Il titolo dell’ultima raccolta di Stefano Raimondi, L’Atalante (Valigie Rosse, 2024) va pronunciato alla francese, perché è una citazione del celebre film di Jean Vigo, che molti ricorderanno: “L’Atalante”, un film che appartiene alla storia del cinema e risale quasi ai suoi albori, essendo del 1934. Poi chi sia Raimondi è noto; ed è altrettanto nota la sua poesia. Detto in una parola, è una poesia sempre piena di vita, di esperienze vissute, di persone incontrate, di luoghi abitati o anche solo attraversati. È una poesia che nasce e vive insieme alla vita stessa, nel suo corpo caldo – fra le persone, i luoghi e le cose – piuttosto che nelle astrattezze del pensiero e della speculazione immaginifica. E L’Atalante non fa eccezione: è un libro pieno di vita come e più di altri nella sua bibliografia. È un’immersione tout court, nella vita. È un po’ come se, qui, Raimondi si fosse immerso negli abissi di un mare o di un fiume, dentro le verità più profonde di sé, per riportarne a galla delle rivelazioni che solo il tempo gli ha consentito di cogliere. E che l’idea dell’immersione sia adeguata a questo libro lo conferma il fatto stesso che un film come “L’Atalante” ne abbia ispirato il titolo, se è vero che di quel film è celebre la scena dell’uomo che si tuffa nel fiume e nuota sott’acqua e nuotando vede una donna che gli sorride – è un fantasma? un ricordo? un’apparizione? un sogno? una premonizione? – e infine riemerge. E guardacaso in epigrafe di una delle sezioni in cui il libro è diviso, la terza, Raimondi riporta testualmente queste tre righe, da un dialogo del film: «Hai chiuso gli occhi? Non sai che sott’acqua si vede la persona che ami? […] un giorno mi vedrai se ci proverai davvero».
Niccolò Nisivoccia: Cominciamo da qui, allora? Cosa vede, sott’acqua, l’io poetante e narrante del suo libro, Raimondi? Cosa riporta a galla? Come lo cambia, se lo cambia, la sua immersione?
Stefano Raimondi: Il film di Jean Vigo (1905-1934) è stato per me una rivelazione d’intenti non appena lo vidi in una rassegna degli anni novanta presso l’ex Cinema De Amicis a Milano. Una visione che mi colpì moltissimo per la sua storia e per come questa vicenda era stata raccontata/girata dal regista francese che, dalla sua giovane età, ebbe la capacità di prevedere il poco tempo che le rimaneva per dire il più possibile sull’esperienza del vivere. Dai suoi ventinove anni la capacità di narrare un amore come quello che accadeva sulla chiatta “L’Atalante” è stata per me decisiva per capire come la presenza del corpo sia un’evidenza totalizzante in una relazione. Lì, una tratteggiatura erotica potente si concreziona tra le immagini e la smangiatura del desiderio si inspessisce nella giovane coppia che attraversa, tra alti e bassi, la loro linea d’ombra, il loro sporgersi/navigare nel reale. Il desiderio e la mancanza; l’abbandono e il dolore sono gli elementi formativi di questo film del 1934. La scena cardine della storia è davvero quel tuffo disperato, che il protagonista compie lanciandosi dalla sua imbarcazione. Non si getta solo nelle acque torbide del canale, ma nella memoria di un dialogo fatto con la sua amata, prima della sua fuga a Parigi per curiosità e infatuazione, che gli diceva di aprire gli occhi nell’acqua se voleva vedere il volto della persona che si ama davvero. La scena improvvisamente cambia il suo tono. Ecco che gli appare la visione di una sposa felice e sorridente che fluttua (per tutti nell’inquadratura), compiendo il sortilegio del cuore. È l’immagine famosa ripresa dalla sigla di “Fuori orario” di Ghezzi, con la canzone (Because the Night) di Patti Smith. Fu questa “visione” l’inizio del mio progettare una chiusura per la trilogia dell’abbandono (Per restare fedeli, Transeuropa 2013; Il cane di Giacometti, Marcos y Marcos 2017) Da lì la parola di poesia ha preso sostanza e forza e da quel punto esatto la creazione del poema ha avuto il suo incominciamento. Esperienza e vita; parola e immagine sono diventati i perimetri scritturali del progetto/scrittura. Tutto si è fatto chiaro e ogni sensazione ed emozione si sono fatte consapevolezze linguistiche oltre che esistenziali. Dall’immersione, come in tutte le immersioni, le cose che fanno cambiare sono riconducibili a una e una soltanto: la resistenza della fine, la lotta per la sopravvivenza e la speranza della riemersione. Sono queste le fasi di ogni condizione in cui l’umano viene messo alla prova dall’esistere.
N.N.: Un filo, una parola, mi sembra attraversare e connotare la raccolta più di qualunque altro, o di qualunque altra: ed è il filo del “perdono”, è la parola “perdono”. Del resto è anche la parola più ricorrente; e lei stesso, Raimondi, nella nota finale dichiara che questa è una raccolta pensata e scritta come completamento di una Trilogia dell’abbandono, aperta più di dieci anni fa da Per restare fedeli cui poi aveva fatto seguito, nel 2017, Il cane di Giacometti. Il perdono, nell’Atalante, assume una molteplicità di declinazioni, poesia dopo poesia, ma risulta sempre inscritto, appunto, dentro la logica di un “abbandono”. Un po’ come a volere dare atto che è proprio il perdono il sentimento decisivo con il quale ogni abbandono ci costringe a fare i conti. Qualunque sia l’abbandono: che sia agìto, subìto, pacifico, violento, consumato o anche solo vagheggiato, prefigurato, pensato; che sia reale o temuto, possibile o inimmaginabile, sofferto o naturale, o perfino benefico. E qui dovremmo chiederci se un abbandono possa mai essere benefico… Chi deve perdonare chi, insomma? E cosa? Il poeta sembra dirci: tutti, e tutto – tutti abbiamo qualcosa da perdonare e farci perdonare, anche solo per il fatto stesso di avere vissuto. E cioè per il fatto stesso di avere generato, vivendo, la possibilità di tanti abbandoni quante sono le persone con le quali abbiamo intrecciato e costruito storie, relazioni, desideri, aspettative. Si ritrova, dunque, in una lettura che mette il “perdono” al centro del suo libro, nel suo nucleo tematico?
S.R.: Prima di tutto L’Atalante è una raccolta di poesia giunta alla maturazione di una storia che ha usato una “s” minuscola per addentrarsi negli aspetti possibili e riconducibili a una “S” maiuscola dove, spero, ci si possa ritrovare. È un libro d’amore, dove questa parola così temuta, così abusata e così paradossalmente scontata si riserba qui di farsi portatrice di un percorso in cui la parola/verso è anche d’Altri. Il perdono è sicuramente una delle possibili cifre d’interpretazione della condizione esistenziale che si vive e della quale bisogna farne esperienza. Un’esperienza che si aggira dentro una molteplicità di occasioni.
La fine di una storia – qualunque essa sia – è sempre la chiusura o l’apertura (a seconda dei casi) di una vicenda dalla quale siamo passati. E questo perché, volenti o nolenti, da ogni storia si è attraversati come corpi, come persone, come individui e da ogni Storia si è poi letti, decifrati, condizionati. Qui, L’Atalante racconta un ricominciamento nuovo. È una ripartenza. È quel “dono” che resta sempre incastonato dentro le vicissitudini che si vivono fino all’estremo della loro possibilità e probabilità d’essere, capace d’interpretare/interrogare i propri codici emotivi, i propri spazi di condivisione, la propria lingua e il proprio linguaggio. In poesia niente sfugge alla partitura della parola e niente resta invisibile dalle posture che i versi assumono per farsi capire, per farsi il più possibile intendere. Si “per-dona” ogni qual volta si è presenti a sé stessi nella consapevolezza del proprio stare nell’azione e nell’agire. È sempre “per” qualcuno il “dono”, sia che venga dato, sia che venga ricevuto. E le parole di poesia hanno questo di particolare: escono per tornare riempite d’Altri e d’Altrui cose.
N.N.: Vorrei sottolineare che esistono almeno due modi possibili di concepire il perdono: come gesto elargito dall’alto, verticalmente, come se il punto fosse quello di ammettere colpe o mancanze, o di provocarne un’ammissione, per assolvere o per esserne assolti; o viceversa come gesto inscritto, laicamente, all’interno di una dimensione orizzontale. Come gesto in un certo senso pur sempre velatamente accusatorio, nel primo caso; o come forma infine di pacificazione, in primo luogo con sé stessi, nel secondo caso – quasi una forma di pace in sé stesso, con la propria vita e con ciò che siamo o ci è possibile essere. A quale di queste due forme di perdono, ammesso che ne condivida la raffigurazione, appartengono o alludono le poesie della sua raccolta?
S.R.: … a nessuna delle due, in realtà. Ho scritto L’Atalante per vivificare un attraversamento della vita, di una parte della vita che aveva necessità di essere sentita/ascoltata come una possibilità da affrontare e da risolvere in modo diverso. La parola di poesia ha la forza dell’indagine senza precludere nulla; ha la determinazione dell’av-venire senza prescindere dal suo futuro alle spalle e neppure dalla sua prossimità immediata, che sia un “prima” o un errabondo “poi” da considerare. La parola di poesia gestisce, a mio avviso, un “dire” che non è tematico, ma necessario, aggirandosi dentro una temporalità che non si esaurisce nella facilità/felicità della sua consumazione, ma s’installa nella sua perdurabilità, proprio come un istante che si trasforma in un indugio.
N.N.: La parola “perdono” contiene al suo interno anche un’altra parola, il “dono”; e ne presuppone un’altra ancora, pur senza contenerla letteralmente al suo interno, che è “comprensione”. E anche queste, in sé stesse, sono parole molto significative nella sua poetica. Tutti i libri di Raimondi sono caratterizzati da una grande inclinazione nei confronti degli altri, delle loro vite, delle loro traiettorie. Sono pieni di vita, ma non semplicemente della sua: l’io assunto dal poeta, qui come sempre, è autobiografico ma al tempo stesso, magari anche involontariamente, non lo è mai. Quell’io siamo sempre tutti noi, quei moti dell’animo sono anche i nostri – quelle sfumature, quelle zone d’ombra, quelle rivelazioni improvvise. Per via dello sguardo sulle umane vicende che caratterizza il suo sguardo poetico, le raccolte di Raimondi hanno sempre un valore anche politico e civile. D’altronde la poesia, asseriva Raboni, o è politica o non è, ed è una cosa alla quale si può assegnare lo statuto di verità. Ma qui il discorso è specifico, perché riguarda specificamente quella di Raimondi, nella misura in cui la sua attenzione è rivolta agli altri. Perché non è altro che questo, no?, che dovrebbe fare una politica che non volesse svilire sé stessa: interessarsi agli altri per quello che sono – soggetti in carne e ossa, corpi, carne, sangue; non pure e semplici astrazioni o rappresentazioni, non vuoti simulacri. Ed ecco: la poesia può restituire umanità e concretezza alla politica, attraverso l’educazione o la rieducazione alla comprensione.
S.R.: Sì, condivido appieno quello che dice. Lo condivido nella maniera in cui ogni riferimento alla politica sia però sempre rivolto alla concretezza dell’agire e mai all’ipotesi di un’azione. Antigone (personaggio a me caro) agisce politicamente nella e dalla sua vita/vicenda e ogni parola pro-ferita ha una radice corporale e totalmente rintracciabile nella presenzialità del suo essere “corpo vivente”. Non si difende dalla pre-potenza di Creonte con ideologie o discorsi che la possano esimere dal fatto, manifesto, che è lei e non altri a subire le conseguenze delle sue decisioni. Antigone si mette in gioco con tutto il suo corpo e non solo con idee o riflessioni che la riparino dalla morte. Ecco, è questa per me la condizione politica della parola di poesia: essere un’evidenza capace di farsi carico di una responsabilità da soppesare nei riguardi, anzitutto, di sé, e poi degli Altri. La parola ha questo di fantastico e speciale: sa come comportarsi e sa cosa restituire. Non sempre restituisce umanità. È per questo che ho fiducia ancora nella poesia e nella sua capacità di autenticare il linguaggio, perché sa come farsi etica (e non morale), proprio là dove è la grammatica del disumano a governare, spesso, i fascismi delle violenze e delle manipolazioni sociali. Non è pura la poesia e non lo è mai stata ed è proprio da questa sua matrice che fa odore, che sa come dire/far vedere le deambulazioni dei corpi messi in vita per la rigenerazione e la consumazione.
Si fanno passi a volte, nelle solitudini
degli altri, bivacchi dove restare
e vedere come tutto sia uguale a tutto
come se le stesse cose tolte fossero
le stesse spostate dentro un mobile
una casa, dentro una città che si visita
veloce e sai appena tornare alla stazione
e non domandi – perché sai, ne sei certo –
che è da lì che sei venuto, da lì
che hai guardato il posto, l’acqua
il tuo battesimo sfinito nello sguardo
alto del silenzio.
Si fanno giri, a volte, che ritornano
che si tengono vicini come
un perdono ricevuto, un dolore
che ti orienta, si fa mappa:
dito puntato sopra un tuo
cuoreatlante piegato, messo via.
Ho visto cose strane dentro il giorno:
respiri portati a mano, doglie gentili
sguardi scambiati per carezze
e una donna seduta all’Ipercoop
che allatta senza date, marche
senza scontrino e di continuo
preme la mammella con le dita
e non suona nessun allarme
quando esce, quando
guarda dritta, quando
non ha rubato niente.
È così l’amore.
In copertina uno scatto di Dino Ignani
