Gli atleti di Vanni Schiavoni

Nella raccolta Gli atleti (Interno Libri Edizioni, 2024) Vanni Schiavoni compie un atto mitopoietico, ossia contribuisce alla (ri)generazione dei miti attorno cui sono costruite le quattro sezioni dell’opera. In virtù del mezzo lirico, che non prevede una mera esposizione di fatti o leggende, l’autore attua un processo trasformativo, ossia rianima le immagini classiche caricandole di significati contemporanei, reinterpreta le forme del passato mitizzandole nuovamente.
Modello archetipico centrale nella raccolta è, infatti, la statua classica che, ripetutamente replicata o restaurata, è già parte di un processo mitopoietico continuo, perché non rappresenta solo un mito, ma lo “incarna” nei secoli. Il mito è uno strato profondo della cultura e la statua ne è la sua riproposizione fisica, potenzialmente eterna, ma è anche una testimonianza muta, ed ecco che a quella afasia Schiavoni presta la voce della poesia, andando a estrinsecare una nuova vita dai materiali costruttivi e dalle forme imposte dalle maestranze. Laddove la scultura classica immobilizza il corpo e una storia, il mito e la poesia li restituiscono al presente, custodendoli dal fluire del tempo e dal destino.

Entrando nel vivo dell’analisi, vediamo che la raccolta Gli atleti si compone, come detto inizialmente, di quattro sezioni incentrate su altrettanti miti: “L’atleta di Lussino (la materia e l’attesa)”; “Il fabbricante di Sicione (La forma e l’essenza)”; “Il prodigio di Pella (La spada e la conquista)”; “Il campione di Taranto (La fibra e la fatica)”, alla cui contestualizzazione storica l’autore dedica le note finali del libro. Sin dai versi di apertura, inclusi nel “Prologo”, appare chiaro il lavoro meticoloso che l’autore compie, a partire dal suono e dal ritmo: nel ricorso ad allitterazioni, assonanze e rime seminate con oculatezza (“e ancora il taglio / come trinciato da fumare è sparso sopra il mare”; “La torsione del passo e le odi lanciate in alto”) si evince l’intento dell’autore di richiamare a sé il ruolo del cantore classico (“oltre lo scenario i versi dell’aedo”), recuperando il valore dell’oralità della poesia, la sua trasmissione come canto da imprimersi nella memoria e nella coscienza intergenerazionale. L’attenzione che Vanni Schiavoni dedica alla musicalità, creando un ritmo che non è regolare ma sincopato, è riproposta anche sul piano lessicale e figurale: l’autore mostra la volontà di scolpire la materia poetica, per controllarla e poi liberarla, in fede a quello che è il processo scultoreo, e con effetti che evocano, nelle quattro sezioni, la dicotomia di fondo tra flusso e contenimento. Infatti, mito e scultura sono tentativi paralleli di dare forma all’abisso, di rappresentare il mistero della vita e dell’uomo, diviso tra materia e spirito, tra forze disgregatrici e padronanza, da cui infine emergono unicità e bellezza.

L’uso delle figure è ampio e sapiente: sia figure di senso come metafore, similitudini, sinestesie e antitesi, ossimori, sineddoche e metonimie, che di suono, ossia allitterazioni, paronomasie, assonanze (“eroi già arrugginiti […] come tramonti raffermi”; “senza rimorsi riluttanti / che per i morsi dati alla terra”). La scrittura di Schiavoni non si muove in modo diretto e direttivo, non trasferisce pedissequamente contenuti, non imbocca significati: fedele all’intento di una poesia che sia fucina trasformativa, predilige la libertà dell’interpretazione, l’allusione che apre scenari non monofocali, i versi evocano e non definiscono, sussurrano alla coscienza più che alla ragione.

L’autore padroneggia la lingua poetica al punto da accostare efficacemente in una stessa poesia, ma anche nella medesima strofa, lessico classico e contemporaneo, aulico e popolare, lessemi desueti e gergali, grecismi e dialetto (“culto degli astri e delle stalle”, “adolescenza / riposata nell’acqua quarnerina come sansa”; “quelle lingue di agapanto, quei figli / che leccavano brezza dal culo del piatto”): l’effetto è straniante quanto ammaliante, l’autore crea uno spazio poetico che riunisce e collega epoche, storie, progenie in un unicum umano. Troviamo nella raccolta anche parentesi metalogiche, l’inversione dell’ordine comune di verbi, soggetti e aggettivi, che consente all’autore di evocare la classicità, che può successivamente tradire tramite lessemi e immagini contemporanee, riportando nel presente e riaffermando così la a-temporalità del suo discorso poetico.

Nelle quattro sezioni che compongono la raccolta la scelta dei pronomi (“la sfilata dei pronomi”) è ponderata e funzionale: il pronome che più si staglia nel “Prologo” è il “noi”, a significare una volontà di coinvolgimento, ampliamento e inclusione nel dire poetico; nella prima sezione “L’atleta di Lussinoprevale il “tu”: il dialogo con la statua favorisce il disvelamento delle istanze profonde dell’uomo, di ciò che lo anima; nella seconda sezione “Il fabbricante di Sicione” compare prepotentemente l’“io”, poiché il monito dell’autore è a guardarsi dentro singolarmente, a scandagliare i propri intenti per non assolversi di fronte alla Storia, il contenuto politico-sociale, affiorato nella sezione precedente, chiede ora un’assunzione di responsabilità; nella terza sezione “Il prodigio di Pella” i pronomi prevalenti sono “lui” e “loro”, intervallati quasi a rappresentare il divario tra l’eroe e le sue genti, tra il divino e l’umano; nella ultima sezione “Il campione di Taranto” torna il “lui”, perché è al campione che si deve guardare come a un simbolo eterno, affinché i suoi vissuti restino paradigmatici; infine nel “Commiato” il pronome privilegiato il “voi”, per un richiamo diretto e corale, perché ciò che è stato scritto non vada perso, venga meditato e incarnato.

Nella prima sezione, “L’atleta di Lussino”, sono disseminati indizi precisi sull’oggetto del dialogo poetico, sul “tu” a cui il poeta si rivolge (“lungo il canale che porta a Lussino / sale dal residuo degli abissi di Cherso / la tua vita bronzea di Apoxyómenos”): la debolezza e corruttibilità della carne (“polpa vuota dell’avambraccio”; “caviglia fragile”) traslata nella pietra, nel bronzo, l’avorio o nel rame, sfida la dissoluzione, l’eroe divenuto statua si fa simbolo della ricerca dell’eternità. Ugualmente, nei versi di Schiavoni la disgregazione continua ad affiorare, l’impossibile vittoria dell’uomo contro la morte è un rovello costante, è “un tumulto irrisolvibile” che spinge all’impresa, al gesto eroico fino all’“estremo tripudio”, perché solo allora può giungere la quiete della resa (“vincitore o vinto o solo stanco / lo sai che non servirà a questa esistenza”).

Verità sapienti sono seminate dal poeta spesso in chiusura dei componimenti, come dei lasciti lapidari (“Non senti che […] ciò che è fuori somiglia di tanto / a ciò che allevi nell’intimo?”): la rappresentazione del reale, ciò che l’uomo stesso tenta di riprodurre e dunque di plasmare e controllare è espressione del suo animo, e i “calchi del creato” sono moniti da contemplare, esporre, venerare. La corsa al progresso nulla ha potuto contro l’ineluttabilità della morte e della sopraffazione dell’uomo sull’uomo: il poeta riconosce la dissoluzione della pietà, la caduta delle speranze riposte in superficie, nel possesso. Il richiamo è dunque al ritorno in sé (“infinito non è / tutto fuori, è tutto dentro”), al cercare ciascuno nell’intimo una ragione per incarnare l’evoluzione del proprio tempo, senza autoassoluzione e senza superbia, il ritorno all’equità passa dal ruolo dei singoli, dal sommarsi di scelte individuali che diventano collettive. I contenuti politico-sociali della raccolta sono ben presenti ma sempre veicolati attraverso allegorie e simboli, vi è una precisa scelta estetica e contenutistica dell’autore, che offre epifanie di coscienza metaforizzate e proposte attraverso il confronto con il mito.

I miti evocati da Vanni Schiavoni, non a caso, cedono a tratti il passo al quotidiano, la dimensione classica incorruttibile è intenzionalmente umanizzata (“Li lasci fare spoglio, ti misurano”; “Come sfocato nella solitudine di essere un simbolo”). Nella contemplazione di un’effige eterna l’uomo tenta di disvelare il proprio mistero, proietta l’agognato ritorno (“Stai lì come seta d’arazziere / che tesse l’estate simboleggiando un rientro”). La prevalenza in tutta la raccolta della consonante vibrante “r” (“impresa / impressa nella stasi / procediamo per approssimazioni”), infatti, evoca non solo la durezza e il frammentarsi della pietra, ma anche la circolarità, il continuo ripetersi della storia, l’avvicendarsi delle vite (“all’improvviso risorge”; “una visione che fosse rotante”).

La seconda sezione dell’opera, “Il fabbricante di Sicione”, include un’approfondita presa di coscienza: “L’orgasmo del mondo cercavo: / volevo vederlo brillare”. Il rapporto con il tempo appare centrale per la comprensione degli eventi individuali e collettivi: nella foga della giovinezza di esperire e godere, senza passato né futuro, ancora una volta la metafora della statua forgiata consente di tracciare un solco di immortalità, che lo stesso simulacro evoca e rappresenta, un eterno presente di “forma ed essenza”. Sembra di poter identificare in versi alti come: “il resistere dell’anima all’imbrunire / farsi ostacolo al cadere degli astri / al fendersi delle faglie sotto i passi”, il senso dell’essere poeta e anche dell’essere uomo, una vocazione che, nella vastità dell’impegno assunto, non può pensarsi egoriferita, ma include di per sé una dimensione corale. In questa sezione Schiavoni raggiunge esiti complessi in poesia, come “rompere ogni assurdo schema di frontalità” nonostante una scrittura scientemente muscolare e sanguigna (“il fisico è un urlo di sfida”; “è un’età ferina”). Infatti, non si ravvisano momenti direttivi, in cui la poesia cessi di essere un atto di suggestione ed evocazione di significati: la lingua “maschia” e carnale (“lo scasso dei muscoli sotto la pelle spessa”) è utile al contenuto della raccolta, all’inquadramento storico e d’ambiente, tuttavia, il ricorso contestuale a lessemi lirici e classici e l’uso di immagini manieriste consente all’autore di raggiungere un equilibrio mirabile tra finezza e potenza, tra eleganza e materialità.

Il poeta si fa scultore con la parola (“Ho provato a restituire una poesia ossificata”; “Ho provato a traforare i tratti / di ogni faccia che si possiede”), rimarca che il suo è un tentativo, senza presunzione né assolutezza. Nelle diverse sezioni della raccolta è mostrato l’assillo umano a essere “libero e dio”, “dio incarnato”, la smania di plasmare la propria realtà, con un gesto individuale; l’autore continua a riproporre la dicotomia tra inazione e lotta, tra vita e assenza di vita, nella consapevolezza che dalla fusione di capacità e bellezza, di etica e impegno, dall’armonia di mente e corpo, può sopraggiungere una personale perfezione.

Nella terza sezione, “Il Prodigio di Pella”, sembra prevalere l’approccio destinale, non a caso i verbi sono coniugati all’infinito e al futuro, inoltre, nella prima poesia è evocata la figura della Pizia. Il focus e il punto di vista si fanno esterni, profetici, necessariamente più distaccati dalla materia (“cade il velo che nasconde un segreto”). Nello scontro con la durezza della Storia, nello stridore dei campi di battaglia, si alimenta la fede nell’eroico e nel divino (“i carri dei perduti trainati a stanchezza / e rinnovato domani”). Aleggia prepotente il potere del Fato, un senso di destinazione e predestinazione richiamati dalla figura di Alessandro Magno. Il distico che chiude la seconda poesia della sezione mostra contenuti oracolari sovrapposti: da un lato, sembrano identificate l’immortalità e la conoscenza, un inestimabile valore da tutelare, dall’altro lato si suggerisce lo scotto che il raggiungimento dell’eternità storica esige (“e se davvero / avrà per destino una forgia diversa / uno scudo alle saette contro la conoscenza / per gravi doveri d’immortalità”).

Nella sezione figurano l’archetipo della foresta e numerosi riferimenti alla flora e alla fauna (falco/ serpenti), suggerendo nuovamente la dicotomia tra animalità e ordine, tra impulso e controllo, tra selvatico e irregimentato. Alla metafora della guerra, ora, il poeta ricorre abbondantemente, chiamando in causa “aurighi”, “giannizzeri” e “berretti verdi”, a significare come il veleno bellico attraversi epoche e contamini luoghi e popoli lontani (“nell’urto delle anime/a ogni incrocio tremendo delle lame”). L’autore rende vivida e penetrante la percezione della violenza e dell’orrore insiti in ogni conflitto, attraverso un lessico puntuale (“clangore”, “rubro”; “rimbomba marziale il tamburo”) e con la personificazione della guerra, di cui evidenzia la doppiezza dei significati, le sempiterne logiche e anche il suo nutrirsi di vite agli albori (“la guerra che avanza veemente all’ignoto/con una giovinezza lunga e bisognevole”).

Con sapienza stilistica e originalità, lontano da ogni retorica il Vanni Schiavoni afferma la sua visione antimilitarista (“si fa intuizione divenuta esempio”), affidandola ai moti interiori del guerriero prima della battaglia: “E gli avversari sfoglia nel suo animo/più usati dalla/che usi alla vendetta”; e ancora: “Sono prodi con le vene / simili a quelle dei disertori / caduti per ultimi o per caso”. Emerge, con una resa drammatica mirabile, il senso della lotta umana, del consegnarsi alle guerre fratricide della Storia, prodi e disertori, vincitori e vittime del caso. Nell’ultima poesia della sezione l’autore lascia la classicità per tornare all’oggi (“visioni geopolitiche / giacimenti di petrolio o miniere”), al fine di rimarcare l’attualità della riflessione sulla guerra, e affida alla terzina di chiusura una verità residuale, ossia che il valore dell’umano è nel prevalere della coscienza, della consapevolezza della propria e altrui transitorietà, nella condivisione di un destino caduco sufficiente a negare il senso di ogni sopraffazione: “La virtù vera / è dire di passaggio ogni epoca / e pure noi.”.

Nella quarta sezione, “Il campione di Taranto”, come nel resto della raccolta, Schiavoni prosegue il suo accurato lavoro di cesello lessicale (“ansito”; “petricore”; “cafoni”; “alcedo”; “dopomangiare”) e figurale (“Gli idruntini a centinaia impigliati alle ciglia / di un giorno crudele, una matassa intricata / voci tremanti in preda al silenzio”). L’attenzione al suono, ugualmente, non viene mai meno: “assorta nelle contrade di creta” o “santi armeni […] sarmenti ricurvi”, con la prevalenza delle consonanti sorde come la “t” e vibranti come la “r” che evocano, rispettivamente, non solo la durezza dei significati, ma anche la loro profondità e circolarità.

Il senso prevalente e finale della sezione pare emergere nel distico: “non facevano affidamento all’oggi o allo strillare / ma cedevano al vigore della vita”: generazione dopo generazione, il saggio si abbandona al fluire della vita, dalla giovinezza alla maturità fino al perire, senza opporsi e senza confidare di avere un qualsivoglia potere, perché tutto è immutabile, il destino dell’uomo è ammantato di caducità, a dispetto di ogni credo illudente (“col sacrificio della carne e uguale / alla messa della domenica, al digiuno / del ramadan, a un raduno new age”). La guerra stessa, ogni impresa, la ricerca della gloria, tutto appare come un estremo inganno, un tentativo di placare la fatalità (“e imporsi allora: più violenti della luce / contro l’innaturale essere uomini / e concepire l’impossibile “). Il destino del campione si fa paradigmatico, nelle sue prodi gesta si incarna l’aspirazione universale a non soccombere al nulla. La religione dell’atleta ha al centro l’elevazione di sé, laddove il sacrificio della carne è l’ultimo atto per raggiungere l’immortalità (“la leggenda ionica da tanto / aveva esalato l’estremo tripudio.”). Quella dell’eroe, in fondo, è una condanna a rigettare la sua umanità (“per via di una statura che lo poneva al di sopra / ne faceva rivalsa al destino di tutti”), e forse non a caso, nell’acme del dramma, con il campione posto dal poeta di fronte a sé stesso, l’elevazione linguistica si scontra con il triviale (“quelle lingue di agapanto, quei figli / che leccavano brezza dal culo del piatto”), la materia irrompe, l’umano affiora e sottomette l’eroico. Vanni Schiavoni afferma l’impossibile cancellazione del valore e del senso della carne, nella riflessione sulla ricerca di eternità dell’uomo, condannato a perire. Nella perfezione del verso “Scuotersi in un gesto simile a polvere” vi è tutta l’immanenza umana, il dover accogliere – infine lievi – l’ineluttabile.

Il poeta chiude, infine, la sezione con rimandi all’oggi, ad aperte ferite politico-sociali: attraversa le ere e riporta il tempo a una dimensione distesa e continua, dove il “sudore meridiano degli antenati” lascia il posto allo sputare dei figli di Taranto la “polvere rossa all’ombra degli altoforni”. Schiavoni, figlio della dolente terra ionica, coglie la necessità di cercare un senso che vada oltre l’esilio, nel diritto a sentirsi nella giusta casa e “resistere vivi là / dove non sarebbe lecito”, in una “patria” sovrapponibile al concetto di “nostos”, che è identità, memoria, origine ma anche ricerca di sé, lotta e trasformazione.

La raccolta poetica Gli atleti, ricca, composita, strutturata, è frutto di un lavoro quasi decennale dell’autore, ben evidente nell’opera. La silloge si apre con un “Prologo” e si chiude con un “Commiato”, ma il componimento finale non presenta risposte bensì una domanda, su cosa effettivamente meriti di essere tramandato. Nella eterna olimpiade” della vita, ciò che è stato a lungo meditato internamente può divenire coscienza che nutre il gesto, il poeta pare infine ammonire sulla necessità di non ergersi su pulpiti giudicanti né lasciarsi plasmare in altra forma, “resistere vivi” nell’inospitale, farsi “presenza” e sentinella.

La citazione di Theodor Adorno che apre la raccolta ricorda che: “…solo in quanto non sono ancora del tutto controllati e assorbiti dall’ordine, gli uomini sono in grado di creare un ordine più umano”: il paradigma del corpo statuario manifesta in fondo un groviglio di forze, il mito, la storia, la memoria e i traumi; l’immagine classica non è un puro ideale fisso, la sua potenza è nella resistenza alle tensioni dissolutrici, nella sua capacità di perdurare e suscitare confronto è continua creazione. In questa intuizione dell’autore può forse ravvisarsi una delle molteplici tracce dell’opera, dipanata per accostamenti, allusioni, evocazioni, oltre ogni volontà di normazione. Come teorizzato dallo storico dell’arte Aby Warburg, i miti classici tornano, soprattutto nelle statue, come fantasmi della memoria, nella cultura visiva sono “forme-moventi” cariche di tensione emotiva e simbolica, capaci di continuare a interrogare il presente e a motivare il futuro.