«Il lupo è ancora sotto la coperta / e occorrono mille domande per capirlo / anche se la voglia / è di credere subito a tutto / pronunciando un grazie silenzioso e intenso». Ecco i primi versi del primo testo delle Somiglianze di Milo De Angelis, I suoni giunti, che si apre con in un frangente acerbo, incosciente, quando la paura non era ancora al legaccio della ragione. Il lupo non esce, non attacca il poeta, ma esiste prima che la sua coscienza provi a interpretarlo. E sebbene inquietante, occupa uno spazio intimo e protetto, adiacente alla notte, al momento di maggiore vulnerabilità dell’essere umano, quando si smorzano i sensi. Tuttavia, l’animale selvatico rappresenta al contempo la parte indomita dell’essere, quella più ardua da stanare e addomesticare. Ammesso ci si riesca. D’altronde, la conoscenza giunge dopo, tramite l’esperienza greve e insieme ariosa delle continue rampe di scale percorse da un bambino. Non a caso, nella poetica deangelisiana il dato enigmatico dell’esistenza irrompe sempre precedendo il nostro tentativo di comprenderlo.
Cinquant’anni fa esordiva venticinquenne il poeta milanese, che ha ripercorso quelle pagine emblematiche ospite della Casa della Poesia di Milano accompagnato da Alessandro Bellasio, Giovanni Ibello, Isabella Leardini e Mario Santagostini, e dalla sua inestinguibile «voglia tremenda di esserci».
Matteo Bianchi: Somiglianze nasceva nel 1976 coi Quaderni della Fenice di Guanda, in un periodo dominato dagli echi della neoavanguardia e dell’impegno politico. Lei, invece, sceglieva da subito una traiettoria radicalmente diversa, più esposta al destino. Sentiva già di inaugurare una voce “fuori tempo” rispetto alla poesia italiana di quegli anni?
Milo De Angelis: Neoavanguardia? Impegno politico? Sì, c’era anche questo. Ma non solo questo. Il mio ricordo di quegli anni non è così deprimente. C’erano i libri di Sereni, Luzi, Caproni. C’era la collana bianca di Einaudi che pubblicava Yves Bonnefoy e Gottfried Benn. C’era lo Specchio che pubblicava Paul Celan. C’erano tanti tesori nascosti sotto i luoghi comuni della poesia civile e i passatempi dell’avanguardia. Era bello e persino un po’ eroico andarli a cercare, non stare al passo con i tempi.
MB: In diversi passaggi di Somiglianze l’adolescenza appare come un luogo assoluto, tra periferie dell’essere e dialoghi interrotti. A mezzo secolo di distanza, pensa ancora che la giovinezza – il fatidico “primo gesto” – sia stata la scintilla autentica della sua poesia, oppure oggi la vede da lontano, come una soglia perduta?
MDA: Più si entra nella vecchiaia e più la giovinezza si avvicina. Sono due età confinanti. La profezia e il ricordo si assomigliano. Chi si spinge nel futuro ha davanti a sé uno spazio immenso e ignoto. Chi ricorda ha dietro di sé un passato altrettanto misterioso e improsciugabile. L’ho detto e ripetuto tante volte: ciò che è avvenuto è imprevedibile come ciò che avverrà. Sì, il primo gesto – immerso in quello imminente – rimane la scintilla della mia poesia.
MB: Folgorante Eraldo Affinati ha scritto che nei suoi versi «si obbedisce prima di capire». Ed è forse la definizione più aderente alla sua cifra poetica: una dettatura, un comando, qualcosa che anticipa la spiegazione razionale?
MDA: D’altra parte, il mio libro Poesia e destino ha un’epigrafe emblematica: «gli ordini non si discutono». Non si discutono, gli ordini della poesia. Occorre mettersi sull’attenti, aguzzare l’udito, tendere l’orecchio a ogni minima sfumatura della voce, perché almeno una cosa è sicura: l’oracolo parla una volta sola.
MB: In Somiglianze lo slancio vitale convive con la percezione della catastrofe: la gioia improvvisa e insieme le ambulanze, poi il precipizio dovuto al rischio della perdita. Quanto era consapevole che la sua produzione sarebbe stata attraversata da una continua tensione tra esaltazione e lutto?
MDA: Come scriveva César Vallejo, il tragico avviene sullo sfondo di una canzone felice. Il tragico nasce all’estremo di un contrasto e non conosce la monotonia della depressione Ho sempre avvertito questo intreccio violento tra l’illuminazione e il disastro, tra i barlumi dell’infinito e le vene di un tossico svenuto sulla panchina.
MB: Si avverte anche un rapporto fortissimo con il mondo greco; basti pensare alla necessità inspiegabile che sovrasta l’umano e al senso tragico di ogni esistenza individuale. Si è sempre riconosciuto in questa genealogia, o la critica ha enfatizzato troppo l’elemento “orfico” della sua scrittura?
MDA: Se l’orfismo è un cammino dal buio alla luce, da Proserpina a Euridice, un cammino che può compiersi o fallire, allora certamente la mia opera e la mia vita hanno conosciuto questo cammino. Certo, non è l’orfismo panteista di Arturo Onofri o di Dino Campana, non è la zolla che ritorna cosmo. È un orfismo metropolitano, che incontra sulla sua strada chioschi, citofoni, edicole notturne, rottami, campetti di periferia, piccoli spazi come tanti altri, dove però la vittoria all’ultimo minuto diventa anch’essa una via di salvezza o di perdizione, una questione di vita o di morte.
MB: La ricerca del “verso giusto”, quasi un rastrellamento della memoria, connotava una sua intervista degli anni Ottanta. L’idea di quel verso pulsa ancora?
MDA: Le parole vengono da lì, dalla camera oscura in cui sono confinate e chiedono di non restare ammutolite per sempre. Ma la via d’uscita è una sola. Uno solo è il modo in cui la parola può compiersi; e la parola deve imboccare questa via, una via obbligata: non c’è altro modo se non quello che verrà inciso sulla pagina. E il lettore deve sentirlo: l’unico modo. Forse è questo il dovere di un poeta: inchiodare la parola alla sua unicità, spogliarla di ogni divagazione, riconsegnarla alla sua vera missione, quella di parlare solo una volta.
MB: Il titolo Somiglianze sembra contenere già tutta la sua opera, dal ritorno delle figure oltre il vincolo dei dettagli alle vite che si richiamano nel tempo. Guardando alle raccolte successive, da Millimetri sino a Tema dell’addio, non ha la sensazione di avere scritto un unico lungo libro?
MDA: Un poeta ossessivo quale io sono – un poeta “senza storia” direbbe Marina Cvetaeva – tende in effetti a scrivere un solo libro. E le sue diverse opere diventano i capitoli di questo canto generale: ognuna di loro, lungo le rive di un lago, fa vivere l’ossessione, unica e immutabile, che brilla al centro del lago. Se dovessi dare un titolo a questo libro, lo chiamerei come una delle opere che ho più amato: Biografia sommaria.
La foto in copertina è di Angelo Redaelli
