In una prosa che rinuncia
alle conclusioni le frasi
devono essere come semi.
Ernst Jünger
Rossana Abis ci guida attraverso Atelier d’inverno (1985), l’ultimo libro pubblicato in vita da Remo Pagnanelli (Macerata 1955-1987), riedito nel 2023 per AnimaMundi Edizioni nell’ultima versione redatta in vita dall’autore nel gennaio ’87, con introduzione di Roberto Galaverni, una nota di Milo De Angelis, a cura di Franca Mancinelli e Abis.

Il viaggio di Remo Pagnanelli nel verso è sempre circolare: garanzia di esistenza illimitata. Come l’eroe delle fiabe che parte per scoprire, arrivato a destinazione, che la soluzione al problema per il quale si era allontanato stava proprio nel luogo dal quale era partito. Ma deve andarsene per capirlo, per andare veramente avanti deve tornare indietro. I misteriosi sortilegi che l’anima mette in atto, quasi di soppiatto, a dispetto della coscienza, per rivelarsi a sé stessa. Un viaggio duplice in cui le immagini che scorrono davanti allo sguardo rivelano il modo che hanno le cose di essere presenti e, al contempo, di specchiarsi altrove. Attingiamo a piene mani dai versi come da un mare primitivo, e non sappiamo quale parola ci verrà data in dote; quella parola, una volta ricevuta, diverrà il centro del nostro mondo, il compito attorno al quale si dipanerà, nel bene e nel male, il tempo della nostra vita. Una parola ricevuta come talismano, la chiave di volta per la lettura su molteplici piani della realtà che ci circonda. È dunque il verso la via del ritorno: il termine stesso non accende forse in noi il richiamo, la scelta di una direzione? Alcune esperienze percettive che precedono la parola hanno la stessa origine dell’esperienza poetica di Pagnanelli: le nebbie dell’infanzia, comparse all’improvviso sotto forma di celesti emicranie – come nelle visioni della mistica di Bingen, Hildegarda – o il sussurro creaturale che sembra talvolta provenire dall’erba smossa dal vento: un delicato opporsi alle forze, un orizzonte rovesciato, un piccolo cielo su cui si cammina leggeri, col ritmo di una nuvola che muta costantemente forma. Mutamento radicale, eppure costante ritorno al centro immutabile di sé stessi. C’è un’espressione mirabile presa dal linguaggio degli antichi marinai, cara a tanti scrittori, che descrive tutto ciò. Veniva usata nel tempo in cui era arduo calcolare le rotte di mare, una formula che suggeriva di “avanzare di ritorno” per ritrovare la via perduta. Nella minuziosa cura del verso e degli enjambement, Pagnanelli descrive questo movimento perenne dell’avanzare per tornare all’origine. Ma è il viatico, con tutto il suo carico di intuizioni e rivelazioni, a creare il ritorno, non il raggiungimento della meta. Un attraversamento che cancella dietro di sé il viaggio stesso assurto a puro ritmo, come una nave che scompare, fasciata da una bianca spuma, man mano che avanza verso l’orizzonte.
In Atelier d’inverno, le atmosfere invernali si piegano come metallo fuso fra le mani del poeta, come se esse scaturissero da un’estate perennemente al suo principio. Immagini abbaglianti che lasciano sgomenti e quasi ciechi per troppa luce, come cartoline illustrate spedite da luoghi di villeggiatura, scolorite dal sole di tutte le estati della vita. L’inverno eternamente presente di un’estate lacerante: l’inizio e il compiersi dell’abbandono. Così come ebbe a dire Maria Zambrano: «Perché tutto sta in un cielo. Perché non c’è inferno che non sia il viscere di qualche cielo». Perché tutto sta in un’unica stagione, la distinzione solo una convenzione del tempo umano.
Per un poeta è difficile tornare indietro alla temperie che ha generato le sue poesie, e quando ciò avviene, il più delle volte egli non ne esce indenne. Ma deve farlo affinché il lento precipitato si depositi sul fondo e arrivi alla chiarezza dell’«acqua su acqua». Ecco perché Pagnanelli decise di leggere le sue poesie a voce alta mentre approntava l’ultima revisione: una sorta di invocazione per entrare nuovamente in frequenza col ritmo doloroso del verso, attraversando a ritroso gli archi temporali disseminati nella scrittura. Ma se si possiede il coraggio di oltrepassare la soglia di un dolore senza rimedio, si può sperimentare la gioia di una genesi senza fine. In questo attraversamento Pagnanelli si rivolge soprattutto al lettore, la temperie raggiunta gli consegna così la forma definitiva per un’ideale trasmissione perché, come egli ci dice, «Bisogna stare nell’oltre e far parte di quel “colore del vuoto” che è comunione, comunità». È questo il potente messaggio che Pagnanelli lascia in eredità, un messaggio lasciato al prezzo di un martyrion – affinché tra la parola e il sangue versato non ci fosse alcuna differenza. Il poeta si trascina una croce sulle spalle, e lo fa per tutti, senza mai voltarsi indietro.
Remo ci suggerisce che c’è bisogno di nuovi vocaboli per rappresentare la realtà nella sua complessità, facendo passare il linguaggio attraverso un punto di sella in cui tempo e spazio divengono una cosa sola. C’è un’epifania senza soluzione di continuità nelle sue parole, e se talvolta sembrano difficili è perché egli crea qualcosa di totalmente nuovo e straniato che, allo stesso tempo, trasmette il senso di un eterno presente; la concentrazione massima di un agire senza un prima e un dopo. In un suo saggio infatti Pagnanelli scrive che «Origine e caducità sono la medesima cosa: trattenere ciò che sta per sparire può renderci per l’ultima volta sapienti, altrimenti, in caso contrario, diverremo per sempre orfani e soli». Non è un caso che i luoghi del nascere e del morire siano in fondo simili, e che tra il primo e l’ultimo respiro non ci sia differenza, ciascuno rivelando l’abbandono violento di uno stato, l’incessante passaggio da una dimensione all’altra; e non è un caso poi che tali luoghi siano abitati da suoni e non da parole. La poesia deve tornare indietro alla pura vibrazione che ha preceduto l’avvento di ogni parola, tornare indietro alla matrice che è suono, alla radice che si fa strada nel suolo, verso il centro della Terra, seguendo l’impulso della luce che giunge dall’alto. À rebours il poeta torna al «carattere inesauribile del mormorio» che sottende a ogni cosa, così come Pagnanelli riporta in esergo in Atelier d’inverno, citando André Breton.
Se dovessimo azzardare un accostamento, potremmo avvicinare la sua poesia alle immagini di Luigi Ghirri in cui il paesaggio viene rappresentato come se le cose e gli oggetti che lo compongono fossero sul punto di scomparire. Come nelle celesti istantanee di Ghirri, il mondo di Pagnanelli viene nominato un istante prima che scompaia per sempre, perché è destino di ogni poeta vivere prendendo congedo dalle cose. Il tempo che traspare è quello di un’infanzia assoluta, abissale, dove addirittura sembra emergere, attraverso il ricordo, qualcosa di antecedente alla nostra stessa esistenza. Un rammemorare che implica una quarta dimensione del pensiero: il piano orizzontale degli eventi su cui si innesta una dimensione verticale. Le sequenze che emergono nella camera oscura della poiesis assorbono la luce massima per accendersi cromaticamente ma lo fanno nello stesso momento in cui sembrano venir meno. In questi chiaroscuri, quali bozzetti prendono forma cantando in controluce? È questo l’auratico potenziale delle nostre vite in miniatura? Quali misteriosi architravi sostengono il destino del poeta e quindi il nostro? La vocazione, una costellazione in cui l’uomo con lo sguardo cerca di ricongiungere, lungo l’arco della sua esistenza, tutti i punti cardinali per capire il senso del suo stare al mondo. E se nel tentativo di realizzare tutto ciò il tempo umano non sarà a suo favore, un’altra attenzione verrà chiamata in causa, qualcun altro risponderà al richiamo dell’eterno compimento attraverso «un amore più grande di quello tra me e voi», di cui il poeta ci parla. E così non c’è mai esistenza che si consumi anzitempo, nessun disegno che venga lasciato a metà, poiché tutto rientra in una sola grande opera, un unico ininterrotto poema a cui ogni poeta è chiamato a partecipare, anche attraverso un ideale passaggio di testimonio: l’interminabile stretta di mano che è la poesia.
riemergere fra gli dei
prevede l’idea che questi stiano in alto.
È meglio allora che l’analista padre
si adatti all’ipotesi di lasciarmi abbandonato
sul greto del fiume,
sempre che il suo onorario
non pretenda un sovrapprezzo
per la trasformazione
da umano a farfalla.
(Comunque sia, la bocca si allarga
in prossimità dell’acqua
e gli occhi bevono il verde del parco)
nel dire di una trasformazione di materie, liquefacendosi,
scostante nello spostamento, nello strappo…
– un amore più grande di quello tra me e voi,
te e me nella specie, acqua su acqua –
celesti acque in cui riposare.
Vi si piegano i giunchi in corsa estenuati.
Dormienti transitano a palme aperte,
odorosi di lini e lontani dal caldo
di là da venire (che li sfalderebbe,
se non affondassero il capo depositandosi in più celestiali acque)
