Faldone di Vincenzo Ostuni


 
Appunti in margine a una presentazione
 

1.

L’incontro con Faldone di Vincenzo Ostuni (Il Saggiatore, 2025) – una delle opere di poesia più sconcertanti e ambiziose del mio tempo – comincia da un gesto: voltare fisicamente il libro.

Questo semplice atto introduce il lettore in un esercizio di lettura che si dichiara immediatamente come rovesciamento dell’ordine del discorso. Leggerlo in orizzontale e portarlo con sé come un piego di documenti, come un archivio ambulante, significa già essere catturati dalla sua logica; una logica che è innanzitutto temporale e temporalmente anadroma: Faldone è un libro che, come i precedenti dell’autore, è sempre inesorabilmente postumo rispetto a una scrittura in costante aggiornamento e in continuo accrescimento. La sua sorgente resta disponibile on-line (https://www.faldone.it/) e si deposita virtualmente secondo le date di un calendario che sembra mimare le stagioni di una vita biologica: «Il Faldone è un libro di poesie che cambia nel tempo», leggiamo sulla home page del sito. Fin dalla sua composizione materiale, il Faldone ci costringe a prendere atto che ciò che ci troviamo a leggere è già stato e è già altrove: ciò che abbiamo fra le mani è il “divenuto editoriale” di un’attività che è collocata da un’altra parte rispetto a quella dove stiamo guardando. Se insomma per molti scrittori l’opera è un monumento, per Ostuni no: è un residuo, un resto, un transitorio conglomerato sintetico di un Reale che non è mai lì dove lo cogliamo.

Anche per questo Ostuni ci dà una poesia che non si colloca mai in una verticalità gerarchica di significati, ma si apre a un orizzonte proliferante, dislocato, non totalitario né totalizzato mai nel suo dinamismo. La postura richiesta al lettore non è soltanto relativa alla lettura: a partire dal gesto, il lettore è coinvolto in un’azione di comprensione più ampia. Il gesto di rovesciare il volume è solo una sineddoche, pars pro toto. Impone una scomodità al discorrere inerte e un’interruzione della consuetudine che insieme, simbolicamente, costringono uno sguardo riflessivo. O mi giri in orizzontale o non mi leggi: questo dice innanzitutto il Faldone. E il lettore che non lancia il libro dalla finestra, è costretto a guardare questo strano oggetto mentre lo gira e lo rigira e, in questo atto, si guarda e si vede vedersi e si vede visto mentre rovescia il volume. Il lettore si specchia in un dispositivo che lo colloca subito fuori dalla cornice letteraria e gli impone una postura nuova, mediante un richiamo alla materialità corporea, del libro e propria. Scrive Ostuni: «Navigo a vista. Vado remigando, occupato nel gesto, al resto poco intento. […] questo mi dico andando, me guardando» (Personal identity, p. 387).

La scrittura di Ostuni è per questo “bustrofedica”: va avanti e indietro, fuori e dentro la cornice. Come nell’aratura di un campo, il solco si accompagna alla sopraelevata striscia di terreno detto pòrca o, non per caso: prosa. Il Faldone gioca con questa duplicità, praticando un verso che si distende lunghissimo, come se fosse una riga, ma non lo è affatto: è strutturato ritmicamente e pienamente risuonante come un vero e proprio verso. Eppure, è talmente riassuntivo e inglobante, così capace di mimare il ragionamento e il dialogo, di intridersi dei loro connettivi e dei corrispondenti schemi sintattici, che a tratti sembra veramente una riga di prosa.

Il Faldone è insomma una scrittura “rovescia”, nel senso che Primo Levi dà a questo termine, in uno dei testi più alti della nostra tradizione letteraria novecentesca, vertiginoso e abissale, quando scrive nella poesia In principio di una «catastrofe rovescia»: un punto di inizio che è insieme un punto di dissoluzione, in cui tutto è nato e tutto è distrutto e quindi tutto può cominciare di nuovo. «non c’è che un rovesciodiritto, per così dire, di, da: questo è tutto» (p. 428). Il gesto del voltare il libro non è quindi solo un atto iniziale, ma un’iniziazione: un ingresso che impone al lettore un patto e una solidarietà di intenti – magari dialettica, magari problematica. Prima di accedere alla parola scritta nel volume, prima di entrare nel piano dei significati e dei discorsi, il lettore è chiamato a condividere un’azione preliminare, a stabilire una complicità corporea con le intenzioni dell’autore. In questo senso, Ostuni e il suo Faldone non cercano lettori generici, il suo non può essere un pubblico e nemmeno una audience: le sue parole non cercano lettori distratti, ma sodali, complici, compagni (sic!). «La torsione mira a offrirvi compagnia» (p. 298), si legge nella sezione Paranoia e capitale. La scrittura di Ostuni per la sua obliqua conformazione e complessità rintraccia coloro per i quali il rovesciamento del volume sia un primario gesto di intesa, l’allusione a un’ideologia della vita e dell’azione che precede la cosa scritta e la sua lettura e che, in qualche modo, paradossalmente, ne possono anche prescindere.

 

2.

Perché questo ribaltamento? L’opera si presenta fin dalle prime pagine come un archivio, un catalogo, un regesto del mondo occidentale. Faldone si struttura come una raccolta di materiali, una revisione generale dell’esistente: «Raccogliamo le immondizie dell’occidente. / ne facciamo poi file ordinate, / e giudichiamo cosa farne». Eppure, ogni archivio, come ha insegnato Derrida, ha in sé una dimensione archiviolitica: ogni tensione alla conservazione è anche una forza distruttiva.

In Ostuni c’è una radicale sfiducia nella ragione: «la ragione è merce fallata. è un corpo storto» (p. 18). La ragione che dovrebbe ordinare e salvare il mondo è dichiarata fallace, guasta, insufficiente. Ne nasce una tensione continua fra ordine e disordine, come già enunciato da Fortini in Composita solvantur (1994): «si dissolva quanto è composto e il disordine succeda all’ordine». Ma Ostuni non si sottrae a questa contraddizione: la abita, la prolifera. Da qui il carattere paradossale della sua poesia, che si muove costantemente fra frammento e totalità, fra pulsione e rigore, fra l’uno e i molti, il barocco e il classico (p. 102). L’opera ordina, ma l’ordine implode nella sovrabbondanza: «Tutto è troppo reale per essere / vero» (p. 254). E in questa crepa si apre la dimensione erotica e desiderante del testo, già nelle prime pagine nominate con termini come «scollamento», «crepatura», «slacciamento» (p. 8). Il desiderio è quello di un’altra nascita, una palingenesi radicale: «da quale capo iniziare come cambiarlo?» (p. 7).

A fronte del dualismo irrisolto fra ragione e caos, Faldone si affida al corpo, al gesto, all’atto percettivo condiviso o da condividere. Dall’iniziale richiamo etico alla verifica delle condizioni culturali dell’Occidente, più si procede e più ci si immerge nel Faldone, più si rivela un segreto cuore erotico. Il motore del libro è lo sforzo condiviso di un’attenzione radicale alla materialità del presente: «guardiamo» (p. 18), «provo a guardare oltre questo schermo» (p. 24). La chiarezza di questa posizione emerge con forza nell’acme di una sezione di testi in cui la dimensione del desiderio è posta al centro: in Eppure (p. 490) si sviluppa la reciprocità di un’azione che, mentre si rivolge al fuori, agisce a ritroso sull’agente («Mentre mi tocchi sono tutto toccato», p. 492). Significativamente, la sezione, passando attraverso l’eros, esplode prima in un’affermazione di tipo etico («proviamo – fallendo sempre? – ad essere / noi stessi la massima universale di questo tempo […] molto all’incirca, questo»), infine conclude con una chiara allusione a un piano politico: «“Tutto è possibile”, mi fai».

 

3.

Ma la tensione interna al Faldone non è solo tematica, si manifesta anche al livello schiettamente linguistico, nella sua forma dialogica. Il testo è attraversato da una continua pluralità di voci, da digressioni, da parole riportate. La presa di parola di Ostuni è sempre laterale, tra parentesi, in margine. Il dialogo non serve solo a creare variazioni di registro, come spesso è avvenuto nella poesia degli anni Sessanta e Settanta, ma ha una funzione più radicale: dislocare la voce dal centro, decentrare l’autorità, rendere la vocalità sempre dell’altro.

Formulazioni come “dice lei”, “dice lui”, “mi dicevi” o «scrivo con queste dieci dita come dita qualunque» (p. 365) rendono manifesto il carattere testimoniale della scrittura. Il Faldone è un testo che trascrive ciò che è stato detto, che si ferma e riprende, come la parola interrotta e plurale di cui parla Blanchot. Ogni voce è riportata nel quadro di un dialogo originario fra io e tu, fra l’ascolto e la replica, nel tentativo di instaurare una responsabilità etica dell’ascolto.

Faldone è un libro che tende all’infinito, ma è continuamente interrotto. È un libro di montaggi: si compone di parti, moduli, segmenti. È un montaggio che si ricompone a ogni lettura. Non è un racconto unitario, ma una vita continuamente interrotta e finita che si offre a infiniti riusi, riletture, attraversamenti. Questo tratto è ben visibile verso la fine del Faldone, quando la scrittura si mostra come struttura senza significato, come puro dispositivo: un inabissarsi della lingua poetica che mostra sé stessa, una Cassetta degli attrezzi (così il titolo della sezione Faldone 98, p. 754) che il lettore potrà strappare e usare a suo piacimento. Una pagina di sole righe, accenti, virgole: la lingua del Faldone divenuta griglia che si cataloga e si inghiotte per generare nuovi usi. Ostuni sembra applicare alla lettera il celebre verso di Amelia Rosselli: «cercatemi e fuoriuscite». Il Faldone qui rivela il suo duplice movimento: da un lato si interna, diventa una porzione minima di un frattale che sprofonda in sé stesso (ogni pagina del Faldone ripete e ricapitola tutto il Faldone) e dall’altro invece, esponendosi come forma, si apre al massimo e si dissemina: diviene uno schema metrico a uso del lettore perché «il nostro universo è un minimo scoppio minimo fra altri innumerabili» (p. 27).

In questo movimento finale si rintraccia la radice politica del Faldone: è un libro da rifare, un libro che non vuole affermare ma disporre, affidare. La sua negazione si trasforma in propulsione verso un’altra vita possibile. Emblematica in tal senso è l’ultima frase, l’unico verso fuori dalle parentesi, l’unica parola attribuibile al supposto autore il cui nome è stato stampato sulla copertina del volume: «Se ti piacciono queste regole usale come vuoi» (Novantanove, p. 761). L’unico verso di questo gigantesco caleidoscopio del contemporaneo, l’unico che non ha virgolette, non riportato da un discorso altrui – ma significativamente stampato in un esterrefatto corsivo – è lì per non chiudere nulla. È un ennesimo atto di apertura, di fiducia e responsabilità lasciato al lettore: Faldone non si chiude, si consegna.