Sin dal titolo dell’ultimo lavoro di Alva Nöe (Einaudi, 2022) emerge la sua idea di fondo: le opere d’arte sono strani strumenti, tecnologie che organizzano le nostre vite rendendoci ciò che siamo perché ci permettono di comprendere come siamo organizzati. Questo perché per natura siamo esseri tecnologici: anche l’allattamento, secondo Nöe, è una tecnologia elementare, biologica, naturale, “una forma di conversazione primitiva”, un’interazione tra fare e sentire, organizzata nel tempo; è fonte di piacere, oltreché di conflitto e di negoziazione; accade semplicemente e ha una funzione precisa che ha a che fare non solo con il nutrirsi, ma anche con l’instaurarsi di una relazione tra la madre e il figlio.
Ogni attività organizzata della nostra vita (es. guardare, ascoltare, fare) presenta queste caratteristiche, spesso basate sull’abitudine, anche non cosciente, ma intesa come una sorta di embodiment. Lo stesso essere vivi significa essere organizzati non solo a livello del singolo organismo, ma anche delle relazioni con gli altri e con l’ambiente.
Le opere d’arte sono tecnologie peculiari che non servono a svolgere una funzione pratica, ma a rendere visibile l’organizzazione che struttura la nostra esperienza quotidiana. Sono un dispositivo che ci consente di comprenderci e, potenzialmente, di riorganizzarci.
Da qui deriva una critica netta al riduzionismo neuroscientifico: non siamo il nostro cervello, né il mondo è una collezione di stimoli che producono rappresentazioni interne. La coscienza non va cercata “dentro”, ma nell’interazione tra esseri viventi e mondo. L’errore del modello bottom-up, osserva Noë, è confondere l’analisi delle componenti con la comprensione della funzione complessiva: studiare la visione a partire dalle singole cellule equivale a spiegare il volo osservando le piume.
Il nostro modo di essere è costruito dalla tecnologia. Gli strumenti con cui pensiamo – dalla maniglia al telefono, dalla scrittura alle immagini – modellano il nostro modo di abitare il mondo. Linguaggio e scrittura non sono canali neutrali di trasmissione, ma tecnologie che trasformano ciò che pretendono di rappresentare. Scrivendo non ci limitiamo a registrare il parlato: lo riorganizziamo, e così facendo modifichiamo il nostro stesso modo di parlare e di pensare. “Il precipitato è una densa struttura scritto-linguistica, stratificata e di natura eminentemente storica”, tanto che è impossibile tornare a un linguaggio primordiale proprio perché la comprensione del linguaggio è legata strettamente al modo in cui “il linguaggio parla, nelle nostre conversazioni, nelle nostre vite”.
Anche le immagini cambiano ciò che vediamo perché cambia la concezione di ciò che vediamo. Fin dalla preistoria. Non sono eventi naturali, ma artefatti, prodotti del lavoro umano. Produrre immagini è allora una pratica tecnologica e l’immagine è uno strumento per mostrare le cose e collocarle nel contesto comunicativo, comprendendo ciò che ci viene mostrato. Le immagini sono dunque una “tecnologia della presenza” e una pratica comunicativa. Sostituiscono qualcosa. Nel caso dell’arte le immagini non mostrano ciò che si vede, ma cosa significa vedere. D’altra parte noi vediamo col cervello, non con gli occhi: la visione non è un semplice processo ottico, non è avere a disposizione nella mente immagini che provengono dall’esterno, ma è un incontro. Vedere è qualcosa che facciamo. E, come tutto ciò che facciamo, dipende da dove siamo, da chi è con noi, da quello che sappiamo, da quello che vogliamo, e da quello che si trova nell’ambiente attorno a noi. La condizione di un essere umano, la sua storia, il suo ambiente si manifestano a lui grazie a ciò che sa ed è capace di fare, e non a ciò che si proietta all’interno dei suoi occhi.
È precisamente qui che si colloca l’arte. Le pratiche artistiche operano sulle attività basilari che strutturano la vita – vedere, muoversi, parlare, ascoltare – rendendole strane, sottraendole al loro sfondo di ovvietà. Un’opera d’arte è uno strumento spogliato della funzione, che interrompe l’automatismo dell’azione e ci costringe a chiederci “che cos’è?”, mettendo in discussione noi stessi e le nostre prassi. Le scarpe di Van Gogh sono ritratte dal loro essere strumenti; guardandole, pensiamo alla loro funzione per le nostre vite, mentre la loro funzione strumentale si infrange. Il vero significato che hanno per noi le scarpe si mostra nascondendosi. Quelle scarpe nascondono una forma di vita. Anzi, secondo Noë, “è solo perché esiste l’arte che le scarpe possono essere uno strumento per noi”. Senza l’arte non ci sarebbe mondo.
Altri esempi analizzati da Noë chiariscono questa funzione riorganizzativa: le sculture di Richard Serra sono “opere-mondo” che destabilizzano il nostro senso dello spazio e ci obbligano a riflettere sulla nostra posizione corporea. Le tele di Barnett Newman sabotano le abitudini percettive e ci colgono nell’atto stesso di incontrare il mondo. Le performance di Tino Sehgal mettono in scena l’organizzazione collettiva dell’attenzione e del movimento, e dissolvendo il confine tra opera, performer e spettatore. In tutti questi casi, l’arte non rappresenta il mondo: lo ricostruisce come spazio di esperienza.
Non c’è all’interno un cervello o un’anima responsabile del nostro stare nel mondo, ma sono i rapporti tra noi e il mondo a regolare la nostra esistenza. Impulsi, istinti e riflessi ci legano all’ambiente, alle nostre azioni, alle cose e agli altri esseri umani. Siamo organizzati e “prigionieri”, sebbene cerchiamo di liberarci da questo stato di cattività. Anzi è proprio il tentativo di fuggire a costituire il cuore dell’esperienza artistica. Liberandosi dalla prigione degli impulsi e delle azioni organizzate, l’arte si rivela. Gina Gabriel Starr, sulla base di esperimenti (es. guardare riproduzioni digitali di opere d’arte nello scanner fMRI), dice che le “esperienze estetiche intense” attivano il default mode network, “una rete di regioni cerebrali interagenti che è disattivata quando è in presenza di comportamenti diretti a un obiettivo o al mondo, e che si riattiva quando l’attenzione è distolta dal mondo, per esempio quando riposiamo, sogniamo occhi aperti, immaginiamo, pensiamo eccetera. Alcuni sostengono che il default mode network sia un sistema neurale che individua il sé”. Questo significa che l’esperienza estetica in qualche modo ci trasporta altrove, ci fa guardare dentro di noi, ci distoglie dal semplice vedere. L’opera d’arte ci chiede di ripensare e riorganizzare il nostro modo di vedere, il nostro modo di pensare. Ci piace rivedere più volte la stessa opera perché le emozioni che proviamo in presenza dell’arte coinvolgono il nostro sentire in relazione alla nostra vita.

