Semplici abbandoni di Alberto Bertoni

Semplici abbandoni di Alberto Bertoni (Einaudi, 2025) arriva quattro anni dopo L’isola dei topi (2021) edito sempre da Einaudi. Quest’ultimo costruiva un immaginario più frontale, più perentorio. Il mare a Modena (in Profezia) quanto la reiterazione del topo color cenere, temerario, che comanda l’assalto, il mondo-topo all’attacco costituivano un vettore di declino collettivo tra conflitti, covid e catastrofi climatiche. Nel nuovo libro invece il concetto, evidente fin dal titolo, dell’abbandono è una chiave meno totale e più simile a un gesto ripetuto, una piccola emorragia di cose quotidiane, di relazioni e memoria. Se L’isola dei topi metteva in scena una pressione storica che schiaccia, Semplici abbandoni lavora per dispersione controllata che resta nel mondo, lo registra senza retorica, in una ragione minuta di persistenze.

Il titolo viene dichiarato in epigrafe che deriva da Amelia Rosselli, Delirai, imperfetta, su scale (da Documento, Garzanti 1976, 2019) che riproponiamo:

 

Delirai, imperfetta, su scale
di bastoni
cose di cucina, casa e
impellenti misure che
ti riconoscono l’abilità alle manovre.
 
L’erborista
mal si conteneva
cannibali si distinsero
per una sorta di selvaggia trasparenza
ma i tuoi grandi occhi
non versano in mal celato affetto altro
che stridenti colorazioni,
semplici abbandoni nel parcheggio affondato.
 
Trent’anni sono un lasso di tempo conveniente
per ritirare la mano dal fuoco umido
e stringere a sé i bambini che adoro
mentre fuori puzzavano vini inaciditi
un’unità
di cui conosci le proprietà.
 
Trovai una pietra bagnata di lacrime
il suo soave splendore un
poco rovinato dalle palestre,
 
giuro di amare il catasto
nel suo gingillare per il perdono
nel pedigree delle destinazioni.
 
Se esco e faccio la spesa
orrore si fracassa appena
belle cicogne snelle
m’assembrano le membra.

 

In Rosselli l’espressione semplici abbandoni è un lampo visivo che cade in un luogo moderno e depresso. L’abbandono si presenta come resto urbano e l’io un delirio che si confronta con cose di cucina, impellenti misure e abilità alle manovre. È una figura che si muove tra urgenze domestiche e urti esterni e sconta questa esposizione con una percezione violenta, cromatica, non pacificata e soprattutto vincolata a un lasso di tempo (Trent’anni sono un lasso di tempo conveniente).

Bertoni parte da questo assunto per comunicare subito che semplice non significa minore, solo non teatralizzato, non elevato a monumento. Bertoni ha infatti la rara capacità di lavorare con sparizioni quotidiane, vuoti pratici che restano, senza trasformarli in elegia. I piccoli gesti di gestione del reale servono a stare in piedi mentre, sotto il velo del reale (da qui il confronto con il libro precedente), preme sempre e comunque qualcosa di storico e collettivo. Qui l’affinità tra Rosselli e Bertoni è nel principio con cui si affronta il linguaggio che poi ricade sul reale: non separare la cucina dalla storia, la spesa dal trauma, il registro dall’affetto. E soprattutto non rendere l’abbandono nobile in modo falso, estetizzato.

 

*

 

La seconda epigrafe che apre Semplici abbandoni viene da Mario Santagostini da Felicità senza soggetto (Mondadori, 2014), poi rieditata in L’antologia ragionata (Samuele Editore-Pordenonelegge, 2025) con una piccola aggiunta (se un giorno qualcuno avrà una risposta, / se sarà più di una, si veda la spiegazione che Santagostini ne da a Una Scontrosa Grazia, QUI):

 

Seduto al bar di viale Sarca,
guardavo il giovane cercare un passaggio
verso la camionabile,
dei muti al tavolino quando
si scambiavano segni, e uno diceva
– tra non molto, anche qui.
Gli altri assentivano.
E intorno, solo delle mosche.
Mi sono chiesto se c’è qualcosa
di meglio che essere vivo.

 

Santagostini, citato da Bertoni anche in un testo a lui dedicato (Kafka in Palestina), lavora come un controcanto alla Rosselli: parte da una scena ordinaria, un bar (viale Sarca), un giovane che cerca un passaggio, dei muti che comunicano a segni, una frase minacciosa e indeterminata e un elemento di degrado minimo ma insistente (solo delle mosche). Poi la domanda finale, ripresa da Bertoni: Mi sono chiesto se c’è qualcosa di meglio che essere vivo.

Questa citazione trasforma il punto d’osservazione in una soglia. Fa propria la marginalità della quotidianità dove la vita passa e ristagna. È sempre una questione di abbandoni che vengono depositati nei luoghi bassi del giorno.

Ma cosa regge l’essere vivi? La domanda in Santagostini è brutale perché nasce dopo mosche, silenzi e segnali. In Bertoni gli abbandoni sono il prezzo (e il sintomo) della vita, ma la vita resta attraverso i piccoli riti, le uscite, i nomi, i luoghi, disseminati in diversi testi che indicano la ricerca di una ragione minuta per restare, quasi una risposta a Santagostini.

 

Quante cose scompaiono
giorno dopo giorno
se ne vanno per conto loro
senza preavviso prendono il volo
per tornare al tempo remoto
di un loro angoletto vuoto
 
Del nostro desiderio d’abbandono

 

Senza dimenticare la chiusa, in prosa:

 

Al ragazól a-n gh’ piès menga l’òli, al magnarà dal destrótt o dal butér fin cal campa: e cioè Al bambino l’olio non piace, cosí fin che campa mangerà dello strutto o del burro, condannandomi cosí a un colesterolo fuori controllo, ma anche alla certezza che a tavola – e nella vita in genere – il piacere è tutto.

 

*

 

Gli abbandoni di Bertoni sono semplici perché quotidiani, ma la posta in gioco non rinuncia ad essere massima. Gli abbandoni non sono solo lutto ma selezione, sopravvivenza, forma di vita.

In questa direzione il libro procede per istantanee dosate narrativamente, piene di nomi propri, luoghi, oggetti e scene di relazione: l’io (che era anche il titolo del testo santagostiniano citato) registra il presente e la mancanza che lo attraversa. C’è sempre l’eco, l’odore, di una mancanza, di un vuoto che si ripresenta come codice d’ingresso nel presente. C’è la genealogia (Ho avuto due bisnonni bevitori,), l’attrito con la Storia (sul marciapiede della stazione di Mirandola / a braccio teso per salutare Hitler) e una figura materna che crea un nucleo elegiaco mai sentimentalizzato ma portato in cronaca di corpo e casa (l’ultimo esemplare rimasto / solo perché è stato / il sapone a mia madre piú caro…).

Emerge la politica non come discorso ma come clima, come rumore di fondo che entra nelle conversazioni e nei luoghi. E poi una sezione elegiaca dove i nomi diventano materia poetica quanto comunitaria (Trevisan, Santagata, Sereni, tra gli altri). Qui la collezione di istantanee mostra la sua architettura più riuscita dimostrandosi album che costruisce una memoria abitabile. Bertoni dimostra una rara capacità di tenere insieme dettaglio e ampiezza, minimo evento e stratificazione storica, assorbendo la contemporaneità più scoperta senza trasformarla in cronaca.

Importanti in Semplici abbandoni anche i luoghi della memoria: Roma, Yad Vashem, Auschwitz/Oświęcim, Varsavia. Il verso continua e conferma la capacità di reggere e contenere la tensione tra attrazione e repulsione. Bertoni registra gli alberghi, i breakfast, i taxi, e insieme denuncia l’Europa che tiene fuori i migranti come tulipani alle frontiere facendo cozzare comfort e storia.

 

*

 

Su un piano prettamente formale Bertoni continua il suo lavoro sul testo per cambi di registro, lessico colloquiale, innesti colti (Tasso, Dante, Baudelaire: l’orizzonte è spesso dichiarato in titolo o in dedica) e dettagli molto concreti (rifiuti, condominio) gestiti in un verso denso di assonanze, allitterazioni, che tende continuamente a rotolare in un respiro più breve, circolare nel suo accorciarsi (non è una regola, ma si nota che la lunghezza dei versi tende a ridursi in chiusa di testo o strofa gradatamente nell’arco di 4/5 versi).

 

Come ogni weekend d’infanzia
la gioia trapelava
verso sera dalla passeggiata,
quando al salame d’ordinanza si sommava
qualche nome forestiero di pietanza

Roast beef e vitel tonné, in prevalenza,
da godere non appena a casa
coi contorni di senape o di salsa
luccicanti sulla tavola

Quisquilie di rosticceria
a fermare il torrente di lacrime
da febbre del sabato in agguato,
io come sempre bravo
a non piangere davanti a qualcun altro,
unico patto con me stesso rispettato
le sole volte che per entusiasmo
ho tollerato l’olio

 

Olio che poi torna nel testo finale, in prosa. Bertoni decide di concludere i suoi abbandoni con una frase quasi comica, un taglio di montaggio: Odio l’olio. In un testo apparentemente piano arriva a dire che la vita non si ricompone in una morale ma resta fatta di idiosincrasie, preferenze, riti minimi, frasi tramandate. Il dolore c’è ma non si trasforma in retorica e lascia addosso l’idea più dura e più semplice degli Abbandoni: restiamo vivi anche per cose così.

 
 

Numeri e nomi
 
Coi morti non sai come fare
se numero e nome cancellarne
dalla rubrica del telefono
o qualcuno lasciarlo al suo posto
nell’ordine alfabetico,
a sperare che provi a chiamarti
un giorno o l’altro,
riapparire al tuo fianco
 
Lolli Berselli Scabia
e da oggi il flautista Matteo
li riconosci da come ti coinvolgono
con trasporto sincero
ma poi dai gesti pieni di ritegno
e affetto vero,
sospesi lí, sull’orlo
della città di fuoco
che prima o dopo
 
Abiterai con loro

 
 
 
 

Pessoa, Persona
 
Sono una Persona
liquida e sola
ostaggio di una lingua nuova
larga, nasale, ventosa
 
Persona come lei nascosta
Pessoa in questa storta
luce di Lisbona
 
A sperare che piova