Cosa resta di noi quando ogni certezza si dissolve? Siamo un intrico di atomi, memorie, affetti e linguaggi, oppure esiste un nucleo più profondo che tiene insieme l’universo e la nostra esperienza? In queste pagine il pensiero poetante conduce un’indagine radicale sull’esistenza e rende quanto mai porosi i confini tra filosofia, cosmologia, biologia e vita quotidiana. I diversi linguaggi spingono la lirica in una dimensione corale per rappresentare un’idea. Quale? Quella di un flusso in cui ogni forma vivente è immersa e tende, perfettamente incarnato nelle immagini dell’ondina azzurra e della tilde, più forti di un certo tono nichilista che riveste a più riprese lo sguardo: Sai che finirai come un’ondina azzurra, / forse lei trasmetterà / l’informazione / che hai raccolto, le probabilità che hai / incarnato, / non si disperdono i
momenti che ti costituiscono.
In che modo viene rappresentata l’idea? In ogni pagina si accumulano atti percettivi che attraversano tessuti e nervi, ricordi e pietre, rovine industriali, guerre, corpi che invecchiano, il gesto di una madre animale. Tutto questo materiale è tenuto insieme a grumi e a strati che estendono la materia nel tempo e nello spazio, fino alle origini, fino allo scoccare della vita immaginata e sentita come sostanza del presente che comprende l’organismo, gli eoni e la circolata melodia di sfere. In questo sentire aggregante il ritmo e i versi si espandono, inglobano materia, a tratti assumono un andamento poematico per approssimarsi ai limiti dell’incompiuto.
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