Sulla vacanza celeste di Pietro Polverini

Pietro Polverini (1992-2023) è una delle voci poetiche italiane più intense e vertiginose di quella che si potrebbe definire una ‘generazione-arcipelago’, composta da coloro che hanno respirato gli ultimi soffi di Novecento e si sono trovati a maturare in un universo-metaverso in transito dall’analogico al digitale. Il suo esordio come poeta con Indice sommario di sbiadimento, stampato da Pequod nel 2022, risale ai trent’anni; e segue un intenso periodo di formazione: estetico-filosofica, filologico-letteraria e da critico soprattutto di poesia contemporanea.

Pietro, dopo avere atteso tanto, non poté però promuovere il suo calibratissimo ed esile libro di esordio come avrebbe voluto, poiché entrò in coma senza più svegliarsi, pochi mesi dopo l’uscita. L’Indice fu solo una tappa di un’opera più ampia che Polverini conservava per sé, di cui il sonno e la vacanza – intesa in senso etimologico di vuoto (dal latino vacuum) – sono tra i motivi che la attraversano.

Nell’autunno del 2025, in seguito alla consultazione del materiale autografo, dattiloscritto e digitale messomi a disposizione dalla famiglia del poeta, ho avuto la possibilità di pubblicare per la collana “Lyra giovani” di Interlinea, diretta da Franco Buffoni, un libro composto da 124 testi inediti di Pietro Polverini: La nostra villeggiatura celeste. Poesie 2012-2021.

Si tratta di un viaggio retrospettivo dal 2021 al 2012 attraverso quattro macrosezioni che indicano diverse fasi dei progetti poetici dell’autore. L’intento è quello di fornire un ‘ritorno’ da quella vacanza celeste ossessivamente profetizzata dai versi del poeta. Il volume attraversa il denso repertorio polveriniano a ritroso, ricominciando da dove Pietro lo aveva interrotto, per dedicarsi all’uscita del primo libro: «steso a desiderare stagioni d’astri e scritture, / chino sui brogliacci a contare come un ragioniere» (Indice, p. 14).

La poesia di Polverini è caratterizzata da acribia e nettezza geometrica del verso, ma anche da un estro barocco-manierista: il lettore rimane così al contempo inchiodato al dato tecnico-concreto e sospinto verso l’alto o l’inusitato, trovandosi di fronte a una lingua singolare e ricercatissima, che alterna arcaismi e preziosismi lessicali a dizione piana e registro colloquiale, con ordine sintattico perlopiù irregolare, smosso continuamente da anastrofi, iperbati e inarcamenti.

I versi del poeta hanno una meticolosità costitutiva – come rivelano gli avantesti e i dattiloscritti postillati – cui si accompagna una propensione allo slancio onirico e aereo: elementi che insieme forgiano una poesia logico-matematica e vertiginosa, senza dispersioni in usurati fonosimbolismi o attardati maledettismi.

Dallo studio filologico della documentazione, si osserva come l’autore lavorasse negli anni sui singoli testi, configurandoli in molteplici progetti poetici con riprese e varianti. Anche per via di questo fenomeno di intertestualità interna, si è scelto di condurre una selezione di testi ‘nuovi’, senza tenere conto di quelli scelti per l’esordio. Questa operazione è stata possibile considerata la quantità e la qualità dei testi conservati dell’autore.

È stata attuata una scelta guidata da un principio di equilibrio compositivo, non esente – ça va sans dire – da soggettività e gusto personale. L’obiettivo perseguito è stato quello di rendere conto allo stesso tempo della varietà e della riconoscibilità poetica del ‘cantiere aperto’ di Pietro Polverini.

Si affida dunque a questo nuovo libro il compito di arginare, almeno in parte, il naturale moto di deriva che minaccia ogni memoria. Rimanga a lungo aperto, nella voce del poeta, questo varco spaziotemporale: un ponte tra la veglia e il vigile sonno della sua vacanza celeste.

Infine, si presentano qui due testi polveriniani incentrati sull’idea di reset e come immagine una riproduzione di un avantesto manoscritto della poesia Stelle binarie, che si chiude con l’espressione ‘nostra villeggiatura celeste’ ripresa nel titolo del libro.

 

 
Persino grumi di mosche hanno volontà
 
Persino grumi di mosche hanno volontà
forse di crescere, nutrirsi o mutare
come se ogni cataclisma fosse una sorta di carnevale
 
quanto a me, per dire, vorrei un bottone
non che s’unisca alle asole,
ma un tasto dietro,
piantato sul collo,
con su scritto
reset.
 
 
 
 
Che questo sia solo un reset
 
Che questo sia solo un reset.
D’altronde tutta la vita in tempo di pace
i racconti e l’arsenale delle soluzioni
non sono altro che un autostop, tra i tanti.
Cosa non si fa per morire
di quante bocche m’innamorerò,
stanco procedendo verso la geometria
degli angoli più ottusi di te.
 
 
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