Mani di Rossella Renzi

Se dovessi attribuire una qualità specifica a Mani (peQuod, 2025), l’ultimo libro di poesie di Rossella Renzi, sceglierei la timidezza. Nonostante sia chiaro che non si tratta di un’antologia, è altrettanto vero che la raccolta mostra un certo grado di ermetismo strutturale. Non ci concede infatti molti punti di riferimento, attraverso cui orientarci per dare alla lettura un carattere organico. In apparenza, il contenuto di ciascuna sezione si potrebbe sovrapporre a quello di tutte le altre, e non sembrano esserci tracce narrative a cui affidarsi.
Gli elementi che rendono Mani una raccolta uniforme, ma anche un’opera complessa e originale, riguardano anzitutto il piano lessicale: ci sono temi che ricorrono, così che spesso i singoli testi sembrano rispondere a una stessa domanda, implicita ma cruciale.
Riletta a posteriori, forse anche la prima poesia del libro vuole suggerirci qualcosa. I versi conclusivi sono una sintesi perfetta di ciò che verrà trattato successivamente: «l’attesa del silenzio / il mio destino inverno».
Nella sezione iniziale, infatti, oltre al fatto che compaiono con particolare frequenza termini come “canto” e “silenzio”, ci sono numerosi riferimenti alla stagione invernale. Anche se il titolo (Bisanzio) non lo determina in alcun modo, pare essere l’inverno il vero protagonista di questa parte del libro.
In uno dei testi più evocativi che vi compaiono, la voce poetica ci confida: «Continuo a sognare la stagione / dove tutto resta immobile / sotto un velo ghiacciato». La Natura, rappresentata in senso generale da alcuni elementi non caratteristici del paesaggio, ma piuttosto dal vissuto che ne deriva, si configura come il carburante che alimenta un flusso di immagini dove si mescolano desiderio e memoria. La scena descritta alla fine dello stesso componimento, di una delicatezza sorprendente, ce lo conferma: «Noi bambini a spaccare nocciole / seduti, eccitati per così poco / gli occhi spalancati davanti al fuoco».
La forza generativa dell’inverno, però, non è univoca. Infatti, tra «arance appena raccolte e spremute» e «parole donate al letargo», anche «il singulto dei morti / il soffio che spinge / allontana ogni cosa» diventa udibile. Questa apparizione avviene secondo uno schema affine a quello che caratterizza le tragedie classiche: la morte esiste, ma si sottrae al nostro giudizio e alla nostra comprensione. Lo sgomento è inevitabile. Rappresentarla è l’unico modo per conviverci, attraverso un percorso di purificazione che, qui, si conclude con l’arrivo dell’alba. Al suo sopraggiungere «si risvegliano le ombre / Un rivolo d’acqua a lavare i morti».
Nel complesso emerge un processo (dal carattere analitico, quasi scientifico) di identificazione con le suggestioni fornite dallo scorrere ciclico del tempo, in particolare dal susseguirsi delle stagioni che scandiscono i diversi stati emozionali, così come le sezioni del libro.

Non a caso, il titolo della sezione successiva (In piena luce) costituisce la prosecuzione naturale di quanto evocato alla fine di Bisanzio. I riferimenti che vi compaiono rispettano la stessa struttura, ma con un cambiamento radicale.
A dominare l’atmosfera questa volta sono «la luce sfrontata di luglio», «l’oro del fieno» e i girasoli. L’assortimento cromatico vira verso le tonalità del giallo. La quiete rarefatta degli interni viene sostituita dal volo delle rondini e dal «profumo dei cedri», ma anche da una nuova forma di immobilità, più glaciale di quella imposta dai mesi freddi.
Questo non dipende da questioni di carattere simbolico, che è la ragione per cui T.S. Eliot aveva identificato aprile come «il mese più crudele». Se qui «il mese più crudele» è giugno, è per ciò che esso genera a livello fisico, molto prima che su un piano concettuale: «l’attesa muta delle mani / il corpo non si muove / sul bianco della pagina / il segno di una lacrima».
Tale situazione sembra produrre una sorta di stagnazione del processo creativo (una chiave di lettura dei versi appena riportati), dovuta anche alle circostanze ambientali. La scrittura viene intesa così come un processo di estrazione, dove il corpo agisce da membrana tra il mondo e la pagina.
Più che rappresentare una riserva di suggestioni astratte, quindi, la Natura determina conseguenze tangibili. La presenza della morte si riconosce dai dettagli, assumendo un carattere perturbante, dovuto proprio al fatto che ora sia meno evidente: «la pena per il tronco spaccato a metà / dove il tempo si annida in silenzio».

I titoli delle parti successive del libro rispettano lo schema rintracciato in precedenza. In piena luce è seguita dalle sezioni Penombra e Il lato oscuro. Il testo assumerebbe così un andamento perfettamente circolare, se non fosse per la parte conclusiva, La terra, la guerra, una questione, il cui titolo è però indicato in corsivo, forse per segnalarne il valore di corollario.
In Penombra i riferimenti ambientali diventano meno uniformi, ma possiedono un carattere distintivo, grazie ad alcuni elementi che conferiscono al testo un’atmosfera calda e ambrata. Al posto delle rondini c’è «Il volo bianco dell’airone». «La stagione dei rami spezzati / batte sul vetro della finestra», e ci riporta alla quiete degli ambienti domestici, alle luci soffuse.
Ciò che si impone, però, anche quantitativamente, è la presenza sempre più evidente di un “tu” a cui si rivolge la voce poetica. Un interlocutore forse compreso anche nella prima persona plurale, soggetto di numerose poesie.
La presenza di identità molteplici in Mani non è una novità di questa sezione. Tuttavia, come si è detto, ora assume una dimensione strutturale: ciò che si riscontra è una vera e propria disseminazione dei soggetti. La prima persona singolare, prima prevalente, ora si fa percepire come un intervallo nel tessuto lirico complessivo, dove il tono si colloca tra la preghiera e l’esortazione: «Senti questo tormento delle vertebre»; «Restiamo nell’abbraccio degli alberi»; «Scrivimi dell’acqua che sfiora il volto».
Non ci è dato sapere, con assoluta certezza, il grado di alterità dell’interlocutore (e co-protagonista) di questi versi, rispetto all’”io” che si rivolge a esso. Potrebbe anche trattarsi di una forma di identità che la voce principale colloca fuori da sé, strategia molto diffusa nella poesia italiana contemporanea. Ma nel testo si riconosce anche, talvolta, un’intenzione amorosa: «Mi chiedi di sussurrare il tuo nome / dominare il puro filo di seta / che conduce dalla bocca al cuore».

Il rapporto con l’altro si fa ancora più evidente nella penultima sezione della raccolta, intitolata Il lato oscuro. La dispersione semantica dei riferimenti ambientali è ormai definitiva. Il “tu” che compare, però, sembra perdere la propria ambivalenza, quando i versi raggiungono un più alto grado di intensità lirica ed emotiva: «mentre cammino con passo indeciso / ripasso con premura le tue orme».
Qui si iniziano a chiudere i fili. A suggerirlo è anche la citazione di Ives Bonnefoy che apre la sezione: «Infine chiedi il freddo, anela a queste tenebre». Già in precedenza, infatti, si era evidenziata una certa postura argomentativa che caratterizza complessivamente l’opera. A questo proposito, Il lato oscuro costituisce il momento di sintesi del processo dialettico che è possibile rintracciare nella sequenza di temi e atmosfere rappresentati nel libro.
Così la morte viene evocata in forma esplicita, come avvenuto inizialmente, mentre l’ambiguità che la caratterizzava, però, sembra essersi risolta. A suggerirne la presenza sono ancora i dettagli del mondo naturale; essa assume ora le sembianze di una figura amica, il cui arrivo non ha più soltanto un valore catartico, ma salvifico: «osservo il mandorlo in fiore travolto / dal fascio di luce. / Vengono i morti / mi salvano / da questo precipizio».

Come già evidenziato, rispetto all’ecosistema tematico di Mani, la sezione conclusiva può essere considerata una sorta di corollario. Ciò si deve, anzitutto, al suo titolo: La terra, la guerra, una questione, e al fatto che, a differenza degli altri, esso è indicato in corsivo. La presenza centrale di un (Poemetto in sei parti), il cui titolo è altrettanto enigmaticamente raccolto tra parentesi, non fa altro che confermare questa impressione.
Come avviene nell’opera, quindi, anche il suo processo analitico si rincontra con la sua origine, ritrovando lo stesso grado di ermetismo delle prime pagine.
Ma a ben guardare, anche qui è possibile individuare delle tracce: ritorna la città che dà il titolo alla sezione iniziale del libro, in un testo di grande impatto drammatico, “Nome in codice Teodora”: «Il nome della donna porta luce / salva la città col suo splendore / negli occhi della bella imperatrice / libera Bisanzio che non muore». Lo stesso accade con l’alba, che chiude sia la sezione appena ricordata che la penultima poesia del libro: «non so per quali notti / avremo ancora lume / e per quanto lo schiudersi dell’alba / sarà senza dolore».
Per proseguire, infine, oltre i confini del ragionamento dialettico. «Amiamoci ancora un po’», propone la stessa poesia, «perché in strada il poeta non canta più». Non resta che questo, conclude la raccolta: «lo schianto oltre il buio / la vita».

Come si è voluto sottolineare, ciò che si riscontra complessivamente in Mani di Rossella Renzi è la sovrapposizione di molteplici orizzonti di senso, che si nascondono l’un l’altro.
I riferimenti alla Natura (come le numerose specie di alberi, alcune delle quali riportate anche nel presente testo) sono elementi costanti di un tessuto lirico intimo, la cui origine viene spesso celata allo sguardo del lettore. Ciò che vediamo più distintamente è il modo in cui la realtà esterna, fatta di luci, ombre e stagioni, oltre che di suggestioni sottili e imponderabili, si impone sull’interiorità e ne plasma la voce poetica.
Ne emerge così un’opera caratterizzata da una notevole onestà creativa. Una raccolta che dimostra la propria autenticità in quanto percorso di demarcazione individuale, in cui anche noi che leggiamo siamo coinvolti e accompagnati.

 
 
Continuo a sognare la stagione
dove tutto resta immobile
sotto un velo ghiacciato. È Natale
il calore nel petto, una voce di donna
canta nelle mattine gelate
le arance appena raccolte e spremute.
Noi bambini a spaccare nocciole
seduti, eccitati per così poco
gli occhi spalancati davanti al fuoco.