Come narra Dante? Qualche riflessione sulla Divina commedia come testo narrativo

La Divina commedia1 riprende e elabora materiali culturali di vario tipo (colti e popolari, classici e biblici…), acquisiti attraverso una formazione lunga e di sicuro eterogenea: tuttavia, non è a essi riducibile. Questa intrinseca ‘mescolanza’, anziché diventare l’obiettivo finale, come nelle poetiche espressioniste, costituisce la premessa per una costruzione organica ma stratificata, che può connettere a livello rimico parole e concetti tra loro spesso semanticamente distanti (con conseguente aumento del tasso di metaforicità), e insieme nuclei narrativi accostati con una tecnica di montaggio originale rispetto alle medie del primo Trecento.

Il vertice è raggiunto negli ultimi canti del Paradiso, che non perciò risultano i più poetici, ma di certo sperimentano una capacità di inventio di eccezionale portata. La volontà è quella di narrare, grazie all’alta fantasia, persino la configurazione dell’Empireo e poi almeno l’‘equivalente’ intellettuale e poetico della Trinità cristiana. La decisione di impiegare, in Par. XXXIII, immagini metaforiche e ossimoriche garantisce il proseguimento della narrazione sino ai limiti dell’umanamente lecito, con la certezza che l’unico momento ‘ineffabile’ comunque è avvenuto: non può essere detto, perché l’ortodossia impedisce l’ardire del ‘sapere tutto’; ma il racconto lo indica, e proprio al suo termine, prima che Dante personaggio e Dante autore si ricongiungano nella lode del Creato verso Dio, assicura che una ‘folgorazione’ ha inverato l’intero percorso. Un inveramento dovuto a un poeta e nei limiti della poesia, sostenuta peraltro dal Cielo stesso.

Dunque, nel suo insieme, la Divina commedia è in grado di connettere strati stilistici e narrativi assai differenziati. Le componenti ‘unitive’, che riescono a imbricare “ciò che per l’universo si squaderna”, vengono nel racconto a costituire la base retorico-religiosa che sostiene ogni tipo di evento poetico, dall’incontro con Virgilio alla rinascita della Beatrice alla manifestazione della Trinità. Il poema dantesco non si distingue perché leggibile secondo i quattro sensi della Scrittura, ma perché tende a unire, nel suo sviluppo narrativo, quanto è separato nella babele della storia; il suo significato non è solo figurale o allegorico, bensì dinamico e cognitivo, perché è con un racconto legato in versi che si arriva a rendere narrabile il rapporto uomo-Dio.

Prima di arrivare a questo sommo incontro, è stato necessario ripercorrere le manifestazioni degli esiti ultimi dei comportamenti umani. L’aspetto della visibilità, messo in rilievo già dagli antichi illustratori e fondamentale nelle elaborazioni grafiche e pittoriche attuali, risulta decisivo nel fornire un supporto oggettivo tanto ai personaggi quanto allo sfondo in cui si collocano. Di ognuno viene proposto in genere un tratto fondamentale, quello che ha determinato il suo destino, e ciò avviene attraverso continue scoperte del protagonista (persino nell’ascesa verso l’Empireo, graduale e non subitanea). Non sono previste né una psicologia moderna, né una completezza narrativa che tenga conto dei più infimi dettagli: gli incontri generano episodi coerenti a livello locale, ma il racconto può lasciare in sospeso molte implicazioni ulteriori perché non inerenti agli scopi effettivi. Di Matelda, per esempio, vorremmo sapere molto di più, tuttavia la sua funzione narrativa è pienamente svolta.

Persino i ruoli del narratore-autore, del protagonista e del lettore sono in corso d’opera soggetti a modifiche nei loro statuti. Al di là delle diverse maschere (peccatore, giusto perseguitato, profeta, scriba Dei…), la funzione dell’io varia sensibilmente in rapporto alla materia: dall’avventura a volte persino grottesca (con i diavoli di Malebolge) dell’Inferno si passa alle tappe meditative sull’espiazione dei peccati nel Purgatorio alla penetrazione sempre più completa dei fondamenti della verità cristiana nel Paradiso. E lo stesso lettore, come si è già ricordato, viene redarguito all’inizio di Par. II circa il nuovo tipo di impegno richiesto per poter comprendere il nuovo tipo di racconto. È quindi vero che la Divina commedia è un’opera ‘progressiva’, non perché spieghi sempre a posteriori quanto prima era detto parzialmente, ma perché è dinamico il processo narrativo-conoscitivo che viene messo in atto: il romanzesco sommuove dall’interno l’epico.

In effetti Dante non chiede soltanto una suspension of disbelief, ma una scelta consapevole di credere nel suo ‘mondo cristiano secondario’. Esso non nasconde e anzi, nell’Inferno, esibisce i suoi tratti fittizi, però via via li subordina alla veridicità degli assunti di fondo, basati sulla fede e sull’“imaginativa” ispirata da Dio stesso. Ciò non toglie che l’opera poetica resti in sé necessaria: si può asserire che l’Eden rappresenti la “beatitudo huius vitae”, ma i versi del finale del Purgatorio riescono a narrare com’è fatto davvero e come è possibile almeno attraversarlo; si può parlare, banalmente, della città celeste, o invece si può scoprire che essa assume la forma di un grandioso anfiteatro paragonabile a una “candida rosa”, priva di qualunque valenza allegorica. È questa una manifestazione sublime dell’inventio dantesca, volta a determinare come potrebbe essere costituita la comunità perfetta di angeli e beati, proiezione della Gloria domini cristiana.

In generale, Dante non ha prestabilito ogni aspetto del suo poema, né lo ha modificato giorno per giorno in base a esigenze solo contingenti. La configurazione complessiva gli si chiarisce a più riprese, senza che questo imponga una modifica di quanto già scritto (o almeno, non si hanno tracce sicure di varianti d’autore). Le piccole incongruenze, preziosi indizi del lavoro svolto, non rappresentano però un problema per l’obiettivo finale: quello di comporre un’opera che, nel suo insieme, sia degna di costituire l’equivalente di un mondo ultraterreno che la Trinità cristiana sostiene e manifesta penetrando nell’Universo. Quest’azione universale si può intuire a livello intellettuale, ma solo in un poema sacro (un ‘volume’ umano e divino) si sintetizza in modo compiuto. Da questa angolatura, il paragone con la fabbrica di una cattedrale gotica, per quanto improprio e desueto, coglie bene, metaforicamente, alcuni tratti fondativi dell’inventio della Divina commedia: al di là delle simmetrie esteriori (le terzine, i canti, le cantiche, le ricorrenze numerologiche…), l’ordine compositivo è ben più profondo, e genera movimento superando lo schema di superficie.

Nella Divina commedia, Dante si è esposto come un personaggio-narratore che ha davvero vissuto quanto racconta: ciò ha consentito di rendere romanzesca l’epica e epico il romanzesco, salvaguardando la ‘verità’ con l’adesione alla dottrina cristiana e alle filosofie connesse, e la ‘letterarietà’ con la prova che ogni grande poesia riesce a manifestare quella verità in modi diversi, figurali, visionari o trasposti narrativamente. Se si cerca un fondamento teologico a questo modo di impiegare la poesia, bisogna riconoscere che il racconto attraversa le manifestazioni dell’agire umano, con i suoi esiti ultraterreni, per giungere a descrivere l’esperienza ultima dell’intelletto, lo stato di contemplazione del Dio trinitario, ciò che corrisponde in sé, come è ben noto per esempio grazie a Hannah Arendt, a quanto prospettato da Alberto Magno e Tommaso (è quanto si evince, se non si travalica la lettera, da Par. XXVIII 109-111). E tuttavia anche quella contemplazione è un processo conoscitivo e narrabile, almeno sino alla folgorazione che finalmente appaga il desiderio della mente (“… un fulgore in che sua voglia venne”: Par. XXXIII 141): il giungere a narrare questa esperienza assoluta, seguita dalla conclusione dell’azione dell’“alta fantasia” e dalla ripresa, finalmente perfetta, di quella della lode (Par. XXXIII 142-145), è un fine che giustifica l’intero progetto e la sua esecuzione nel poema. La grandezza del narratore-autore sta nel non aver ridotto al solo esito il senso del suo viaggio, ma di averne fatto una grandiosa rappresentazione dell’umano e dell’oltre-umano.

 
 
 
 

In copertina Dante Alighieri, olio su tavola di artista ignoto, ca. 1550; conservato presso la Yale University Art Gallery.
 

1 Sabato 13 giugno, alle ore 15.30 presso il Salone Hotel Roma di Tolmezzo, all’interno del cartellone di Vie dei Libri di Pordenonelegge, Alberto Casadei e Gian Mario Villalta dialogheranno sulla rilettura attualizzata dell’invettiva all’Italia contenuta nel VI Canto del Purgatorio, in cui Dante pone un interrogativo valido ancora oggi, in Europa: quali sono i fondamenti su cui si regge una nazione, o un’unione di nazioni? Il programma del Festival QUI.