietà straordinaria della sua scrittura non possono non costituire per molti un modello. Ecco allora che, dall’“ombra”, la sua opera si è venuta ponendo come l’opera di un vero maestro tout court.
M.B.: Si può considerare l’approccio di Neri alla realtà come uno sguardo “occidentale”, ossia razionale e tipologico, che si pone “al margine” e che registra invece di spiegare?
Alessandro Rivali: Direi proprio di sì, e credo che su questo interrogativo ci possa aiutare lo stesso Neri che così rispose a un mio dubbio riguardo all’esordio con L’aspetto occidentale del vestito: «Il titolo nasce dalla riflessione sulle esperienze della nostra storia, la storia dell’Occidente, che è naturalmente diversa da quella dell’Oriente, anche se gli uomini sono uguali a tutte le latitudini. In occasione di una traduzione in russo per una antologia che si sarebbe pubblicata a Mosca nel 1980, mi fu chiesto se si potesse cambiare il titolo in quanto “occidentale” aveva una connotazione politica ostile per il lettore sovietico. Ho risposto che si poteva togliere “occidentale”, appunto una variabile, se fossi nato a Pechino avrei scritto L’aspetto orientale del vestito. La risposta venne ritenuta geniale e approvata all’istante».
In uno dei suoi biglietti, un giorno, Neri mi scrisse che «La poesia è una macchina per pensare»: la sua poesia, così legata alla figura della reticenza, annota, registra, informa, lascia tanto all’interpretazione del lettore. È questa parte della sua forza ammaliatrice: “dire tanto” con pochissime parole, come ha giustamente rilevato Roberto Galaverni nel recente invito alla lettura della nuova edizione di Teatro naturale. La poesia di Neri “non spiega”, ma ha una forte connotazione morale che interroga in profondità il lettore.
M.B.: La rinuncia alla centralità dell’io in che rapporto lo poneva con la cosiddetta “linea lombarda”, battezzata da Anceschi nel ’52?
A.R.: Per tanti aspetti, dalla tersa essenzialità al senso etico della scrittura, il “primo tempo” della poesia di Neri si può accostare alla Linea lombarda, e del resto nella “consacrazione critica” del Meridiano Poeti italiani del secondo novecento a cura di Cucchi e Giovanardi la poesia di Neri veniva raccolta, insieme a Giovanni Raboni, Giancarlo Majorino, Giorgio Cesarano e Tiziano Rossi, sotto la dicitura “L’etica del quotidiano”.
Nel “secondo tempo” della poesia di Neri, diciamo a partire da libri come Il professor Fumagalli e altre figure, mi sembra che l’io torni centrale. Personaggi e vicende dell’infanzia ritornano in modo più dichiarato e aperto. È una strada ancora da esplorare e studiare e credo che ci riserverà molte (felici) sorprese.
M.B.: Perché Neri non mai si è sbilanciato con allegorie esplicite, ma lasciava il senso in bilico tra il ritratto e l’emblema?
Marco Pelliccioli: Su questo tema credo che Enrico Testa abbia fornito una risposta puntuale quando scrive, parlando del linguaggio di Neri, che «lessico e sintassi», nella sua opera, «sono elementari e immuni da ogni suggestione o artificio formale», al punto da «ridursi all’esercizio esclusivo della sua funzione denotativa». Eppure, «ad un’estrema semplicità linguistica […] corrisponde un’estrema enigmaticità semantica: un rallentamento o pausa del senso, una percezione straniata e perplessa». Questo credo avvenga perché è nelle zone d’ombra che, Giampiero Neri, chiama in causa il lettore invitandolo a risignificare la realtà, a partire dalle nuove articolazioni del linguaggio che ci propone. Partendo dalle semplici cose, da immagini o nozioni d’uso corrente, spesso di ambito scientifico, a volte storico, Neri ci mostra il mistero da cui la realtà comune è avvolta, invitandoci a vederla sotto una diversa e nuova angolazione, consentendo a noi tutti una riflessione generalmente di carattere esistenziale.
M.B.: Quali aspetti della lingua del poeta, tra l’oggettività neutra e l’uso di materiali minimi, sono più ostici da cogliere per il lettore odierno?
M.P.: Più che “ostici” li definirei direi “vitali”. Come dicevo prima, Neri esprime la sua operazione più profonda proprio attraverso il linguaggio. Senza iperboli, o preziosismi, Neri mostra come la lingua d’uso corrente consenta di scavare in profondità nelle nostre esistenze se ricondotta a uso più incisivo, calibrato, puntuale, ovvero lontano da quell’ossessione di comunicare tutto e subito in modo fievole o cronachistico . Neri lavora in direzione del tutto opposta, attraverso la lingua comune costringe il lettore a fermarsi, a riflettere, a sospendere il giudizio laddove le cose, fino al momento prima, potevano assumere una connotazione diversa.
Tutto questo, nel velocissimo mondo della comunicazione di massa odierna, può sicuramente risultare “ostico” per il lettore comune. Ma, considerate le finalità, direi di “vitale” importanza.
In copertina uno scatto di Giampiero Neri a cura di Dino Ignani.
