Si può leggere Tito Balestra (1923-1976) in due modi. Come fiero rappresentante della numerosa schiera di autori che, da Cattafi in poi, pur dimostrando un indubbio valore, non sono entrati nel canone poetico del Novecento, per pigrizia, incapacità o per distrazione; motivo per cui lo si potrebbe definire un “minore” di talento, definizione che gli sarebbe di certo piaciuta.
Oppure lo si può leggere come testimone, e divertito commentatore, di un certo tipo di ambiente romano a cui era approdato, da Longiano, in Romagna, nel dopoguerra: quello artistico o artistoide e, per estensione, alto borghese che frequentava i salotti intellettuali a cavallo del boom. A Balestra, che pure fu un appassionato collezionista d’arte, amico di personalità come Rosai, Morandi, Mafai, Maccari, quindi dedito al culto della bellezza, come poeta interessava soprattutto indagare la vanità e i vizi di quel mondo.
Lo ha fatto attraverso un lascito poetico concentrato in due soli libri, pubblicati tardi, dopo i quarant’anni e poco prima della sua morte precoce, oggi riuniti in un solo volume con la prefazione di Alberto Bertoni: Quiproquo, pubblicato nel 1974, e Se hai una montagna di neve tienila all’ombra, pubblicato in prima edizione nel 1974 e in seconda edizione ampliata da successive plaquette, nel 1979. La vicinanza temporale fra le due raccolte le rende stilisticamente omogenee, anche per la scelta dell’epigramma – in particolare quartine e distici – come mezzo espressivo prediletto, con chiarissimi rimandi tanto alla tradizione satirica latina, da Catullo a Marziale a Giovenale, quanto ai contemporanei, da Penna a Palazzeschi a un certo Pasolini (La religione del mio tempo, 1961), da Gatto a Flaiano, fino a interessare il corregionale Attilio Bertolucci che ha firmato le note di copertina di entrambe.
Le poco più di 200 poesie che compongono il corpo della sua opera hanno spesso un carattere occasionale, prive di riferimenti specifici a date e luoghi, o persone, dirette come sono agli amici scrittori e pittori, ai critici, alle soubrette, agli adulatori e agli scrocconi, alla varia, brulicante e meschina umanità che li frequenta. Di un critico scrive: “Elogia i morti, i vivi trascura, / i vivi, per lodarli, vuole morti”, e di un parassita: “Eternamente loda / eternamente dice / rapidamente mangia / e posa ad infelice”. L’autore si muove sempre su un piano autobiografico che raccoglie frammenti della sua vita, piccole vicende, incontri e considerazioni esistenziali di un uomo che, per sua natura – anche un po’ per posa – si descrive come un indolente in vestaglia e col bicchiere in mano, coi suoi versi chiari e corrosivi che sembrano gettati lì, frutto d’ispirazione momentanea e senza un rigoroso disegno d’insieme, ma proprio per questo capaci di affondi inaspettati, e persino commoventi.
Con un ciliegia nel becco
l’estate sembra più allegra
volano merli e cornacchie
attorno al vecchio ciliegio
e nel calore di giugno
tesse reti un ragnetto
minuscolo e già tanto esperto
della lotta per sopravvivere.
