È ancora possibile la poesia di Roberto Galaverni

Si scrive molta poesia: sulle riviste, quelle che ancora pervicacemente e orgogliosamente sopravvivono, nelle comunità letterarie (lit-blog, giornali online) e, soprattutto da una decina d’anni a questa parte, sui social, nuovo strumento dove il verso prêt-à-porter spopola, con luci e ombre. E se ciò è vero è altrettanto vero che riflettere sul ruolo e sul valore di questo genere letterario richiede fatica eppure diventa necessario se vogliamo comprendere la situazione attuale e il futuro di esso. A questo risponde, con una pluralità di spunti che sarebbe bene non lasciar decantare o obliare, il volume È ancora possibile la poesia. Poetry Nobel Lectures, il testo edito da Vallecchi nello scorso settembre che raccoglie le testimonianze di 14 vincitori del più ambito e significativo premio mondiale dedicato alla letteratura in un percorso in cui non mancano riflessioni sulla politica, sull’etica, sull’estetica, sulla sociologia, insomma, ce n’è di che argomentare. l’introduzione è affidata a Roberto Galaverni che precorre a volo d’uccello i contenuti delle singole parti dell’opera confermando l’espressione utilizzata nel titolo che non reca, volutamente, il punto interrogativo perché sì, la poesia può essere ancora data, oggi come nell’avvenire e, anzi, essa è di per sé necessaria, nonostante tutto. Nascono così le dicotomie io-noi, io-altro, etica-estetica, innovazione-tradizione che vengono esplicitati, secondo le varianti delle singole vicende umane, da tutti o quasi gli autori presi in esame. Se per Vittorio Sereni con la poesia si convive è d’uopo portare una considerazione su cosa essa rechi oggigiorno, quali difficoltà incontri nella “relazione” con lo scrivente, se e quanto conti l’ispirazione, quali siano le prospettive che pure Montale, poeta di natura come pochi altri nel secolo scorso, trovava nebulose. È proprio l’autore di Ossi di seppia ad aprire la serie di interventi, che prosegue con Vicente Aleixandre, Odysseas Elytīs, Czeslaw Milosz, Jaroslav Seifert, Wole Soyinka, Iosif Brodskij, Octavio Paz, Derek Walcott, Seamus Heaney, Wislawa Szymborska, Gao Xingjian e Louis Glück. Partendo dalla propria personalissima esperienza letteraria l’autore di Ossi di seppia non rinuncia a cogliere l’essenza del dire in versi che permane fondamentale in ogni epoca: la poesia è forse inutile, certamente non nociva, vanta legami inscindibili con la musica e le altre arti, ma se ne sa ancora poco. Eppure è l’insopprimibile esigenza di molti e, anche solo per questo, destinata a sopravvivere anche senza condurre a immortalità tutti coloro che la producono. Su una strada similare si pone l’iberico Aleixandre, poeta umile e attento al “rumore continuo della vita” (Carlo Cassola): egli, rispetto a Montale, guarda soprattutto alla funzione diremmo sociale della poesia, al suo ruolo naturaliter “comunicativo”, di legame forte tra il sé e l’altro da sé, il tutto innestato all’interno di una tradizione che segna il poeta e lo rende per quanto originale altrettanto figlio di un passato. In Aleixandre è bene evidente il “debito” (horribile dictu!) che egli sente nei confronti di coloro che lo hanno preceduto nei secoli o anche solo dei contemporanei. Uno slancio, un anelito, il suo, che non a caso si conclude richiamando il valore della “solidarietà” di cui la poesia (e il Nobel) debbono farsi carico. È completamente difforme, invece, il punto di partenza che il greco Elytīs pone all’attenzione dell’assise di Stoccolma: i sensi e le sensazioni, il contatto tra i corpi, la percezione dell’unicità di ogni essere umano costituiscono gli “ingredienti” di ogni poesia che, per lui, altro non è se non “l’unico spazio dove la potenza del numero non va di moda”. In qualche modo si ricollega a Aleixandre il polacco Milosz, nato in una terra devastata dall’ideologia del socialismo reale lungo quasi tutto il Novecento, per il quale “l’avidità dello sguardo e il desiderio di descrivere” sottostanno all’esigenza di ogni poeta. Nella sua elaborata testimonianza si palesano figure come quelle di Simone Weil o di Dante, definito “patrono di tutti i poeti esiliati”, colui che, come molti nei Paesi dell’Est, scelsero la vita dell’allontanamento dalla propria patria per mantenersi non solo liberi bensì per assecondare l’autentica vocazione di scrivere senza soggiacere ai voleri del despota di turno. Lambisce i territori della filosofia pur calandosi nella realtà concreta il ceco Seifert: in lui emerge il valore della poesia come sostrato della lingua che è segno fiero dell’identità nazionale. Purtuttavia la lirica non può evolvere, anzi, rischia di inaridirsi senza il pathos, quella tensione morale verso la giustizia, la verità, la pieta, una declinazione moderna e pacifica dell’eroismo: è questo elemento, quest’anelito a far sì che “la cultura sia completa, matura e in grado di durare ed evolversi”, scrive. Può la poesia creare dipendenza? A questa domanda risponde affermativamente il russo Brodskij che la considera “un poderoso acceleratore della coscienza, del pensiero, della percezione del mondo”. Muovendo da considerazioni inerenti al rapporto tra estetica ed etica (e la sua visione di una lingua letteraria che il popolo deve conoscere) arriva a riconoscere l’esistenza del più grave dei delitti, “trascurare i libri, non leggerli”: a seconda che sia una persona o una nazione intera a commettere tale “reato” pagherà rispettivamente con la vita intera o con la propria storia. Da una colpa al tema della modernità, una modernità fraintesa, contraddittoria, incerta: è ciò di cui si occupa il messicano Octavio Paz nell’ampio saggio in cui sono prese a riferimento le lingue nazionali e il concetto di tempo. Così facendo si comprende come essa sia insita in noi e che è il presente, la presenza, ciò a cui dobbiamo maggiormente guardare, evitando di “correre dietro la modernità perché non riusciremo mai ad afferrarla”. Si staccano dalle considerazioni più latamente letterarie per ragionare sullo sviluppo delle loro patrie il nigeriano Soyinka e il santaluciano Walcott, i cui testi sono dedicati rispettivamente all’apartheid (siamo nel periodo precedente alla sua abolizione) e ai drammi del Sudafrica, e alle Antille: per Walcott, tuttavia, c’è modo anche per lambire il contesto poetico che, nel suo caso, apparire molto simile a quello del nostro Caproni (l’idea del poeta-minatore). “Sia dato credito alla poesia” sostiene dal canto suo Heaney, il nordirlanedese di cui Laboratori Poesia (QUI) e “Laboratori Critici” (QUI) si sono più volte occupati soprattutto in occasione del decimo anniversario della morte, nel 2023: la poesia è intrisa di vita, dei nostri valori, delle nostre fragilità ed essa mantiene in ogni epoca il potere di convincerci della sua giustezza, della sua necessità di fronte alle ingiustizie e alle sofferenze che l’uomo sperimenta quotidianamente. Ci è, per usare una sola parola, indispensabile. Si potrebbe obiettare che, in fondo, ciascuno dei poeti e scrittori “convenuti” nell’opera in questione abbiano le idee chiare e che solo Symborska sia invece afflitta dall’incertezza. Come scrive nel testo letto durante l’assegnazione del Nobel è difficile definire da dove provenga l’ispirazione per un poeta: “Non so”, è la risposta della poetessa polacca e tutti dovrebbero ricorrervi perché solo così siamo indotti a ricercare costantemente la verità, a muoverci un passo oltre verso la soluzione, a considerare quello che consideriamo un punto d’arrivo quale punto di ri-partenza, sempre migliorabile, una volta di più. Questo breve viaggio in “È ancora possibile la poesia” lo concludiamo con due scrittori molto distanti tra loro: il cinese Xingjian “celebra” il valore della letteratura come elemento di affermazione dell’essere umano e quale forma di comunicazione in primo luogo con sé stessi e solo in un secondo momento con l’altro, mentre Glück concentra le poche righe del suo discorso attorno a quella “voce intima e privata” che lei ha sempre rappresentato e che il Nobel, con quella “luce” così forte e amplificata che irraggia, sembra quasi incrinare, disturbare.

Federico Migliorati