Questa antologia veste di una provvisoria forma editoriale uno dei corpi che passano mai giunti nella mappa della poesia ungherese. Si offre come una proposta critica aperta: raccogliendo in sé cinque voci distribuite lungo oltre mezzo secolo, segue una linea poetica orientata a una progressiva spoliazione formale e all’insistita interrogazione del rapporto che la parola instaura con l’alterità, la soggettività e la corporeità.
Dalla successione delle voci, disposte secondo l’ordine cronologico della nascita delle autrici e degli autori, fa così emergere molteplici forme di organicità e dialogo, nei ritorni a specifici nuclei tematici e formali.
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Complessivamente, la selezione proposta dalla presente antologia non ambisce alla rappresentatività dell’opera dei singoli autori o alla definizione di un canone, né tantomeno a una mappatura esaustiva del contemporaneo panorama poetico in lingua ungherese. Traccia invece un attraversamento possibile.
Dalla ricerca di una legge universale e astratta in Nemes Nagy alla materia traumatica e condivisa di Hervay, dalla frattura del soggetto in Tandori alla nominazione spoglia in Oravecz, fino al corpo incarnato e «insopportabile» di Gerevich: la parola si spoglia progressivamente delle sue funzioni ornamentali e simboliche («non è più similitudine»), per spaccarsi di fronte a ciò che resiste alla rappresentazione: a ciò che sta oltre – oltre al corpo, al soggetto, all’aldiquà, nella sua ferita e nel suo desiderio.
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