Godzilla di Federico Italiano

Godzilla e altre poesie è il nuovo libro di Federico italiano pubblicato da GUANDA nella collana di poeti che la casa editrice ha rinnovato affidandone la direzione a Mario Santagostini e che sta proponendo diverse scelte interessanti. Sicuramente quello di Italiano, nella dozzina in corsa per lo Strega Poesia – è tra i libri più belli di questa ultima annata e non solo.

A leggerne i correlativi oggettivi, le metafore, il paesaggio tematico, si mostra come un accumulo di residui e presenze che fanno del “Godzilla” evocato dal titolo emblema di un “mito” del nostro tempo, ma “a bassa intensità” (secondo la definizione di Giuseppe Ortoleva) ovvero creato da narrazioni che hanno a che fare col nostro vissuto e con i nostri consumi e con l’immaginario pop.
Le presenze nel libro sono anche naturali, in un paesaggio pieno di animali pronti a diventare mostri, così come il “greve coro” di “becchi dodecafonici” fatto di “merli, cornacchie, capinere, cinciallegre” e altri uccelli apre il libro (e qui diciamo subito, che interessante coincidenza, con una poeta, coetanea e coeva di Italiano, Carmen Gallo, e il suo tragico incubo ornitofobico in Procne Macine). Si continua con i “Monstera” di un territorio reale e memoriale, il segmento padano in cui si è mescolata l’industria, il progresso con le radici agricole, trasformato in uno scenario ironicamente, ma quasi elegiacamente, da incubo. A narrare è un “io” voce del libro, cresciuto nel Novarese nel 1976 e che a dieci anni si confronta con la “catastrofe” storica della sua generazione, Chernobyl e nelle sei poesie collocate nella prima parte disegna un quadro psico-storico che costruisce pazientemente le basi di questo suggestivo, prezioso libro di allegorie e grande Storia.

Non distanti da siti nucleari, come “l’impianto di Saluggia” che compare con la sua prosaica pesantezza, ma pure come materica allegoria sepolta di qualcosa che c’è stato di “altro” e che non è stato visto.
Alimentato da una prospettiva semi-infantile, lo “stoccaggio” di psichismi, attivi oggi, come allora quello reale di Saluggia, tracima nei versi costruendo stratificazioni di senso, piegando a una sorta di sperimentazione post-lirica i versi per farne una densa geologia collettiva. Ciò che resta è il trauma, la paura tracimò: aggirandosi per quel paesaggio l’io-meravigliato-intimorito sente che “la bestia era ancora attiva/due mesi dopo Chernobyl” anche se l’incubo assume i contorni demitizzati di una apocalisse che “era un tubo che perde”. In quel paesaggio si aggira una famiglia italiana, con la Nissan Vanette, le gite sul fiume, la “festa del patrono”, le “sagre”, i “sandali di gomma trasparente”, le “scatolette Manzotin” e i “tetrapak”. Un segmento di storia che potrebbe modificarsi mostruosamente, costringendo la famiglia al bunker (e immediatamente si proietta questo disastro sui nostri contemporanei, quelli climatici oltre che i sempre attivi nucleari)

È come se quel mondo prosaico che Italiano tratteggia fatto di buone cose fosse rimasto da allora contaminato dal terrore, con apokálypsis che avrebbe svelato un tempo nuovo: “cominciò un olocene/ di incubi” gremito da animali resi fantastici da possibili modificazioni genetiche date dalla radioattività invisibile.
Così tra le leggende metropolitane di “rane fosforescenti” compare anche “Godzilla”, il mito, che “vagabondava” in quel paesaggio campagnolo padano come “cisti di Chernobyl”. Era il “millenovecentottantasette” e in effetti il libro ci introduce a un sentimento con cui è cresciuta un’intera generazione, l’ultima a pensare un futuro, la prima a pre-sentire (e prevedere) la catastrofe come orizzonte d’attesa, vissuto poi crescendo tra l’11 settembre della giovinezza e le guerre in Europa, nel mondo e i cambiamenti climatici ora nella maturità.

Una generazione che per coincidenza, aveva eletto i dinosauri ad animale-simbolo di gioco e intrattenimento (nel 1979 si completò la ricostruzione dell’Apatosauro al Carnegie Museum di Pittsburgh, poi M. Crichton scrisse Jurassic Park nel 1990, Spielberg ne trasse prima una serie tv e poi il film che nel 1993 ha definitivamente imposto il Dinosauro come animale simbolico per la formazione psicologica dei bambini) come una sorta di ritorno del rimosso collettivo, ma anche come preparazione di un futuro già-accaduto di catastrofe (da questo punto di vista segnalo anche “Asteroide” lo spettacolo del coreografo e drammaturgo Marco D’Agostin ma anche lo spettacolo proprio su Chernobyl oppure lo spettacolo in cui Chernobyl si mescola con gli incubi della proliferazione dei dati, “The Cloud” di Arkadi Zaides ).

Godzilla, rispetto alla catastrofe del Cretaceo-Paleogene, è invece invenzione legata a una catastrofe storica accaduta: nel film giapponese del 1954, Ishirō Honda immagina che il mito-mostro fosse stato ri-generato da dinosauri sepolti, ma riattivati dalle radiazioni e dalle scorie della bomba atomica americana. Così il soggetto-bambino del libro di Federico Italiano immagina possa accadere di nuovo a un “ramarro o un miroldo, una nutria/ imbottita di scorie” dei fiumi padani, e “acceso dai metani pleistocenici” (ricordiamo che nella stessa zona padana tra Piemonte e Lombardia ed Emilia Romagna furono scoperti idrocarburi nel sottosuolo a partire da Cortemaggiore nel 1949). Le creature-mostro avrebbero spiato l’umanità “da caditoie e darsene/ dal buio denso dei fossi” “in agguato in un angolo dei sogni” e insieme alla pubertà, in quegli anni a cavallo della Fine della Storia con la caduta del Muro, avrebbero portato quella generazione di maschi “con le prime erezioni” a costituire “la preistoria squamosa del nostro seme”.

Nella prima parte del libro la forma stilistica di Federico Italiano punta su tre elementi: riprende il “residuo” della tradizione modernista italiana, con componimenti in versi liberi, la post-lirica novecentesca (da Sereni ad Anedda) in cui sono più forti le notazioni storiche, che ascriverebbero la sua linea verso autori come Giudici e più su verso Gozzano. Poi c’è la ricchezza lessicale, la minuta precisione descrittiva, con lemmi ripescati e rari (ascendenza montaliana, ma con il basso continuo di una sorta di prosaicità in versi che si esplicita nel prosieguo del libro, e che a mio avviso, pur nella differenza, lo fa accostare più a tecniche scrittorie come quelle di Bortolotti o Zaffarano). Dentro la struttura libera di versificazione sono trattenuti numerosi endecasillabi, incastonati, scorie splendenti o bric-a-brac vintage. Infatti, ai mercatini dell’usato Federico Italiano dedica poi sei poesie, poste nel cuore del libro ad allegoria della stessa cultura europea.

Godzilla è un libro non solo “di poesia italiana”, è un vero libro importante della poesia europea, certamente maturato anche negli anni dell’esperienza di studio e ricerca dell’autore in area tedesca, tra Germania e Austria, che ha certo influito su una formazione ampia, con uno sguardo che abbraccia la generazione europea tutta che ha vissuto choc della Storia, tra il piacere utopico del consumo globale e l’energia creativa dei ’90.
Ripartendo dai miti-mostri dell’immaginario occidentale, dai paleo-pupazzi di polimeri di quelle generazioni, Federico Italiano esprime il senso di un genealogia di plastiche e altre sostanze tossiche che sono state proprio parte dell’apoteosi della felicità temporanea del consumo tra anni 80 e 90, acme di benessere e insieme preludio di una Storia novecentesca agli sgoccioli, preludio (anche “cinematografico” dell’armageddon 9/11).
L’inquietudine dei baby-Sapiens, cresciuti nell’era di Chernobyl ha forgiato una coscienza de disastro, che già da bambini era intuizione di qualcosa “visibile solo ai grandi”.
Archeologia di un presente continuo, ricostruisce i bagliori simbolici dietro la forza messianica di quegli choc. Ciò che Italiano sperimenta con la poesia, canone principe del desueto, è però una scrittura nuova, organismo mutoide di combinazioni.

Come nel Canavese abitava il sogno della Signorina Felicita che tagliava le camicie e non meditava Nietzsche, le “radici” di Federico Italiano che “non possiamo recidere”, compaiono in “Monstera” si insinuano “tra l’armadio e il sofà” che come “un incubo biomeccanico” “spuntano da sotto il canapè. Sopravvive una memoria interrotta dell’amico “figlio dell’orologiaia” che anche qui sembra circondato da buone cose di pessimo gusto in cui la memoria da collezionista del poeta si fissa proprio per congelare nella morte il tempo o almeno quel tempo: “la moto Enduro” che causò l’incidente e l’orologio-marca con cui lo avevano soprannominato e che lo consegnò la memoria: “Bulova”. Lo stesso “aeromodello” giocattolo del “ragazzo” che lo fa volare è la stratificazione di una genealogia storica del paesaggio: quando il modellino del “Cessna” si rialza in volo porta con sé “una nuova forma di nostalgia” che forse racchiude sia l’impresa di Mathias Rust che prefigurò la fragilità della “cortina di ferro” (atterrò con un Cessna sulla piazza Rossa proprio nel 1987) sia il piccolo bireattore di Enrico Mattei che precipitò in quell’area padana (nel pavese) nel 1962 forse cambiando i destini italiani.

Il soggetto lirico di Federico Italiano è privo di ogni assertività perché si retro-plasma in una storia collettiva in cui ai sogni di “navicelle spaziali” corrispondeva una realtà abitata da vampiri e mostri. Negli anni ‘80 si fondano dunque le radici di un messianesimo negativo alimentato dal suo stesso immaginario fantastico (la prefigurazione di Orwell e il primo pc Apple nel 1984) tra la vita spericolata di Vasco Rossi e di Berlusconi, tra la nostalgia di Vacanze Romane dei Matia Bazar, a sua volta con una radice ereditata per via genealogica da chi era cresciuto a sua volta bambino, sognando il progresso simboleggiato dal mostro dell’Eni il “cane lupo a sei zampe” – creato dal pubblicitario nel 1952 e dunque nella stessa epoca in cui si creò Godzilla”. È quel cane-mostro che “sputa/ fuoco di apocalissi sotterranee” emblema del ricordo elegiaco di un “benzinaio”, parte di questo paesaggio alla Hopper da bassa padana, che se ne stava “come un San Girolamo nello studiolo” chino nel suo abitacolo dispensatore di una benzina – “unguento” attivatore di una energia cinetica che – non lo si poteva sapere – alimentava solo il disastro di quel futuro che oggi sono le emissioni velenose.

Se la prima sezione di “Monstera” si collocava su questo versante archeologico, stilisticamente, diverse poesie della sezione “Confessioni del Lupo” e “Pannonia” sono il risultato della mutazione accennata prima, con versi lunghissimi, oltre ogni ipermetro. Poesia a dissolversi in prosa, tra illuminazioni e micro-narrazioni di uno psico-geografo (tra Wu Ming e Anedda) del tempo: “ho mappato le vene di un mammifero/ immenso, squartato, deposto/ sul tavolo autoptico della Storia” che è anche un’ottima auto-definizione in versi del poeta.
Il mappatore della sezione “Pannonia” si aggira tra Germania e Giappone, Svezia e Lituania, nel passaggio in quella regione poi austro-ungherese, dai romani fatta provincia, e oggi abitata da “cariatidi asburgiche sfinite/ da amplessi e lavatrici” , cuore di un Europa che ad ogni angolo, col suo carico di stratificazioni memoriali, ricorda che “non c’è un piano regolatore della vita”.
È un’Europa di ombre di un “antico sopruso”, uno stupro che è sempre un correlativo patriarcale di una Storia di sapiens in battaglia. Un’Europa che va dagli haredim di Anversa, che si muovono durante lo “shabbat” protetti “da guardie civili”, fino ai boschi del Brandeburgo dove si ascolta il “Kaddish sotterraneo dei miceli”, già prefigurazione di uno scenario di estinzione post-antropocene. Come un diario e insieme un attraversamento onirico, queste poesie geografiche solcano un’Europa in declino, in dismissione tra le “macerie di antiche celebrazioni/annerite dal fango e dell’oblio” e che stimola le poesie che ironicamente si intitolano “Per una storia politico culturale del mercatino delle pulci” in cui l’estro linguistico di Federico Italiano e le sue raffinate conoscenze sembrano portarlo in un territorio analogo alla scrittura di Alberto Arbasino, tra “nebuloso di porcellane e polveri” in una “teca” del tempio di un dio transitorio. Nel cuore dell’Europa-mercato capitalista, Italiano fa brillare come ironia politica l’elegia dell’invenduto (che però è anche, per dirla con Anne Carson è “economia dell’imperduto”). Analogo all’artista marginale Rembrandt Bugatti citato nella poesia “Zoo di Anversa” che nel 1916 creava piccole sculture in creta di “elefanti, pantere marabù” e altri animali, amuleti di una preistoria-storica, negli stessi anni irripetibili di un’Europa sfolgorante Kafka scriveva le sue lettere a Milena che ora il poeta al mercatino passeggiando (alla Robert Walser) intravede in copia “ingiallita” e ne estrae quel sentimento traumatizzato che lo scrittore praghese che sentiva “nelle ossa” e sembra riconnettersi al trauma onirico del bambino del 1986.

Come se Italiano rinvenisse tra le macerie la traccia di quell’avvento percepito sì, come il vento freddo e tagliente, che spira da quel passato, e che al poeta-angelo della Storia, si infila “nelle cartilagini” ma che pure fa presagire qualcosa a venire. Lo sono anche le “nuvole” viste nella poesia “viaggio in macchina tra Innsbruck e Brixen” fatto con il poeta Raul Schrott (tradotto nel 2025 da Italiano per Crocetti) come lo sono anche le tracce “in fondo ai ghiacci” nel suolo di Noril’sk di “qualcosa che pulsa” (la città Siberiana considerata un punto estremo dell’insediamento umano per clima – minacciato ora – sede mineraria, sede di un gulag sovietico, e al centro di una storia ancora duna volta di incidenti inquinanti noti come “l’evento di Tunguska” del 2020. Dentro questo sistema di tempi storici lunghi e stratificati, come accade con “La terza legge di Keplero” – titolo di una poesia e dell’ultima sezione – si aprono come “giostra a carillon” scorci di “spazi felici”. Scienza e Storia registrano onde temporali di un occidente mutato, forse mostruoso. Qua e là è sempre lirico quando, rivolto dal paesaggio a un “tu”, poi si sofferma sull’“insondabile” che “ti ha illuminato il volto”. Radice lirica che risale archeologica al finale della forma arabica del neo-Ghazal, che chiude un ritratto di generazione europea che arrivata al “mezzo del cammin” guarda l’avvento cupo del futuro: “siamo residui” e “superstiti”, tracce biologiche di un passaggio, “di una combustione”, spoglie di un poltergeist e residui di nostri tradimenti e di “navi achee di nostre gelosie” in cui il soggetto io/noi, come Roy Bitten in “Blade Runner” ci parla da un futuro anteriore del post-umano, svelando il nostro presente di “alveari abbandonati” e “memoria di polline” e “squame, scaglie, petali”. Bric-a-brac di genoma futuro.

 
 
Anche qui vagabondava Godzilla
sotto i ponti muschiosi della Veria
lungo il fango azzurrognolo di un argine,
forse un ramarro o un miroldo, una nutria
imbottita di scorie, una cisti di Chernobyl,
che acceso dai metani pleistocenici
ci spiava da caditoie e darsene
dal buio denso dei fossi, dal fiume,
in agguato in un angolo dei sogni
imperlati dalle prime erezioni
deus ex machina d’incubi scolastici
preistoria squamosa del nostro seme.