La frattura e il ritorno. Un’idea altra di modernità

La letteratura non avanza in linea retta: descrive orbite, deviazioni. Somiglia a una spirale, si allontana e ritorna, ma non nello stesso punto. Una delle traiettorie che trovo più significativa nella poesia bengalese del Novecento è quella che si apre con Tagore e arriva fino ai nostri giorni. Una parabola che, nei suoi snodi più profondi, riflette ciò che è accaduto anche nella letteratura europea. Tre poeti, apparentemente distanti, risultano simmetrici nel tempo e nel ruolo: Tagore, Yeats, D’Annunzio. Tutti e tre attraversano il secolo come figure di vati, ultimi forse a incarnare il mito della completezza: poesia, teatro, saggio, azione pubblica – come se la poesia fosse ancora matrice delle altre arti. Ciò che davvero li accomuna, soprattutto Tagore e Yeats – che per primo introdusse il poeta bengalese in Occidente – è l’aspirazione a una poesia totale, radicata nella propria lingua e cultura, capace di rappresentare un intero popolo.

Nel 1913 Tagore diventa il primo autore orientale a ricevere il Nobel e ad essere tradotto capillarmente in Europa. La dismisura dell’impatto è immediata: in Giappone appaiono testate con titoli come «Possiamo competere anche noi». Per la prima volta, l’egemonia culturale occidentale mostra una crepa, un punto in cui la periferia risponde. Ma cosa accade dopo Tagore? Dopo D’Annunzio, dopo Yeats, si può forse nominare tutto ciò che è accaduto? I cinque poeti tradotti in questa antologia sono solo una soglia, un primo gesto per colmare un vuoto storiografico. La poesia, come ogni arte, non conosce momenti di stasi: si evolve, devia, si contrae. E nel caso bengalese, dopo Tagore, è stata necessaria una profonda trasformazione.

«Il nostro mondo comincia a sapere di essere il proprio problema», scrive Valéry, cogliendo il momento in cui la modernità smette di rappresentarsi come fondamento e si percepisce come sintomo. Non più slancio, ma interrogazione, dislocazione, increspatura del tempo. Walter Benjamin descriverà questa dimensione tragica pochi anni dopo: «C’è una tempesta che chiamiamo progresso», scrive, «che spinge l’angelo della storia verso il futuro, mentre i rottami si accumulano ai suoi piedi» La poesia europea, da quel momento, si interroga sulla propria materia: diventa lingua che dubita, che si guarda, che si spezza. La parola non è più trasparente, non è più mezzo: è corpo, a volte ostacolo, opacità. La poesia non rappresenta, resiste, si apre a traiettorie che in anni più recenti hanno messo in crisi l’idea di continuità – rottura della lingua chiara, di un io integro, di un tempo lineare. L’ingresso nella modernità, in questo senso, non è epocale ma concettuale: è un disallineamento tra linguaggio e mondo.

Nel Bengala, quella stessa dislocazione prende una forma particolare: non solo crisi dell’io, ma della lingua stessa come spazio di dominazione e di desiderio, come luogo da rifondare. Scrivere in bengalese, dopo Tagore, significa interrogare cosa può dire ancora una lingua che è stata santificata, idealizzata, esotizzata. Significa interrogarsi sul come parlare dopo l’indipendenza, dentro una modernità frammentata e in un paese diviso.

Lingua antica, tra le più ricche dell’Asia, il bengalese è lingua postcoloniale, segnata da imperi, spartizioni ed esili, sottoposta al peso della memoria e alla violenza della trasformazione. La frizione è evidente nel rapporto con l’inglese, lingua della dominazione, ma anche della modernità; nella tensione tra sanscrito e urdu, genealogie divergenti del sacro; nella ferita del 1947, quando il Bengala viene diviso tra India e Pakistan e la lingua stessa diviene frontiera politica, sociale, intima. La letteratura, in tale quadro, non può più essere solo uno specchio della realtà, ma diventa zona di tensione, frizione, di influenze incrociate. Mondi, epistemi e lingue si incontrano e si scontrano. Più che rappresentazione dovremmo parlare di intersezione, zona di contatto, direbbe Mary Louise Pratt; spazio terzo, con Homi Bhabha: territorio non di una cultura dominante né subordinata, ma formato nel movimento, nella negoziazione tra le diverse visioni del mondo, nella dislocazione del senso. È qui, sulla soglia, che si produce lo scarto poetico. In questo senso, la modernità bengalese non coincide né con l’emulazione dell’Occidente né con il suo rifiuto: è una modernità altra, in cui la lingua non è solo mezzo, ma campo di battaglia tra identità in disaccordo, tra la rovina coloniale e l’urgenza del presente, tra la nostalgia e il corpo. Una modernità che non si definisce per stili o correnti, ma per la sua tensione irrisolta tra canto e ferita. La sua modernità nasce già come frizione, composizione instabile: oralità e scrittura, villaggio e metropoli, intimità e storia, sacralità e crisi.

È in questo paesaggio che si inscrive il gesto poetico: non adesione a un’identità, ma apertura all’attrito. Non recupero di un’origine perduta, ma tentativo di abitare un conflitto che precede il soggetto. La letteratura bengalese moderna si costruisce come domanda radicale su ciò che può ancora una lingua quando le lingue che la attraversano non coincidono più. Da questa necessità nasce Jibanananda Das. All dominio di Tagore trova uno scarto laterale. La sua poesia alleggerisce la lingua, porta attenzione a dettagli semplici, alla terra del Bengala non ancora diviso, operazione estetica che assume un valore politico a fronte della partizione del bengala. Come Gozzano e Montale rispetto a D’Annunzio, Das introduce una lingua nuova per sottrazione, alleggerita dal peso estetico della lingua di Tagore. Con Das entra un modernismo dissonante, che rompe l’unità del soggetto e trasforma la natura in paesaggio postumo: i suoi versi abitano un tempo frammentato e nello stesso tempo ininterrotto, in cui il bengalese stesso sembra doversi riforgiare. Tanto che lo stesso Tagore, nei suoi ultimi anni, non sapeva come giudicare la poesia del giovane Das.

Quasi in parallelo, Kazi Nazrul Islam propone un’altra direzione radicale: voce islamica, mistica e politica, che spezza l’immagine di un Bengala pacificato e induista. In tensione tra estasi e rivolta, fa della lingua campo di battaglia e preghiera, pone al centro pluralità religiosa e rottura delle caste, introduce elementi sufi in chiave tantrica e distruttrice. La sua modernità è accensione linguistica, teologica, erotica. Con Das e Nazrul, la poesia bengalese degli anni Trenta e Quaranta entra in una pluralità di linee. L’uscita da Tagore non crea una scuola, ma molteplici scarti. La frizione, da estetica, diventa ideologica, storica, sensuale.

Negli anni Sessanta, la frizione diventa deflagrazione. La Hungry Generation, movimento poetico nato in quegli anni a Calcutta, influenzata dai beat e dalla Barranquilla group ma priva di spiritualismi consolatori — e qui vale ricordare come Ginsberg cercasse in India una spiritualità riflessa, mentre la Hungry Generation voleva, proprio da quella spiritualità orientalizzata, prendere le distanze — Tagore viene visto come un prodotto dell’occidente che non vuole vedere altro nell’oriente, un feticcio da cui bisogna liberarsi. La lingua diventa ibrida, orale, oscena e sacra insieme. Una lingua che rifiuta ogni compostezza e ogni trascendenza, e rompe qualsiasi alleanza tra poesia e funzione civile o religiosa. In questa traiettoria si inserisce Shakti Chattopadhyay, che fonde la deriva lirica con un corpo esposto e desolato. La sua voce è mistica e carnale, rurale e visionaria, sospesa tra eros, perdita e memoria allucinata. Una scrittura tesa tra corpo e visione, tra desiderio e disfatta, condivide con il presente poetico più radicale la coscienza della perdita di centro, dell’opacità della lingua, della sua materia viva e non risolta. Ed è paradossale che proprio un poeta come Shakti Chattopadhyay — che ha voluto affermare con forza l’indipendenza della letteratura indiana, rivendicando una lingua sradicata dai modelli coloniali e ostile a ogni deriva occidentalizzante — finisca, quasi ironicamente, per avvicinarsi proprio a quella sensibilità frammentaria e instabile che abita gran parte della nostra poesia europea contemporanea. Come a ricordarci che la letteratura sfugge sempre agli intenti che la generano, e che anche i nostri gesti più decisi si dispongono spesso lungo traiettorie mosse da una sovradeterminazione che ci oltrepassa.

Con Joy Goswami si entra in un altro spazio ancora: la frattura non è più solo storica o linguistica, ma ontologica. Nei suoi testi la soglia tra sogno e materia si dissolve. Il soggetto non è più dislocato o scomposto: è interamente poroso. Le sue poesie, popolate da figure mitiche e quotidiane, da presenze erotiche e sparizioni metafisiche, abitano un tempo sfalsato, che non ha più direzione. “Ami kichu dekhini, shudhu akash dekhechhi / aar tomar mukh, shudhu akash ar tomar mukh” (“Non ho visto nulla, solo il cielo / e il tuo volto, il tuo volto e il cielo”): qui non c’è più rivolta, né decostruzione, ma una forma di apertura radicale, come se la modernità avesse già consumato le sue traiettorie storiche e lasciato spazio a una vibrazione incerta, che accade tra la pelle e il mondo. Un attraversamento – da Tagore a Joy Goswami – in cui la poesia bengalese moderna mostra non solo una pluralità di forme e fratture, ma anche la possibilità di ripensare, da un altro luogo, il significato stesso di modernità. Non più centro irradiatore di forme, ma campo di tensioni e di reinvenzione. La sua forza, come scriveva Nancy, è nella soglia: lì dove la lingua inciampa, e proprio inciampando, si fa voce. Una modernità che arriva alla fine della sua traiettoria, quando in anni recenti Shakti Chatthapadhyay e Sunil Gangopadhyay, poeta e romanziere tra i più importanti e fondatori della Hungry Generation, diranno in una intervista: «Abbiamo dovuto essere contro Tagore. Era necessario. Ora possiamo riconoscerne la grandezza». Una parabola che sembra riguardarci anche in quest’altro emisfero. Significa che la ruota ha compiuto il suo giro, la frattura è tornata dell’origine.

 
 
 
 
Jibananda Das
Tornerò un’altra volta
 
Tornerò un’altra volta sulle rive del Dhansiri – in questa terra
forse non più in forma umana– forse nelle sembianze di un falco,
forse come il corvo della prima luce, attraversando il busto della nebbia
durante il raccolto che segna l’autunno, arriverò all’ombra di questo ciliegio.
O forse un’anatra – tra i piedi decorati dalla cavigliera di una giovane ragazza
passerò l’intera giornata a lasciarmi sospendere dall’acqua con l’odore delle alghe.
Tornerò un’altra volta ad amare i fiumi, i campi e le praterie del Bengala,
in questa verde panoramica bagnata dalle antiche onde del Jalangi.
 
Forse vedrò gli uccelli volare nel vento della sera.
Forse sentirò il gufo geopardato chiamare fra i rami del Shimul.
Forse un bambino sta spargendo crusca sull’erba di un cortile.
Nelle acque torbide del Rupsar forse un giovane dirige la sua barca
dalla vela squarciata; nuotando attraverso le nuvole rosse, nell’oscurità
un’anatra grigia torna nel suo nido. Circondati di tutto questo e ritroverai anche me.
 
 
 
 
Oscurità
 
Dalle profondità oscure del sonno mi ha svegliato la melodia di questo fiume;
ho visto la luna bianchissima raccogliere la sua mezza ombra dalle rive del Vaitarani
verso quelle del Kirtinasha.
Alla fine del raccolto, in una notte invernale stavo dormendo sulle rive del fiume
Dhansiri
come se non mi dovessi mai risvegliare
Non mi sveglierò – Non mi sveglierò mai –
e la luna, avvolta dalla trasparenza del suo muschio blu –
non sei la luce del giorno, non l’ambiziosa, non il sogno,
la pace e la stabilità della morte che si porta nel corpo
e quel sonno immobile,
tu non hai il coraggio della lama per spezzarli,
tu non sei un dolore che brucia eternamente nella foresta.
O forse non lo sai tu luna,
avvolta da quella trasparenza muschiata dal blu
non sai forse che nel silenzio,
per molti – moltissimi giorni, per lunghi
e silenziosi notturni, dopo essermi sdraiato e diluito con l’oscurità
come una morte eterna,
improvvisamente, in quella stupida gioia che la luce del sole porta
con sé; mi sono ritrovato anch’io fra i vivi,
ho avuto paura
e ho provato un dolore inarrestabile, senza fine;
ho visto il sole svegliarsi in un cielo rosso di sangue e ordinarmi,
in tono assoluto, di affrontare la terra nelle vesti di un soldato umano.
Le mie viscere, allora, erano piene di odio, tristezza e rabbia;
il mondo, inflitto dalla luce del sole, come se avesse iniziato una festa,
e che festa! Milioni e milioni di porci che si lamentano.
Annegando il sole dentro l’incessante oscurità della mia carne ho cercato
di riaddormentarmi, dentro il ventre stesso dell’oscurità ho voluto confondermi
in una morte senza fine.
Non sono mai stato un essere umano.
Uomo, o donna,
non ho mai conosciuto il mondo in cui abiti;
tuttavia, non sono il nomade di un’altra stella.
Dove c’è movimento, conflitto, canti, dove c’è l’azione, preoccupazione,
lavoro, lì il sole, il mondo, Giove, Orione, i corpi celesti infiniti,
lo splendore degli spasmi di cento porci che continuano a partorire;
rituali spaventosi!
La mia anima è accarezzata dalla profonda oscurità del sonno;
perché vuoi svegliarmi?
Non mi alzerò più dal sonno delle tenebre al suono della melodia del fiume;
dalla riva del Vaitarani non guarderò più la solitaria luna composita
la metà ombra già avvolta
dalle rive del Kirtinisha.
Sulle rive del fiume Dhansiri giacerò – lentamente – nella notte d’inverno
come se non mi dovessi mai risvegliare –
Non mi sveglierò mai – mai.
 
 
 
 
Kaji Nazrul Islam
Il ribelle
 
[…]
Sono la passione nascosta, l’amore di una ragazza irrequieta,
sono la musica tintinnante dei suoi braccialetti!
Sono l’eterno bambino, l’eterno adolescente,
sono la timidezza della giovinezza in erba di una ragazza del villaggio.
Sono la brezza del nord, la brezza del sud, l’insensibile vento dell’est.
Sono la canzone del menestrello, la musica del suo flauto e della sua lira.
Sono la sete estiva insaziata, i raggi cocenti del sole.
Sono la primavera del deserto che scorre dolcemente e l’oasi verde!
Sono la gioia estatica, sono la follia, sono il crollo, sono il crollo della barriera.
Sono l’ascesa, sono la caduta, sono la coscienza nella mente inconscia.
Sono la bandiera del trionfo al cancello dell’universo.
Sono il trionfo dell’umanità!
 
[…]
 
Seduto in mezzo al fuoco dell’inferno, sorrido come un fiore innocente!
Sono fatto di argilla, sono l’incarnazione dell’Anima.
Sono imperituro, l’inesauribile, sono immortale.
Sono colui che intimidisce gli umani, i demoni e gli dei.
Sono invincibile, sono il Dio degli dei, sono l’umanità suprema,
danzo, gioco d’azzardo attraverso il paradiso, l’inferno e la terra!
Sono folle, sono folle!
Mi sono reso conto di me stesso, tutte le barriere sono crollate!
Sono l’ascia spietata di Parashuram.
Libererò il mondo da tutti i guerrafondai e porterò la pace.
Sono l’aratro sulle spalle di Balaram.
Sradicherò questo mondo soggiogato nella gioia di ricrearlo.
Stanco delle battaglie, io, il grande ribelle, riposerò in pace solo quando
il grido angosciato degli oppressi non risuonerà più nel cielo e nell’aria,
e la spada insanguinata del tiranno non risuonerà più sui campi di battaglia.
Solo allora io, il Ribelle, stanco della guerra,
riposerò in pace solo allora.
Sono il ribelle Bhrigu, sul petto di Dio imprimerò le orme dei miei piedi.
Sbranerò il Creatore, farò a pezzi il suo indifferente, stravagante petto insensibile.
Sono l’eterno ribelle eroe,
sono salito oltre questo mondo, da solo, con mia la testa sempre alta!
 
 
 
 
Shakti Chattapadhyay
Non è un momento di gloria, non è un momento felice
 
Dalla testa ai piedi si dondola, nella cornice una cornice, nel muro un altro muro,
                              i vicoli si scambiano a mezzanotte
è tempo di tornare a casa, dentro un piede un altro piede, dentro la casa un’altra casa,
                              dentro il petto un altro petto
e poi niente – (molto altro?) – e prima,
dalla testa ai piedi si dondola nella cornice una cornice, nel muro un altro muro,
                               i vicoli si scambiano a mezzanotte
è tempo di tornare a casa, dentro un piede un altro piede, dentro la casa una casa,
                               dentro il petto un altro petto,
e poi niente.
“Hands up” – mani in alto – fin quando qualcuno
                               verrà a prenderti, a portarti
dentro la macchina nera di nuovo una macchina nera, dentro quella
                               un’altra macchina nera
allineate tutte le finestre, le porte, i cimiteri – sottosopra gli scheletri
dentro gli scheletri le termiti bianche, dentro le termiti la vita, dentro la vita
                               la morte – quindi
dentro la morte sempre la morte
e poi niente.
“Hands up” – mani in alto – fin quando qualcuno verrà a prenderti, a portarti
a buttarti di sicuro fuori dalla macchina, dentro un’altra macchina
dove c’è sempre qualcuno che aspetta – afferra l’intonaco
                               dalla melma
qualcuno di sicuro, che non conosci
aspetta dietro una foglia come un bocciolo indurito
il cappio dorato dei ragni nelle mani, l’anello
che ti infilerà – ti sposerai a mezzanotte, quando i vicoli si scambiano
dalla testa ai piedi si dondola
nella cornice una cornice, nel muro un altro muro.
Immagina, hai lasciato la macchina e ora corri verso la stazione, accanto alle lampadine esauste
                               ci sono le stelle
immagina, le scarpe che camminano, i piedi sono fermi – la terra il cielo, presto o tardi
immagina, sulle spalle di un bambino corre una bara verso il cimitero – più in là
i vecchietti in fila ballano vestiti da sposi –
 
Non è un momento di gloria, non è un momento felice
proprio allora
dalla testa ai piedi si dondola, nella cornice una cornice, nel muro un altro muro,
                               i vicoli si scambiano a mezzanotte
è tempo di tornare a casa, dentro un piede un altro piede, dentro la casa una casa,
                               dentro il petto un altro petto
e poi, niente.
 
 
 
 
Se solo una volta
 
Se solo una volta provassi ad amare –
potresti osservare, dentro il fiume, i sassi precipitare dal petto dei pesci
rocce, rocce, rocce e acqua del mare-fiume
la pietra blu è rossa, la pietra rossa è blu
se solo una volta provassi ad amare.
 
È meglio avere delle pietre dentro al petto: se emettessi un suono, potresti sentirne l’eco
quando tutti i sentieri percorribili dall’uomo sono scivolosi, allora si spiegano le vele delle pietre
una ad una come se fossero i gesti minimi della poesia, come le onde e l’icona di Kumartuli
intrecciata da fili medievali, d’oro e di bronzo, così in lontananza potrei pure tornare
dopo aver osservato le porte un po’ sbiadite della stella autunnale.
 
È meglio avere delle pietre dentro il petto
per quel che si intende «cassetta delle poste» non se ne trovano qui – potresti comunque lasciarle
negli spazi-interstizi delle pietre e hai risolto il problema
molte volte la mente vuole costruire una casa.
Gradualmente le pietre nel petto dei pesci stanno occupando il nostro petto
noi abbiamo bisogno sempre di tutto. Costruiremo case – alzeremo pilastri permanenti della civiltà.
 
Quando il pesce d’argento se ne sarà andato facendo cadere ad una ad una le pietre
se solo allora provassi ad amare.
 
 
 
 
Nei boschi autunnali
 
Ho visto molti postini vagare in questi boschi autunnali.
I loro sacchi gialli si erano gonfiati, come la pancia di una capra appena sazia.
Hanno raccolto lettere di epoche passate, vecchie e nuove,
i postini in questi nostri boschi autunnali,
li vedo, continuamente a setacciare come delle gru che pescano segretamente
con una tale impossibile enigmatica vigilanza,
non come i nostri postini
dalle cui mani continuamente si perdono
le nostre implacabili e gratuite lettere d’amore.
Noi continuamente ci allontaniamo l’uno dall’altro
noi continuamente, nella smania di ricevere lettere, ci allontaniamo l’uno dall’altro,
noi continuamente, riceviamo lettere da lontano
proprio ieri ci siamo allontanati e già abbiamo lasciato cadere
nelle mani del postino una lettera piena del nostro amore.
È in questo modo che le persone simili si allontanano da altre persone simili,
in questo modo che cerchiamo di esprimere le nostre arroganze, debolezze e desideri.
È in questo modo che in piedi davanti allo specchio, non riusciamo più a guardarci
nella solitudine delle terrazze serali ci lasciamo trascinare alla deriva.
È in questo modo che tenendo le nostre camicie aperte, da soli, continuiamo
a naufragare sotto un materiale di luce lunare
è da molto tempo che non ci siamo abbracciati
è da molto tempo che non sentiamo il gioco delle labbra e della lingua
è da molto tempo che non abbiamo ascoltato le canzoni dell’Uomo
è da molto tempo che non abbiamo visto i giochi insensati dei bambini.
Da una foresta all’altra più antica ci lasciamo trascinare.
Dove l’eterno delle foglie lascia il segno sulla pietra in un esilio ultraterreno
così nel paese senza cielo della comunicazione ci lasciamo trascinare —
Ho visto molti postini vagare in questi boschi autunnali
i loro sacchi gialli si erano gonfiati, come la pancia di una capra appena sazia.
Lettere di epoche passate, vecchie e nuove, sono state raccolte
dai postini in questi boschi autunnali.
Ho visto lettere allontanarsi l’una dall’altra.
Non ho mai visto gli alberi allontanarsi l’uno dall’altro.
 
 
 
 
Sankha Ghosh
La preghiera di Babar
 
Ecco, mi inginocchio, Occidente,
oggi la primavera ha mani vuote —
distruggimi, se lo vuoi,
ma che i miei figli restino nei sogni.
 
Dov’è finita la sua limpida giovinezza,
dov’è che la corrode una segreta rovina?
Nella coda dell’occhio, queste sono sconfitte
nel caso delle vene arteriose polmonari!
 
Svegliati nel deserto ai margini della città
la canzone di cenere e vuoto del Muezzin,
rendimi pietra, immobile,
ma che i miei figli restino nei sogni.
 
O non c’è sollievo nei germi del peccato
di questo corpo in futuro?
Nella frenesia della mia vittoria barbarica
chiamo la morte nella mia stessa casa?
 
O la luce accecante di questo palazzo
che brucia tutti i cuori e le ossa
e le centinaia di migliaia di stupidi insetti
che hanno costruito nidi all’interno del corpo?
 
Mi hai dato così tanto, nelle mie mani,
eppure, sfaldato, dove lo porterai?
Distruggimi, Dio, se vuoi,
ma che i miei figli restino nei sogni.
 
 
 
 
Poco socievole, molto stupido
 
Tornati a casa vi sembra di aver parlato troppo?
Questo ingegnarsi deve essere molto stancante.
Una volta tornati, fatta una doccia, acceso qualche incenso
non sentite il bisogno di stare seduti in silenzio in una camera tutta blu?
Sembra che se ci togliessimo la pelle del demone
la carne dell’uomo si sfalderebbe?
Il tempo fuso sembra portare nella stanza una certa acquosità, è bello
adagiarsi nell’infinito di questa zattera che inizia ad emergere?
Se proprio è così, allora torna! Vattene Ingegno! Vattene astuzia!
Cosa importa ora
se la gente dirà poco socievole, se dirà anche molto stupido.
 
 
 
 
Compagna
 
Non è facile tenere le proprie mani sopra altre mani
la vita non è facile da tenere sulle spalle
questo è molto semplice da dire, ma chi non lo sa
le parole semplici non sono così semplici
Dentro le gambe un ubriaco, sotto i piedi
un ubriaco, sono tutti debitori di questo vino
il sole splendente rimane a metà pomeriggio e accanto
resta la statua del Chandalini con la bocca aperta sulle rive del Gange
Quelle tradizionali lacrime disperate sono perse
anche tu non sei in ogni istante la compagna del mio amore?
Che tu mi possa dare piacere non è facile
Che tu mi possa dare dolore non è facile
 
 
 
 
Vieni restiamo uniti insieme
Alla nostra destra la distruzione
alla nostra sinistra c’è il baratro
sulla testa ci sono le bombe
la diga del ghiacciaio sotto i piedi
Non ci sono strade
la nostra casa è sparita
tutti i nostri figli
sono sparsi in luoghi lontani e vicini
Forse anche noi
moriremo in questo istante?
Non abbiamo strade
vieni restiamo uniti insieme.
Non abbiamo una storia
o forse è così tanta la storia
che i nostri occhi sono coperti
siamo mendicanti dodici mesi l’anno
Il mondo potrebbe essere vivo
Il mondo potrebbe essere morto
chi potrebbe mai sapere di noi?
Abbiamo vissuto da una porta all’altra.
Se non c’è niente da nessuna parte
ci siamo noi ancora in pochi
vieni restiamo con le mani nelle mani
vieni restiamo uniti insieme.
 
 
 
 
Joy Goswami
Noi viandanti
 
Il nome di un albero è albero
il nome della polvere è polvere
il nome del fiume te lo diranno gli abitanti del paese
il nome della casa è casa, cortile quello del cortile
vicino al cortile c’è una donna, quale è il nome di quella donna?
Se proprio vuoi saperlo devi prima saper portare una barca
tirare le redini delle tue qualità
andare a tagliare la legna
cadere nelle mani dei banditi
saltare lo steccato, arrivare fino al cortile
saltando il cortile di nuovo nella stanza
nella stanza quando lei ti si getterà addosso
nel suo vortice sprofonderà il tempo
gli alberi si spaccheranno sopra altri alberi
dall’interno della polvere si alzerà una colonna di polvere
il fiume si infrangerà sopra il paese
non ti ricorderai più allora che il tuo nome è stato viandante…
 
 
 
 
La madre di Nondo
 
In quale paese stiamo andando
e da quale ce ne stiamo andando?
Campi alti, bassi, in pendenza attraversando
fili spinati bagnati dalla rugiada e piante
stavamo percorrendo contrade
attraversando risaie
sorella minore, madre e padre, gente del villaggio
accanto a loro sono una Principessa? Oppure l’Amata?
Mia madre e padre, mi chiamano a casa Principessa
a scuola mi chiamano Amata,
l’istruzione era iniziata da due o tre anni appena
e qualcuno al villaggio già diceva: «Allontanatevi tutti, andatevene…»
Stavo scappando con l’intero villaggio
mia madre e padre, due sorelle, stavamo scappando
percorrendo arbusti, spingendoci oltre il fiume abbandonato
un fienile in piedi sulla strada che dorme
recinzione dormiente, nel fienile una zucca dormiente
nel cortile si trovano ruote del carro della mucca
l’aratro in appoggio, il gelsomino nel portico
l’albero Neem folto nasconde per metà la luna.
Ci muoviamo silenziosamente, eppure i rami si piegano
e toccano la fronte, le teste gelate di rugiada, foglie
come palmi bagnati e ruvidi
Abbiamo attraversato tanti campi
e ora riposiamo sotto un albero,
con il riso schiacciato e riso soffiato e dello zucchero di canna
da ciascuno dei nostri sacchi…
Poi i nostri occhi si chiudono, pesanti per la stanchezza.
All’improvviso vediamo persone che si affrettano
come se i villaggi bruciassero
dove sei, Principessa? E tu Amata, dove siete voi due?
Padre e madre ci chiamano con i nostri nomignoli.
Sono rimasta,
ma nessuno sapeva dove fosse finita la Principessa,
nessuno lo sapeva
abbiamo incrociato il filo spinato
tutti noi, collo basso, testa china
attraverso i giornali, i documenti di immigrazione
sul valico, poi sul treno
stiamo andando da qualche parte
più ci spostiamo,
più ci sono brandelli in cui il nostro percorso si insinuava
dov’è quel paese? Nel passato? Nel futuro?
Ho lasciato un po’ della mia vita lì
Principessa, Principessa – Amata, Amata.
I nomi, lasciati cadere per strada e persi.
Alcuni nomi caddero nei campi di grano
alcuni altri nel corso del fiume, sulle sponde vuote
alcuni nomi la scuola ne ha derubato un po’
alcuni si persero nelle rivolte per le strade.
L’albero sotto il quale ci sdraiamo,
alcuni nomi sono rimasti sotto l’albero
alcuni di essi sono stati presi dalla rugiada del prato
alcuni andarono predati
alcuni sono rimasti intrappolati nella recinzione
alcuni andarono a nascondersi nei listelli di fieno
alcuni nomi restarono impigliati fra i fili spinati
alcuni sono rimasti sui documenti di immigrazione
una vita che ho lasciato lì
una vita presa e poi lasciata dal marito
una vita prosciugata per crescere un figlio
ora faccio sapere a loro di me, attraverso il figlio.
Ora sono circondato da appartamenti
ora sono circondato da bassifondi e bassifondi di persone
case di bambù e travi vicino alla ferrovia
da cui emergono le donne lavoratrici.
Ero una cameriera part-time,
ora ricevo le mie provviste quotidiane proprio qui a 5 centimetri.
Mio figlio è sposato e se n’è andato,
e trascorro proprio qui,
estati, monsoni, inverni…
Mi siedo proprio qui, la mamma di Nanda,
non pensando a mio figlio,
non a mio marito,
solo noi che corriamo,
scappando in un altro posto.
E con noi, gli alberi,
la luna, il sentiero delle capanne,
qualcuno ha bruciato la nostra casa e ha gridato: «corri» –
uno dopo l’altro, persone, villaggi in fiamme,
tetti, antenne,
la luna a disco sopra il tetto
chi ha detto scodella? Non sapevi
che la luna ha un soltanto un occhio per illuminare il villaggio in fiamme?
No, nessuno lo sa, hanno dimenticato, dimenticano
uno dopo l’altro, gli edifici si ergono dal suolo
una dopo l’altra, le macchine sfrecciano sorde e mute
le ceneri bruciate dal villaggio indugiano ancora nell’aria.
Si attaccano alle pareti, alle finestre, alla porta
chi li spolvera con uno straccio in mano?
Chi va al mercato? Chi porta il piatto della cena?
Chi sopravvive a tutti questi giorni di sole, pioggia, tempesta,
abbandono?
Quello che lei è, un albero?
Quale albero? Quale albero? Dimmi, dimmi tu, appartamenti,
grande luna bruciata, ditemi tutti voi, sordi e muti
la mamma di Nanda è una Principessa, oppure è l’Amata?