Alcuni giorni fa, su invito di un caro amico, mi è capitato di fare un ragionamento sul SOLE 24 ORE1 a partire dal racconto Il versificatore di Primo Levi, pubblicato per la prima volta il 17 maggio 1960 sul settimanale “Il Mondo” nella rubrica “Il Novellino”. La cosa interessante di quel racconto è la presa di coscienza (non certo per chi mastica un po’ di letteratura) che di Intelligenza Artificiale si iniziava in qualche modo a parlare (o meglio: sfiorare l’idea) già sessant’anni fa. E se ne parlava con una particolare attenzione alla derubricazione dell’umano a produttore. Poi, pochi decenni dopo, ha preso forma il passaggio da produttore a prodotto e la grande confusione dell’identità che a tutt’oggi ha snaturato la mappa umana, portando progressivamente allo scontro con un’innovazione annunciata che solo da pochissimi anni procede a una velocità impressionante.
Quello che mi interessa focalizzare qui però, a partire da Levi, è una mappatura di quel che Francesco D’Isa (scrittore, giornalista, artista digitale dalla formazione filosofica) definisce come un residuo sempre più angusto2, parafrasando potremmo dire un residuo umano che viene da lontano. Mentre pochi giorni fa a Londra alcune centinaia di persone hanno manifestato davanti alle sedi di OpenAI, Meta e Google alla luce dello slogan Pull the Plug3 (staccate la spina) per il timore di perdere posti di lavoro, Levi lascia intravedere che il nodo stia meno nella macchina in sé che nel sistema che la produce e ne prepara il terreno. Racconta di un poeta che alla fine è contento (al netto del geniale ribaltamento finale) che il versificatore gli tolga d’impiccio commesse e lavori che gravano sulla sua produttività. E la sua produttività aumenta, la macchina fa ottimamente il suo lavoro e il sentore è che la questione non sia la macchina in sé ma il fatto che la scrittura di versi sia un lavoro vero e proprio, una produzione commerciale, e ancor più che questo sia totalmente accettato dal poeta (motivo per cui guarda di buon occhio al versificatore). Si tratta di tre sintomi dello stesso slittamento: il lavoro umano, il linguaggio e perfino l’immaginazione vengono misurati in termini di funzione, resa e sostituibilità.
Considerando questo (che, si ricorda, viene dal 1960) colpisce il ritiro dal mercato di Shy Girl di Mia Ballard4, libro pubblicato in Inghilterra e in programmazione editoriale negli Stati Uniti, che è stato ritirato perché si è preso atto (non diciamo “scoperto”) che il testo ha subito un forte passaggio dell’IA (in scrittura o in revisione non è ancora chiaro, e poco importa ai fini del discorso). Michele Kettmajer, l’amico giornalista del Sole 24 ORE di cui sopra (tra le altre cose anche Professore e membro del comitato scientifico sull’IA dell’Università Pontificia Auxilium di Roma, e Docente di Antropologia dell’IA presso l’Università Cattolica di Benguela, Angola), nel suo profilo Social (si consideri che i Social, Facebook in particolare, per letteratura e IA sono diventati fulcro resistente di confronti e ragionamenti), fa un’osservazione che qui si presenta utile e pertinente:
«Non è soltanto la velocità degli sviluppi tecnologici, anche se ovviamente c’entra: nuovi modelli linguistici, nuove infrastrutture di calcolo, nuovi chip, nuove promesse di intelligenza artificiale generale. È qualcosa di più sottile e forse più inquietante: la sensazione che tutti questi eventi non stiano semplicemente accadendo ma stiano anche producendo una nuova cosmologia operativa, un modo implicito di interpretare il mondo che non viene dichiarato come filosofia ma che agisce come se lo fosse.
La sensazione è che il tempo storico abbia cambiato consistenza. Gli sviluppi tecnologici, economici e politici non procedono più in sequenza ma si accavallano, producendo una specie di simultaneità permanente che rende quasi impossibile tenere insieme gli eventi dentro una memoria coerente5».
Michele Kettmajer
Questa riflessione mette a fuoco un dato decisivo: il cambiamento. Un cambiamento che è frutto degli eventi e modifica il tempo storico. Francesco D’Isa, citato poc’anzi, in questa direzione focalizza due aspetti cruciali:
«Sono stati addestrati (gli LLM, n.d.r.) su corpora linguistici e visivi immensamente più estesi di quelli accessibili a un singolo individuo; perciò possiedono un’ampiezza interlinguistica e interdisciplinare che la maggior parte di noi non può eguagliare. Ridefinire ogni volta l’intelligenza per escluderli mi sembra una mossa difensiva, poco interessante sul piano teorico. C’è un riflesso ricorrente nel discorso pubblico sull’AI: ogni volta che una macchina supera una soglia prestazionale umana, si sposta il criterio. Prima era la memoria, poi il calcolo, poi gli scacchi; adesso il linguaggio e il ragionamento astratto. L’intelligenza viene ridefinita in modo da riservare all’umano un residuo sempre più angusto6».
Francesco D’Isa
Si delinea così il rischio di una progressiva marginalizzazione dell’umano. Già sessant’anni fa Levi lasciava intravedere che il problema non è la macchina ma il sistema che produce la macchina (e che la anticipa). Kettmajer in questo è particolarmente netto:
«Lo Stato moderno continua a parlare il linguaggio della sovranità mentre perde il controllo delle infrastrutture da cui quella sovranità dipende. Usa cloud che non possiede, modelli che non addestra, stack software che non governa, metriche che spesso eredita da soggetti privati più forti di lui. Il privato, dall’altra parte, riduce l’intelligenza artificiale alla sua forma economicamente più redditizia: estrazione, previsione, ottimizzazione e automazione. Non costruisce un orizzonte comune; costruisce rendite cognitive. L’uno resta un guscio amministrativo che fatica a rappresentare comunità reali, l’altro una macchina di valorizzazione che trasforma l’intelligenza in funzione del bilancio7».
Michele Kettmajer
La costruzione di rendite cognitive è una questione tanto più centrale quanto più s’innerva nelle varie sfaccettature della società. Leggo da Davide Castiglione (professore associato in stilistica all’università di Vilnius, Lituania):
«Ho appena revisionato l’ennesimo articolo che sospetto fortemente sia stato generato in larga parte da un’intelligenza artificiale. Non riesco a esprimere quanto sia frustrante dover passare ore a spulciare un testo pieno di elenchi di tre, strutture logiche del tipo “non x ma y”, intere frasi ripetute in pagine diverse, generalizzazioni superficiali che riciclano palesemente conoscenze pregresse su autori importanti, mancanza di contestualizzazione accademica e argomentazioni chiave interamente basate su una fallacia dell’uomo di paglia8».
Davide Castiglione
Il problema è quindi l’uso non di rado sconsiderato che si fa dello strumento LLM o è altro? D’Isa, a questo proposito, dà una risposta molto chiara:
«L’uso etico delle intelligenze artificiali è possibile? Per la mia etica la risposta è no, perché le aziende che le sviluppano perseguono logiche di profitto, potere (anche militare) e controllo. Il che non distingue le AI da altre tecnologie: non è possibile un uso etico dell’elettricità, né lo è dei telefoni, né dei social media, e mille altre9».
Francesco D’Isa
Il problema riguarda quindi la forma stessa della nostra relazione con il reale. Ed è per questo che il discorso, quasi inevitabilmente, si sposta dal sistema al linguaggio.
*
Pochi giorni fa è uscito anche un primo articolo (di una serie, data la numerazione) su Le parole e le cose a cura di Italo Testa dal titolo “Habitus digitale/1: Anna Maria Lorusso e Alberto Casadei”10. La serie tratta del volume di Vittorio Gallese Il Sé digitale. Dai neuroni specchio alla mediazione tecnologica11 (Cortina 2026) ma fornisce uno spunto interessante, soprattutto Casadei, sul rapporto non tanto IA/umano quanto umano/realtà (che, come abbiamo visto, è forse il punto più radicalmente in discussione):
«La plasticità del cervello è indispensabile allo sviluppo della relazione con il reale (qualunque sia la definizione che ne diamo), ma la modellazione avviene solo attraverso la sensorialità corporea, di continuo stimolata dagli ambienti ‘caotici’ e non da soli dati processati e ricomposti. Sarebbe persino lecito sostenere che è appunto la perenne esposizione al Kaos (nel senso originale del termine) a differenziare in ultima istanza l’azione-elaborazione umana da quella degli algoritmi delle IA, che non si potrebbero fondare su dati costantemente variabili e richiedono invece corpora enormi ma finiti.
[…]
Tutto ciò s’inquadra perfettamente nelle macro-tendenze socioeconomiche e politiche incominciate negli anni Ottanta del secolo scorso e ormai, dopo l’effetto destabilizzante generato da Trump, andate ben oltre quanto aveva indagato, appena un anno fa, Guido Mazzoni nel suo Senza riparo (Laterza 2025). Cosa si potrà quindi ipotizzare per la letteratura e le arti in un ambiente storico-culturale così caotico? Forse proprio il guardare al Kaos che sono diventati tutti i regimi socio-culturali del mondo, compresi quelli che sembravano rigidamente consolidati […] così ora sembra indispensabile che si avvii una interazione consapevole tra gli umani che indagano sull’esistenza e sulla realtà e le IA che agiscono in un Cloud immenso di dati che vengono mirabilmente destrutturati e ristrutturati, ma non forniscono risposte ultime».
Alberto Casadei
Damiano Cantone, qui su pordenoneleggepoesia.it, alcune settimane fa in un articolo a cura di Alessandra Corbetta ha fatto un ragionamento su “Le macchine e la poesia. Una riflessione sui linguaggi artificiali”12 che di fronte al Kaos che cita Casadei appare molto pertinente:
«Il linguaggio, infatti, non è sempre esistito, ma è il risultato di un processo di innovazione tecnologica giunto a compimento circa 100.000 anni fa. Non è un’invenzione particolarmente antica, se si pensa che la specie Homo è presente sul nostro pianeta da quasi tre milioni di anni. In questa direzione si muovono autori come Michael Tomasello e Daniel Dor, per i quali il linguaggio non risiede “dentro” i parlanti, ma nello spazio intersoggettivo che li collega.
Il linguaggio emerge in stretta continuità con altre tecnologie fondamentali che lo precedono, come la costruzione di utensili, e si sviluppa insieme a pratiche cooperative, rituali, forme di accudimento condiviso e di trasmissione culturale. Non è il cervello ad aver prodotto il linguaggio, ma il linguaggio, come tecnologia sociale, ad aver progressivamente modellato alcune capacità cognitive che gli preesistevano. Si è poi rivelato una tecnologia così efficace da innervare di sé l’intero ambiente di vita degli esseri umani».
Damiano Cantone
Il primo, Casadei, parla di una perenne esposizione al Kaos che produce azione-elaborazione umana. Il secondo, Cantone, spiega che quell’azione-elaborazione ha conseguentemente prodotto il linguaggio come tecnologia sociale, che a sua volta ha modificato il cervello umano.
Sempre Cantone:
«I linguaggi naturali, al contrario, non sono semplici sistemi di codifica dell’informazione, ma tecnologie sociali che modellano l’immaginazione, l’identità e le forme di vita di una comunità. Non c’è dunque competizione, perché non c’è sostituibilità: i linguaggi artificiali possono affiancare, estendere o supportare alcune funzioni del linguaggio umano, ma non possono rimpiazzarne il ruolo costitutivo nella vita sociale e cognitiva dell’uomo. Pensare questa relazione in termini di competizione significa proiettare sui linguaggi artificiali una concezione riduttiva del linguaggio naturale, scambiandolo per un mero mezzo di trasmissione dell’informazione anziché per una pratica storicamente e socialmente situata».
Damiano Cantone
Casadei e Cantone, se messi in relazione al succitato Levi, sottolineano quanto quel “suo” poeta stesse in realtà cercando un prodotto semplice, ripetibile, quale “mero mezzo di trasmissione dell’informazione” e non una “pratica storicamente e socialmente situata” quale dovrebbe essere la poesia. Al netto di ogni opinione sulla produzione in versi odierna il punto che continua a emergere è di fatto una domanda che, in virtù della sua stessa esistenza, l’IA pone all’uomo: come ti approcci al mondo? Lo cerchi e lo comprendi o vi agisci superficialmente per ottenere qualcosa?
Al netto del “tempo storico [che ha] cambiato consistenza” di Kettmajer, che Cantone rimarca parlando di “Kaos che sono diventati tutti i regimi socio-culturali del mondo”, ne deriva che siamo chiamati non tanto a discutere della macchina (proprio come in Levi) quanto del nostro approcciarci al mondo, al Kaos (Casadei) anche attraverso la “tecnologia sociale” che è il linguaggio (Cantone).
In questa direzione parlare di “linguaggio” oggi appare particolarmente complicato. Intendo oggi facendo riferimento all’uscita di Crescere, la guerra di Francesca Mannocchi (Einaudi, 2026), giornalista e inviata di guerra che, in pochissime pagine, mette in crisi il linguaggio costringendolo a misurarsi con la realtà. Una realtà che non si vuole guardare, facilmente liquidabile con un “è perché va di moda scrivere sulla guerra” ma che di guerra parla veramente poco. La quarta di copertina parla di “lingua che non basta più”, di “etica dello sguardo”.
Da “Fahim, il corpo della reputazione”
[…]
A volte penso che l’esilio
sia la forma più pura del pensiero,
perché ti obbliga a guardare tutto da fuori.
Io, Fahim,
senza patria e senza luogo,
mi guardo da fuori.
Ho ancora un pensiero
che è la mia unica dimora
e finché lo custodisco,
non scompaio.
Ricordate:
l’esilio non è la distanza
tra me e la mia casa,
ma la distanza
tra voi e il mio nome.
Tra voi e il mio volto.
Da “Semi, per voce di madre, per voce di padre”
[…]
La guerra ha inventato
una nuova economia della lingua:
raid
neutralizzato
terrorista.
Sono parole pietrificate:
non spiegano, amputano.
L’Occidente ascolta la parola
e interrompe la domanda.
Terrorista:
un’etichetta che non richiede verifica,
non apre archivio,
non concede motivazione.
È una formula per smettere di pensare.
Una parola che non genera futuro,
perché non genera domanda.
[…]
Lo j’accuse che Mannocchi riporta ci costringe a interrogarci sulla posizione da cui guardiamo e mette sul tavolo parole utilizzate per non sapere. La voce di chi non ha voce qui non chiede compassione ma realtà in una direzione che richiama Levi, il quale sottolinea implicitamente che al poeta interessa solo produrre per guadagnare, rimarcando la questione dell’IA non come conflitto uomo/macchina (detta, qui provocatoriamente in tono fantascientifico) ma come contraddizione dell’uomo e dell’approccio al mondo che si è costruito.
Mannocchi oppone quello che a ben vedere è un altro mondo che esiste ma che tendiamo ad ascoltare da lontano, attraverso filtri e protezioni che non difendono la nostra umanità ma l’esistenza di ciò che abbiamo costruito. Perché quel mondo finisce per mettere in crisi anche il nostro. Così come quella realtà finisce per far apparire inadeguata una parte della poesia contemporanea (in questa direzione molto colpisce un’affermazione risalente a pochi giorni fa di Ibrahim Nasrallah ne “Il Manifesto”: «Come può sentirsi un essere umano costretto a passare da una guerra all’altra?13»).
Torna allora la domanda di fondo sul nostro modo di approcciarci al mondo: per trarne un qualche profitto o per comprenderlo? Mannocchi, senza mezzi termini e con una versificazione credibilissima, invita a un ascolto che è anche un invito alla crisi, all’accettazione e alla comprensione del Kaos ma anche del modo in cui a esso ci accostiamo, platonicamente parlando, dalla nostra caverna culturale (e, sottolineerei, poetica).
Da “L’arpione della memoria”
[…]
C’è un istante – invisibile e preciso –
in cui la lingua smette di obbedire.
Le parole si spezzano, si svuotano
e non reggono più il peso del mondo.
È lì
che deve cominciare la voce.
[…]
Mannocchi mostra il punto in cui il linguaggio entra in crisi davanti al reale lasciando un’ultima domanda: come abitare questa crisi?
*
Il presente articolo avrebbe dovuto concludersi in altra maniera, prima che la lettura della Mannocchi lo rivolgesse verso l’esito di cui sopra. Voglio comunque integrare con un secondo finale che torna alla discussione sull’IA e all’uso che se ne fa. Di seguito, quindi, la chiusa della prima versione che molto deve a un post di Mafe De Baggis (digital media strategist, scrittrice, pubblicitaria, comunicatrice).
Una linea che da Levi arriva a noi è quella di un assoggettamento crescente dell’umano alla logica del profitto. L’IA, o gli LLM, ChatGPT, Claude, Gemini, sono solo l’ultimo anello di una catena che è stata costruita decenni fa e che pur essendo andata in crisi (2008) tenta di sopravvivere mantenendo le fondamenta che l’hanno fatta implodere. Contribuendo a produrre quel tempo storico che ha cambiato consistenza di cui parla Kettmajer.
La soluzione? Questa è forse la domanda più umana possibile alla presa di coscienza degli aspetti finora toccati. E la soluzione non è nemmeno così impensabile come si può ipotizzare e non passa attraverso un’anacronistica opposizione all’IA. Leggo infatti da Mafe De Baggis una riflessione centrale e umanocentrica che ricorda che il problema decisivo non sembra essere l’IA in sé quanto i soggetti che la usano e le logiche in cui la usano.
«In questo momento collaborare con un modello linguistico con soddisfazione significa che tu ci metti l’intelligenza, esso ci mette il lavoro. Se ti ritrovi con una proporzione diversa da 95% di intelligenza tua, 95% di lavoro del modello stai sbagliando qualcosa.
Intelligenza e lavoro non sono sinonimi e confonderli è l’errore più comune. Il modello è molto bravo a fare: stendere, formattare, sintetizzare, cercare, trasformare. È mediocre a scegliere: non ha un punto di vista reale, non ha gusto maturato attraverso l’esperienza, non sa cosa conta per te e perché.
Tu invece sai cosa vuoi, perché lo vuoi e quanto vale il risultato. Quello che non hai sono tempo e braccia. La proporzione corretta sfrutta questa asimmetria: tu porti il “cosa” e il “perché”, il modello porta il “come” e il “quanto”.
[…]
Il segnale più chiaro è quanto riesci a valutare criticamente l’output. Se ti trovi a leggere quello che il modello ha prodotto senza sapere se è buono o no – se non hai il metro – allora hai già delegato troppa intelligenza.
Un altro segnale: l’output ti sorprende in modo passivo, cioè lo accetti senza rielaborarlo. La sorpresa fertile (quella del 5% di intelligenza del modello) ti attiva, ti fa reagire, ti fa aggiungere o togliere. La sorpresa passiva ti fa dire “bello, lo uso così”14 ».
Mafe De Baggis
La questione resta sempre e comunque umana. Volendo semplificare possiamo prendere atto di una cosa molto semplice ma estremamente impattante sulla Storia umana: una parte non trascurabile delle personalità scientifiche e intellettuali nasce da combinazioni difficilmente pianificabili o prevedibili di fattori biologici, culturali, sociali e storici.
Oggi abbiamo imparato a costruire una parte di questi intelletti colti (non tutto, ricordiamo che la creatività, quella vera s’intende, la visione trasversale, restano difficilmente attribuibili all’IA nel senso pieno del termine) e che uso ne vogliamo fare? Chiedendo maggiore profitto o miglioramento personale/sociale?
2 https://www.facebook.com/fdisa/posts/pfbid0kYnZZ6ekLrrnd7K28cvKz7ZSibbrs76ULy4cCq8H7Burzic3FfwRJBdWTFU7HtbLl
3 https://www.corriere.it/economia/finanza/26_marzo_18/a-londra-le-prime-proteste-contro-l-ai-avvocati-programmatori-insegnanti-davanti-a-openai-e-google-e89ff2e3-2927-4988-b4b3-22dcdd139xlk.shtml
4 https://www.repubblica.it/cultura/2026/03/21/news/caso_shy_girl_romanzo_scritto_con_ia_ritirato_dal_mercato-425235779/
5 https://www.facebook.com/michelekettmaier/posts/pfbid04AmwJtMsTLsqs3whA5DLzJJeEqpYXcjX86H6ET2yQHaFDVdHQAdgFgNxo96ioHJtl
6 https://www.facebook.com/fdisa/posts/pfbid0kYnZZ6ekLrrnd7K28cvKz7ZSibbrs76ULy4cCq8H7Burzic3FfwRJBdWTFU7HtbLl
7 https://www.facebook.com/michelekettmaier/posts/pfbid023ky2PUvqeA8RW82BB9zeuhnCG9J56CPKpyEfFhcPPsP5rdr95Exxusj9hr6ju1uCl
8 https://www.facebook.com/davide.castiglione/posts/pfbid02V6PUb9FM1gD7hNTwyDDNrzNJSLF8WdK6gy8GgryE2DYhEB2skE8JUDTSX48Ls9Tcl
9 https://www.facebook.com/fdisa/posts/pfbid02RhhdbNcLroN18zbPjnvNCZRBWeBQLXRDP6qK2Lav4ZrZwUxMrxuaNMv4bcNqRgmTl
11 https://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/vittorio-gallese/il-se-digitale-9788832858440-4627.html
13 https://ilmanifesto.it/ibrahim-nasrallah-il-silenzio-spalanca-la-strada-agli-assassini-la-poesia-ci-protegge
14 https://www.facebook.com/mafe.debaggis/posts/pfbid02FexPWhhqEkWWgiWXuo2YTQTRNXVv7BtDoxHeSRGxZKNwLgAL1VbsCVeywYyfSd3tl
