María Negroni (Rosario, 1951) è un’affermata scrittrice argentina che svicola senza inciampi tra la poesia, la saggistica, la narrativa e non di rado si esprime con tassonomia incerta. Tra i suoi libri di poesia –il suo esordio è del 1985– ricordiamo Arte y Fuga (2004), Interludio en Berlín (2014), Exilium (2016), tra gli altri; i saggi Galería Fantástica (2008, Premio Internacional de Ensayo Siglo XXI, massimo riconoscimento di tutti i paesi in lingua spagnola e portoghese), Pequeño Mundo Ilustrado (2011) e El arte del error (2016); i romanzi El sueño de Úrsula (1998) e El corazón del daño (2021), essendo quest’ultima probabilmente la sua opera più nota. È stata insignita nel 1994 della prestigiosa Guggenheim Fellowship per la poesia e ha vinto il premio per il miglior libro di poesie in traduzione del PEN American Center di New York nel 2002. La silloge che qui si presenta, scelta da lei stessa per l’occasione, è tratta dal suo ultimo libro, Utilidad de las estrellas (2024).
A dispetto di un così ampio percorso di scrittura, Negroni ha avuto una vita precedente in cui era avvocata, ma, a causa delle cupe circostanze politiche dell’Argentina degli anni Settanta, fu costretta dapprima a nascondersi in patria e poi a intraprendere la strada dell’esilio. La svolta avviene a New York, dove abbandona definitivamente la parola giuridica per quella letteraria. Alla Columbia consegue inoltre un dottorato in letteratura latinoamericana che la porta a insegnare a lungo al Sarah Lawrence College. Per molti anni ha quindi vissuto tra New York e Buenos Aires, dove oggi principalmente risiede, nonostante mantenga viva l’abitudine all’itineranza.
La voce di María Negroni è condensata, spoglia, priva di ornamenti. Dei suoi oggetti poetici si sente immediatamente l’essenza, come se fossero estratti dalla valigia dell’esilio o dell’impermanenza, fornita solo di ciò che è essenziale. Lo sguardo, guardingo, pare quello di un essere prudentissimo nell’osservazione e veloce nello scatto, di chi ha convissuto da tempo ormai con l’anomalia di una vita transeunte fattasi quotidiana, con al centro una «biblioteca orfana / stravagante invenzione della morte». La sua misura poetica «tace di colpo», vira al centro delle cose, constata il passaggio da ospite in mare dell’«umana carne» di fronte a degli dèi che «giocano con la cenere che saremo» eppure, o proprio per questo, mantiene intatta la scelta di cantare la luce dell’alba «che torna / analfabeta gloriosa». Ed è per ciò che il verso di María Negroni, con il passare dei decenni, riafferma che «il mistero non declina / con il fiore dell’età» e si presenta qui senza timore delle sue ultime parole, senza cercare il supporto delle poesie più note e consagrate, senza timore di guardare dritto in faccia «il più inospitale / frammento di futuro».
Testi estratti da Utilidad de las estrellas, Valencia, Pre-Textos, 2024
Sinfonia in rosso
canta la voce nella testa
il cuore nella testa
la testa nella testa
così l’inverno passa
e occulta le ferite
nel libro plurale
delle idee
allora toccano fondo
le strade della vita
lo invade tutto il fiume
dei fatti
il più inospitale
frammento di futuro
questo è quanto
notte scura nella fronda
io scrivo
io sotterro la febbre
di altissime note
che fanno male nella carne
Scene di traduzione
tace di colpo
l’impronta materna
si fa nodo
viaggio
al centro dei passi
dove la soglia coincide
con la prima luce
e il mare più vecchio
con l’ospite più vecchio
dell’umana carne
tacciono
l’impotenza e il senso
gli dèi giocano
con la cenere che saremo
musica rara la lingua
scrive suppliche a nessuno
lascia messaggi bianchi
alla luce che non cessa
Trattato dell’inutile combattimento
tra la nave del corpo
e il mare del pensiero
tra il premio del mondo
e la musica umana
tra vivere e scrivere
scegli
sempre
entrambi
ricorda che la guerra
prolungata è breve
e il mistero non declina
con il fiore dell’età
vi sono uccelli d’acqua
sull’albero assetato
e un braccio armato
nella trasparenza
preghiere cieche
che il silenzio detta
a un tempio
che è tutto
orecchi
Anomalie
come se vi fosse una grafia
impossibile da leggere
una grafia
come versione fallita
di un’altra grafia
esperta nell’arte
dell’inutile
sia deserto nella voce
che voce nel deserto
è quanto chiamiamo
erranza illuminata
biblioteca orfana
stravagante invenzione
della morte
il resto è luce
in attesa di essere luce
dio in attesa
di essere dio
sabbia fertile
per sotterrare
la discrepanza muta
delle cose
si sente una voce brusca
l’enunciazione di un bambino re
privo di corona
è l’alba che ritorna
analfabeta gloriosa
Proporzione aurea
a ogni amore spetta
una rovina pestilente
a ogni fiume
un testo migratorio
il costo è alto
la miniatura del desiderio
immensa
non ti perdere
gli usignoli imperfetti
né il bassissimo cielo
in cui ardiamo
con un piede nell’eternità
e un altro nel fango
non installare una patria
nella testa
né tutto il Nilo
né la parola Nilo
ascoltati avanzare
retrocedendo
nella sfera più lenta
sii felice
