Cosa succede se una ragazzina legge Les fleurs du mal di sua sponte, senza che glielo abbia ordinato nessuno? Quando successe a me il prof di francese mi mise 9 sul registro e non si curò di interrogarmi nuovamente per tutto il resto dell’anno scolastico. La mia sorellina (poi diventata filosofa), che imprudentemente leggeva quel libro in treno, fu severamente apostrofata da un viaggiatore: “Legga piuttosto i fiori del bene!”.
Se però chi legge Les fleurs du mal è una ragazzina che si chiama Veronica Chiossi, da grande scriverà dei libri di poesie dai toni taglienti e grottescamente caricaturali e dopo la storia di un disamore arriverà a un punto di osservazione privilegiato, a un genere che si potrebbe forse definire horror.
Il genere horror nasce nel mondo occidentale dopo che, finita la fede in una qualsiasi trascendenza, con il cielo svuotato da quello che un tempo era stato il timore e il tremore, subentra al loro posto la crisi di panico: un terrore senza oggetto. Le poetiche si affinano e subentra “Il bello del brutto” teorizzato ad hoc per reggere alla visione del moderno; la Natura si fa estranea o mitizzata nel New Age, la metropoli trionfa.
Nelle poesie di Veronica Chiossi non ci sono metropoli ma labirinti burocratici o digitali, un Nord-Est in cui trionfano la spazzatura, il liquame, le microplastiche e i messaggini sul cell. Giustamente commenta nella prefazione Daniele Piccini: Queste non sono poesie per signorine comme il faut.
Le varie sezioni del libro di Veronica Chiossi potrebbero semplicemente essere due: “io e lui” e ”io e loro”. Io, sola, gli altri, coppie. L’inventario iniziale fissa in ben delineati versi la genesi del disamore. La prima scena registra una partenza, uno svuotarsi della casa, il trasloco definitivo dell’amato: qui si tratta della figura paterna. Il finale disastro di quella relazione è nella quartina che mette a fuoco il tema di tutto il libro:
Sulla diga del faro
in quell’estate velata
di cicale mi inerpicavo
nel cuore di mio padre.
L’immagine – arrampicarsi su per un faro – ricorda The Colossus di Sylvia Plath: anche lì una figura gigantesca, l’immensa statua paterna, sulla quale si inerpica la figlia. Inutile fatica! In seguito, come è stato notato da Daniele Piccini, “L’io – lei della poetessa rimane spaiato, come nel grande quadro di Munch La danza della vita, dove una figura femminile solitaria (in due diverse fogge) si aggira, mentre alcune coppie danzano intorno a lei.”
Per aggiornare la figurazione di Munch si può pensare al quadro sullo stesso tema di Paula Rego (The Dance, 1988): anche lì una donna spaesata, spaiata, tra coloro che danzano: resa onirica di una mancanza.
Il teatro del disamore segue una sua necessità: come la figura paterna, l’amante di turno dovrà essere supremamente indifferente, e se ne andrà dopo un ringraziamento formale post coito. Un distanziamento, una estraneità proclamata vivificano il linguaggio della contemporaneità anche nelle poesie in cui prevalgono i paesaggi urbani o vacanzieri, normalmente degradati (Dalla banchina del fiume), o un bestiario orripilante. Qui contemporaneità e grottesco coincidono. La spaiata osserva le coppie con un disgusto baudelairiano mentre l’irriso linguaggio della burocrazia si accampa in presenze di sardonica ferocia:
Mi ucciderà il Signore
Contabile dell’Utile
mi ucciderà il plotone
di citofoni e telefoni
deleganti e delegati
muniti di documenti
il Servizio Clienti
le giacenze postali
i moduli cartacei
i moduli virtuali
L’irrisione è anche blasfema nelle rime Cristo/pulisco, nella fede “liquefatta”. L’elegante cattiveria dei versi, il rovesciamento del cliché possono conquistare il lettore disarmato con l’efficace energia delle invettive. La sanatrice rivincita delle acque alte nella bellissima poesia veneziana ne dà la prova inoppugnabile:
Non è l’alta marea
a uccidere Venezia,
città plancton sfiorita,
spellata, sfinita
non resta che invocare
l’eutanasia del mare
per chiudere agenzie
e alberghi parassiti?
Calare colonne e paratie
lasciare entrare il vento,
il mare che lava i detriti.
Cosa si può tuttavia salvare infine in questa poesia/candeggina, che sembrerebbe voler cancellare ogni cosa? (E Candeggina era infatti il titolo della raccolta precedente di Veronica Chiossi, del 2019). Di certo la figura di Pasolini in P.P.P. : “Pane profeta perenne padre”, l’antimoderno per eccellenza; ma forse anche la speranza di un nuovo amore, il poeta archeologo dell’ultima poesia della raccolta (Lui porta una torcia al buio), o anche semplicemente il profumo di caffè in una sala d’attesa di ospedale (All’ospedale di Agordo, Belluno) e il messaggino sgrammaticato della cliente straniera, unica a non inveire contro il personale delle Poste, dopo una sfilza di insulti:
Sono straniera, la mia lingua italiana non è brava. Ma i personali qui sono molto gentili e pazienti. Grazie Mille!
(Poste Italiane, Ufficio Mestre 2 – Recensioni Google)
Infine, cosa si può fare, di buono, per la poesia? Bisogna imparare dal maestro vetraio la cristallizzazione dell’istante:
el vero, ti ga da viverlo
perché ea materia ea cambia
ogni frassiòn de secondo
El color se svoda
e diventa trasparente
ni altri cristaiesemo el istante
Veronica Chiossi, spirito libero e avventuroso, usa la tecnica del contrappunto: il bene, seppur raro, si contrappone al male, il bello al brutto. Ma prevale il bello del brutto e, come è stato detto, “Niente conforta più di un bel verso pessimista”.

